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Blog di informazione culturale, turistica, paesaggistica e ambientale a cura dell'Associazione Davide Lajolo
Ideazione e direzione: Laurana Lajolo
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Le donne libere

Di Laurana Lajolo

Le donne libere

Domani moltissime donne saranno in piazza per ragioni morali e sociali prima che politiche.
Vogliono esprimere che le donne non sono come le spoglia la pubblicità, che non sono merce di piacere per ricchi signori, che non aspirano ad esibirsi quali oggetti sessuali negli spettacoli televisivi. Sono ragazze che cercano (spesso invano) un lavoro adeguato al titolo di studio, sono madri di famiglia che stentano ad arrivare alla fine del mese, sono precarie che svolgono ruoli sociali assolutamente necessari, sono donne che si impegnano nella carriera professionale. Sono donne libere, che non vogliono essere veline e prostitute.
Non vogliono essere pagate, disprezzate e sfruttate. Io appartengo alla generazione cresciuta in una società patriarcale, che ammoniva le donne, considerate esseri intellettualmente inferiori, a rimanere in casa a fare la calza. Eppure proprio quella generazione si è emancipata con lo studio e il lavoro, continuando ad educare i figli e a tenere la casa. Un’altra generazione ha lottato per la liberazione e l’autonomia, che è un patrimonio passato alle ragazze più giovani. Oggi sembra si torni indietro, ma le donne non si lasceranno sopraffare dal mercato del degrado. Accanto a loro ci sono gli uomini che le rispettano, perchè la battaglia per la dignità della persona è impegno comune.

12 febbraio 2011

Pubblicato da: Redazione il 12/02/2011

in: Punti di vista

Tags: costituzione , cultura , diritti , lavoro , politica, leggi , precari

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Prolusione Card. Bagnasco al consiglio CEI

giovani/lavoro, famiglia, politica/educazione, anche con riferimento alle recenti vicende politiche

Prolusione Card. Bagnasco al consiglio CEI

Alleghiamo la prolusione del Card. Bagnasco al consiglio CEI di stamane:
Poniamo particolare attenzione alla nella seconda parte in cui è affrontata la questione giovani/lavoro, famiglia, politica/educazione, anche con riferimento alle recenti vicende politiche.

"... bisogna che il nostro Paese superi, in modo rapido e definitivo, la convulsa fase che vede miscelarsi in modo sempre più minaccioso la debolezza etica con la fibrillazione politica e istituzionale, per la quale i poteri non solo si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni.
Si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci – veri o presunti – di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza, mentre qualcuno si chiede a che  cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine. In tale modo, passando da una situazione abnorme all’altra, è l’equilibrio generale che ne risente in maniera progressiva, nonché l’immagine generale del Paese.
La collettività, infatti, guarda sgomenta gli attori della scena pubblica, e respira un evidente disagio morale. La vita di una democrazia – sappiamo – si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative.
«Muoversi secondo una prospettiva di responsabilità − ammoniva il Papa in occasione dell’ultima Settimana Sociale − comporta la disponibilità ad uscire dalla ricerca del proprio interesse esclusivo per perseguire insieme il bene del Paese» (Benedetto XVI, Messaggio alla 46a Settimana Sociale dei cattolici italiani, 12 ottobre 2010). Come ho già avuto modo di dire, «chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda (cfr art. 54)» (Prolusione al Consiglio Permanente, 21-24 settembre 2009, n. 8).
...  È necessario fermarsi − tutti − in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate, dando ascolto alla voce del Paese che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell’etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro. [pp.11-12]

Segnaliamo inoltre un altro passaggio sul rapporto scuola-società:
 
"Certamente l’istituzione scolastica fa tutto quello che può, specialmente attraverso l’impegno serrato di una moltitudine di docenti e operatori, competenti e generosi. Eppure, questo dispiegamento di disponibilità pare non bastare, tanto è grande e delicata oggi «la sfida educativa». Per questo deve entrare in campo la società nel suo insieme, e dunque con ciascuna delle sue componenti e articolazioni. Se la scuola – come oggi si intende – dev’essere «comunità educante», bisogna convincersi con una maggiore risolutezza che la società nel suo complesso è chiamata ad essere «comunità educante». Affermare ciò, a fronte di determinati «spettacoli», potrebbe apparire patetico o ingenuo, eppure come Vescovi dobbiamo caricarci sulle spalle anche, e soprattutto, questo onere di richiamare ai doveri di fondo, di evidenziare le connessioni, di scoprire i pilastri portanti di una comunità di vita e di destino. Se si ingannano i giovani, se si trasmettono ideali bacati cioè guasti dal di dentro, se li si induce a rincorrere miraggi scintillanti quanto illusori, si finisce per trasmettere un senso distorcente della realtà, si oscura la dignità delle persone, si manipolano le mentalità, si depotenziano le energie del rinnovamento generazionale. È la speranza, pane irrinunciabile sul tavolo dei popoli, a piegarsi e venire meno. Il cuore dei giovani tende − per natura − alla grandezza e alla bellezza, per questo cerca ideali alti: bisogna che essi sappiano che nulla di umanamente valevole si raggiunge senza il senso del dovere, del sacrificio, dell’onestà verso se stessi, della fiducia illuminata verso gli altri, della sincerità che soppesa ogni proposta, scartando insidie e complicità. In una parola, di valori perenni. Gesù è il modello affascinante, l’amico che non tradisce e viene sempre incontro, che prende per mano e riaccende ogni volta la forza sorgiva che sostiene la fiducia verso la realizzazione di sé e la vera felicità. Questo – come adulti e come giovani − abbiamo bisogno di vedere e di sentire sempre, oltre ogni moralismo ma anche oltre ogni libertarismo, l’uno e l’altro spesso dosati secondo le stagioni." (pag.13)

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Il risentimento dei giovani

Di Laurana Lajolo

Il risentimento dei giovani

Per molto tempo si è detto che la flessibilità del lavoro favoriva l’occupazione giovanile e la possibilità di fare diverse esperienze di lavoro e chi parlava di precariato era un retrogrado ancorato al mito del posto fisso e a una concezione statica dei rapporti di lavoro.

La generazione tra i trenta e i quarant’anni è stata umiliata: senza posto, senza ammortizzatori sociali, spesso senza casa e senza figli, costretti a rimanere sempre adolescenti e dipendenti dai genitori.
E’ stato fatto un grave guaio sociale, difficilmente sanabile. 

Oggi gli studenti si oppongono alla dequalificazione della scuola lasciata senza mezzi e senza prospettive, ma in realtà denunciano un malessere politico, sociale e culturale di enormi proporzioni,  arrivando alla critica radicale verso una classe dirigente incapace di individuare e di risolvere i problemi.
L’origine della situazione attuale risale a circa vent’anni fa, quando sono cominciati la marginalizzazione sociale e culturale della scuola come agenzia formativa, la svalutazione delle forme alte di cultura, l’impoverimento della lingua e la precarietà di lavoro è diventata precarietà di vita.
I giovani esprimono con creatività il loro risentimento verso questa società che li deruba del futuro.

Chissà se la nuova generazione dei ventenni ci salverà.

Pubblicato da: Redazione il 19/12/2010

in: Diritti e Rovesci

Tags: costituzione , crisi , cultura , lavoro , politica, leggi , povertà , precari

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Editoriale Culture 21: lavoro in ombra

Di Laurana Lajolo

Editoriale Culture 21: lavoro in ombra

Il titolo lavoro in ombra vuole significare i contenuti della prima e della seconda  sezione del numero.

Nella prima sezione Statuto deilavoratori 40 anni dopo. La crisi economica ha cancellato moltissimi posti di lavoro senza che si siano date altre opportunità ai lavoratori in cassa integrazione o licenziati o più precari di prima. D’altro canto la grande imprenditoria cerca di utilizzare la situazione di profonda debolezza del mondo del lavoro per modificare definitivamente i rapporti di forza attraverso la modifica dei contratti e la sospensione dei diritti in fabbrica. La divisione tra i sindacati confederali rende ancora più debole la possibile risposta organizzata.
Leggere la situazione dei lavoratori oggi, a quarant’anni dall’entrata in vigore dello Statuto dei diritti dei lavoratori, fa misurare le difficoltà e lo stato del dibattito all’interno del sindacato. A questo proposito pubblichiamo gli interventi fatti al convegno della Cgil di Asti Dove va il diritto del lavoro del 21 maggio scorso, che propongono opinioni a confronto di giuslavoristi, sindacalisti, magistrati sulla necessità di aggiornare o cambiare lo Statuto dei diritti dei lavoratori. I contributi sono di Giovanni Prezioso, Mario Amerio, NinoRaffone, Piero Ichino, Pier Giovanni Alleva, Gaetano D’Arco, Rita Sanlorenzo.
La discussione è fondamentale: come salvaguardare i diritti del lavoro quando viene a mancare il lavoro?
Mentre si dibatte su argomenti legislativi e normativi, i lavoratori, soprattutto nel campo edile, agricolo e artigianale, continuano ad avere incidenti sul lavoro, spesso mortali, e le grandi fabbriche producono inquinamenti che uccidono non solo gli addetti, ma anche gli abitanti.

Nella seconda sezione Sicurezza del lavoro ci danno molti elementi di informazione e di riflessione i contributi di Raffaele Guariniello e Roberto Zanelli, tratti dal convegno promosso da Tempi di fraternità l’8 giugno scorso sulla sicurezza sui posti di lavoro e sulle misure di prevenzione. Il richiamo al caso Eternit, di cui si sta celebrando il processo a Torino, è d’obbligo e pubblichiamo un articolo che Davide Lajolo scrisse nel 1964, nell’ambito di un inchiesta sul Piemonte comparsa su L’Unità, in cui furono denunciati per la prima volta i danni prodotti dall’amiantoalla salute degli operai e dei cittadini di Casale Monferrato.

Nella terza sezione Festival del paesaggio agrario Elio Archimede e Gianfranco Miroglio riflettono sulle tematiche presentate alla seconda edizione del Festival, svoltosi il 24.25.26 settembre a Rocchetta Tanaro e a Vinchio per celebrare il trentesimo anniversario del Parco naturale. Sono stati ripresi argomenti già trattati nella prima edizione come l’abuso del suolo con una tavola rotonda che ha visto il confronto ad alto livello tra i presidenti nazionali delle associazioni ambientaliste, giornalisti e progettisti di grandi opere. L’attenzione dei singoli incontri è stata focalizzata sul rapporto tra agricoltura e ambiente, determinante per la tutela del paesaggio agrario e della biodiversità, e sulla valorizzazione dei prodotti tipici e di eccellenza, condizione economica essenziale per lo sviluppo dei territori rurali.

La quarta sezione, Architettura nel paesaggio, è in connessione con le due edizioni del Festival perché rappresenta un approfondimento di argomenti studiati l’anno scorso sulla progettualità e sui criteri di inserimento delle costruzioni in zone agricole. Si fa anche riferimento agli impianti di fonti integrative che ormai invadono anche i terreni fertili, aprendo nuovi problemi alla tutela del suolo e del paesaggio. I contributi sono di Fabrizio Gagliardi, Marco Pesce, Mariàngeles  Expòsito Peinado, Alessandro Caramellino,  Piero Tosoni

In Bacheca Marta Franoso presenta il Museo del Tanaro e delle contadinerie appena inaugurato a Rocchetta Tanaro e Laurana Lajolo ricorda Gianni Rodari a trent’anni dalla morte.
Il Racconto fotograficoFuturo sì indietro no è di Alessandro Berruti e riproduce la manifestazione della Fiom a Roma nel 2009.

>> Vedi l'indice dettagliato nel .pdf allegato
>> Scarica il numero completo da Davidelajolo.it

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Lavoratori precari, un futuro senza pensione

Estratto da "il fatto quotidiano" - Eleonora Bianchini 13 ottobre 2010

Lavoratori precari, un futuro senza pensione

Il presidente dell'Inps dice che l'istituto non permetterà a chi è iscritto alla “gestione separata” di poter fare online una “simulazione” della propria pensione: "Si rischierebbe un sommovimento sociale". Rivolta in Rete dei precari, ma i sindacati rimangono in un imbarazzante silenzio.

Nei giorni in cui su Internet si moltiplica il tam tam intorno al destino dei parasubordinati, i confederali sono impegnati a esprimere solidarietà e sdegno nei confronti degli attacchi con uova e vernice alle sedi della Cisl di Terni e Roma.
Ma non sono loro che devono difendere i lavoratori?[...]

Nei commenti sui social network emerge un dato certo: i sindacati rappresentano solo i loro tesserati, ovvero chi è in procinto o già in pensione. E i giovani pensano a due alternative plausibili: lavorare in nero ed evitare di pagare i contributi. Insomma, sì all’illegalità e ai soldi sotto il materasso piuttosto di un versamento iniquo, peraltro a favore di chi ha già goduto di maggiori garanzie e tutele. [...]
E ci sono anche altri problemi: “Certo, è evidente il nodo della sostenibilità intergerazionale ed è necessario sensibilizzare anche sulla pensione integrativa”. Ma quali precari, oggi, possono permettersi di pagarla? Pochissimi perché i soldi in busta paga sono ancor meno. [...]
L’unico a emettere un comunicato all’indomani della dichiarazione contestata è stato NidiL – Cgil, che si occupa di lavoratori atipici. “Il problema è reale”, spiega la segretaria generale Filomena Trizio. “Non so quali stime abbia Mastrapasqua e la recessione di oggi è un’aggravante sul maturato pensionistico. Il mondo del lavoro ha creato condizioni individualizzate, ma i precari devono ancora credere nei sindacati e rivolgersi a loro con più forza”.

>> leggi tutto l'articolo su "il Fatto Quotidiano"
>> leggi l'editoriale di Gramellini sulla dichiarazione di Mastrapasqua

Pubblicato da: Redazione il 13/10/2010

in: Diritti e Rovesci

Tags: crisi , diritti , lavoro , precari , primo maggio

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Povera Italia, poveri noi!

Marco Revelli, politologo Università del Piemonte orientale

Povera Italia, poveri noi!

L'Italia è un paese che è declinato, che nel suo complesso ha perso posizioni rispetto ai suoi tradizionali partners, ma in modo pesantemente diseguale - disallineandosi, per così dire -, con un segmento non esteso, ma neppure piccolissimo, di ricchi che sono schizzati in alto, diventando sempre più ricchi; e un corpo centrale he è scivolato giù, lungo un piano inclinato, impoverendosi. Deprivandosi, o comunque rivelandosi sempre più vulnerabile socialmente.

Sono quasi 8 milioni (7.810.000, secondo l'ultima rilevazionedell'Istat disponibile) gli italiani "tecnicamente" poveri: in condizionecioè di "povertà relativa", che significa una spesa media mensile inferiore a 983 euro per una famiglia di due componenti. Rappresentano il 13,1% della popolazione.

Ma sono molti di più - in misura davveropreoccupante - i o meglio i "vulnerabili": quelli che non sarebbero in grado di far fronte a una spesa imprevista di 700-750 euronell'anno e che superano ormai la percentuale del 30%. Vuol dire un italiano su tre, che al sud diventa uno su due. La povertà minorile, d'altra parte - la più odiosa tra tutte le povertà, quella che colpisce la partepiù indifesa del paese - da noi raggiunge il 25% (dato fornito dall'agenzia statistica europea, Eurostat): in assoluto la percentuale peggioretra tutti gli stati dell'Unione a 27 (compresi, dunque, i cosiddetti Newmembers).Significa che un minore su quattro è povero. Così come ungiovane su tre è disoccupato.

Tra di loro vi è una parte, non piccola, di povertà "tradizionale", chiamiamola così. Un segmento ampio di popolazione che da tempo sta "sotto" la linea di povertà. Che vive stabilmente una condizione di "esclusione": abita, per così dire, "an other country"',come, appunto,capita a chi è costretto a stare a una distanza eccessiva dalla media dei propri concittadini (almeno un50% sotto la linea della media nazionale che stabilisce la soglia di povertà).

Ma vi è anche un "corpo sociale"- non piccolo, e in crescita - che sperimenta per la prima volta la propria "indigenza", e che vive ancora mescolato agli altri - nel loro "stesso Paese" -, non dissimile da loro per i luoghi che abita, i vestiti che indossa, lo stile di vita che pratica, il sistema di relazioni in cui è inserito. Ma già di fatto "caduto sotto". Già "vulnerato". E l'area delle cosiddette nuove povertà, quella che la Caritas Ambrosiana ha definito la"zona grigia": i "nuovi poveri", prodotti dalla (prevedibile ma) imprevista inversione di direzione del nostro trend sociale. Dall'impatto repentino della crisi, ma non solo. Anche dall'accumulazione precedente di inadempienze, di ritardi rispetto alla corsa convulsa e accelerata dei consumi, di "passi più lunghi della gamba", vittime del credito facile, della compulsione collettiva all'acquisto voluttuario, dei pusherfinanziari che spacciavano a ogni angolo di strada un denaro solo apparentemente leggero, che finiva in realtà per divorare il futuro.

Sono individui, e soprattutto famiglie, fino a ieri abituati a un livello di vita relativamente agiato. Comunque - con i criteri del passato —considerato sicuro. Gente con un lavoro stabile, talvolta con più di un reddito in famiglia. Nuclei famigliari in cui il breadwinner- la "persona di riferimento", nel lessico tecnico dell'Istat -, era titolare di unposto fisso, di tipo operaio, ma anche impiegatizio. Di quello che, nel mondo "solido" dell'industrializzazione tradizionale, nel Novecentosociale, era considerato una sicura garanzia contro il rischio-povertà. Un talismano certo, per esorcizzare il timore della "caduta". E che oggi non vale più. Si rivela un paracadute lacerato.

I working poors- questa nuova categoria sociale, pressoché sconosciuta in epoca "fordista" - hanno fatto la loro comparsa nel nostro orizzonte sociale non da oggi (Eu-Silc, la banca dati europea per le statistiche sociali, ha incominciato a censirli dal 2003-2004), ma sono cresciuti rapidamente con l'impatto della crisi. Erano quasi il 10%, nel 2007, i lavoratori italiani in condizione di povertà relativa secondo l'indicatore europeo (per lo meno quelli con un contratto di lavoro atempo indeterminato, perché quelli precari raggiungevano il 16%!).

Nel 2009 TIstat ha registrato un'incidenza della povertà relativa tra le famiglie operaie (le famiglie con la "persona di riferimento" titolare di un posto di lavoro manuale) pari al 14,8% (una famiglia operaia ogni sette!); percentuale che nel Meridione giunge a sfiorare il 30% (il chesignifica quasi una famiglia ogni tre!).
E accanto a questi anche settori non trascurabili di white collars.
Pezzi consistenti di ceto medio, impoverito. O in via di impoverimento. Quadri tecnici di industrie colpite dalla crisi, costretti dunque a una disoccupazione inattesa, o con lo stipendio falcidiato dalla Cassa integrazione ma con le scadenze del mutuo che continuano a incalzare mesedopo mese. Settori impiegatizi di fascia medio-alta, manodopera spessofemminile, occupata nel cosiddetto terziario di fabbrica, addetti ai servizi di imprese costrette a un brusco dimagrimento. Lavoratori autonomi di "prima generazione", piccoli produttori in proprio, artigiani operanti nel ciclo corto della subfornitura, piccoli commercianti schiacciati nella tenaglia tra riduzione dei consumi e concorrenza della grandedistribuzione. Oppure, "lavoratori autonomi di seconda generazione",giovani o giovanissimi, acculturati, formati alla scuola delle nuove tecnologie e del cosiddetto capitalismo della conoscenza, nati nel network, a stretto contatto con la comunicazione-mondo, la creative classche avrebbe dovuto occupare la parte avanzata del tempo e che viene schiacciata nello strato più basso della piramide sociale, tritata nel meccanismoperverso della precarizzazione dura, manovalanza sfruttata da un sistema delle imprese corsaro, che pratica il mordi e fuggi rispetto al propriointelletto collettivo, mettendone al lavoro le menti e sacrificandone i corpi.

E una società sfarinata, per certi versi, frammentata in una miriade di segmenti, talvolta di atomi in competizione tra loro per la contesa di risorse scarse. Ma è soprattutto una società spezzata, tra un alto e unbasso divenuti tra loro incomunicanti, incommensurabili, come seappartenessero a pianeti diversi. Due mondi, coesistenti nello stessopaese, compresi entro gli stessi confini geografici, ma non più contigui.Con appartenenze materialmente opposte, tra cui tuttavia sembraimpensabile persino il conflitto, il confronto sociale, o una qualche forma di "regolazione" che favorisca la circolazione della ricchezza secondo criteri condivisi di redistribuzione, così come avveniva nell'ormaiontano Novecento, quando s'inventarono forme seppur deboli di emocrazia sociale a sostegno e conferma dei principii universali della emocrazia rappresentativa. Ed è questo, appunto, il punto d'incrocio, er molti versi drammatico, tra crisi economica e crisi politica e sociale. Tra scomposizione e frammentazione della società e liquefazione delquadro istituzionale. Tra crisi delle famiglie e crisi della democrazia.

Perché quando i "mondi sociali" diventano così diversi, e le loro istanze si fanno così abissali, gli stessi concetti che stanno alla basedella forma moderna di democrazia - l'idea di cittadinanza, il principio di eguaglianza quanto meno formale, i valori stessi della giustizia e dellalegalità -, perdono peso e contorno. Si fanno incerti e inoperanti. Lostesso fondamento - l'idea di libertà - si perverte di fronte all'allungamento delle distanze tra i primi e gli ultimi: cessa di essere attributoproprio della dignità della persona - sua legittima aspettativa di poter perseguire un proprio autonomo progetto di vita - e rischia costantemente di trasformarsi in arbitrio del più forte (o del più ricco, comunque del più potente). Espressione unilaterale di un rapporto di signoria e di servitù. Della relazione asimmetrica tra signore e servo.

Il rischio che la relazione sociale fino a ieri improntata a un concetto prevalente di "pari dignità" delle persone e dei gruppi sociali si corrompa, è ormai alto. E la realtà di un trapasso silenzioso, compiutosotto traccia, consumato nella solitudine delle famiglie e degli individui,ad una società "servile", sembra profilarsi, in filigrana, dietro lo spettacolo indecente che si recita sul palcoscenico più alto delle nostre istituzioni. Sembra costituirne, per molti aspetti, il risvolto tragico, che siconsuma in platea.

Pubblicato da: Redazione il 31/03/2010

in: Punti di vista

Tags: crisi , diritti , lavoro , politica, leggi , povertà , precari

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