Dal partito del mattone al partito dell’ambiente
Di Laurana Lajolo
Per questa volta non c’è stata alluvione.
Il Tanaro era pieno e tumultuoso, ma è andata bene. Purtroppo hanno sofferto altre popolazioni a noi vicine e diventa sempre più evidente quanto sia enorme e impellente il problema della messa in sicurezza dei fiumi e della difesa del territorio. Nella logica delle amministrazioni il cemento vale più del territorio e si incentiva ancora, nonostante tutto, l’espansione edilizia nelle zone a rischio per poi piangere i morti.
Difendere il paesaggio non è soltanto valorizzare le bellezze naturali, ma è una necessità di sopravvivenza per salvaguardare il territorio ed evitare traumi e disastri. I fatti sono incontrovertibili. Chi si candiderà a sindaco di Asti dovrebbe passare dal partito del mattone al partito dell’ambiente e i comuni, la Regione, il governo dovrebbero investire nello sviluppo dell’agricoltura e della tutela dell’ambiente, cosa possibile come dimostra il Trentino. Continuare a costruire in città e nei paesi quando c’è molto patrimonio edilizio da recuperare non è più ammissibile. Nel buio pesto della crisi finanziaria mondiale bisogna ridare valore alla terra e non alla speculazione e allo sfruttamento intensivo del suolo per riparare le profonde ferite inferte all’ambiente, cambiando la visione culturale e sociale della prospettiva economica.
Pubblicato da: Redazione il 16/11/2011
in: Punti di vista
Tags: asti, cultura , paesaggio , politica, leggi
Contro la cementificazione - L'opinione di Carlo Petrini
da “La Repubblica" del 18 Gennaio 2011.
In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio, l'equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme. E con il piano casa il processo ha avuto un'accelerazione. Appello per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia troppo tardi ...
Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell'Italia, un'enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l'avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani …
I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future. Circa due anni fa su queste pagine riportavamo che l'equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un'area equivalente sei volte a Piazza uomo a Milano. E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d'Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all'agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.
Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po' per l'Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall'articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l'installazione d'impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal "Movimento Stop al Consumo del Territorio". In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici - quelli mangia-agricoltura - essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati.
Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall'alluvione che l'ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l'equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.
Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d'importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l'osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un'indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un'impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male:l'Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s'impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso.
Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l'ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall'oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un'energia pulita anche da noi nell'ennesimo modo di lucrare a danno della Terra. Anche del fotovoltaico su suoli agricoli abbiamo già scritto su queste pagine, prendendo come spunto la delicatissima situazione in Puglia. I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l'impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d'Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell'eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento "Stop al Consumo del Territorio", tra i più attivi, e subito salta agli occhi l'elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.
Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l'eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l'obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l'Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni. Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E' come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.
Il problema poi s'incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l'agricoltura da un po' di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell'Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: "I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa". Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l'agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.
Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell'edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.
Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell'Agricoltura, quello dell'Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni. Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di Stop al Consumo del Territorio, il Fondo Ambientale Italiano, le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d'accordo e disposti a unire le forze. È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l'urlo di milioni d'italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un'ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c'è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l'anima, tutti i giorni.
Quale futuro per la viticoltura nell’Astigiano?
evento organizzato dalla rivista culture, da Astiss e dal Centro studi per lo sviluppo della collina
Venerdì 21 gennaio alle ore 16 presso il polo universitario di Asti in via Testa 89 si svolgerà un incontro pubblico sul tema “Quale futuro per la viticoltura nell’Astigiano?”, organizzato dalla rivista culture, da Astiss e dal Centro studi per lo sviluppo della collina.
Partendo dall’ultimo numero della rivista uscito a dicembre con il titolo Lavoro in ombra, che oltre al tema del lavoro e dei diritti, ha dato spazio ai risultati della seconda edizione del festival del paesaggio agrario e l’incontro pubblico ha l’intento di focalizzare la riflessione a più voci sulla crisi delle aziende vitivinicole nella nostra provincia. Il report annuale della Coldiretti ha segnalato la riduzione delle piccole aziende agricole con l’accorpamento in aziende più grandi, ma anche con terreni fertili destinati a gerbido. La scarsa remunerazione della viticoltura, la piaga della flavescenza dorata, la crisi del mercato del vino pongono altri problemi di carattere economico e sociale. A fronte di queste considerazioni l’incontro sarà un momento di discussione tra imprenditori, organizzazioni agricole, esperti, amministratori per valutare se ci siano proposte concrete per uscire dalla crisi.
Introdurrà i lavori il prof. Bruno Giau dell’Università di Torino, presidente del Centro sulla collina, che traccerà il quadro del paesaggio agrario nel corso di quarant’anni con ricchezza di dati e di analisi, apriranno la discussione Luigi Franco Coldiretti, Dino Scanavino Cia, il prof. Vincenzo Gerbi, Giorgio Ferrero viticoltore, Elio Archimede direttore di Barolo&Co e hanno dato la loro adesione a partecipare al dibattito molti esponenti del mondo agricolo, ambientale e della ricerca e consiglieri provinciali e regionali. Concluderà l’assessore all’agricoltura Fulvio Brusa.
Nella sua relazione il prof. Bruno Giau illustrerà le trasformazioni del paesaggio agrario astigiano dagli anni sessanta ad oggi. Nell'intervento introduttivo sarà analizzato l'esodo degli addetti agricoli dalle campagne astigiane quale conseguenza del "grande disagio" dell'agricoltura in provincia di Asti, messo in luce dagli studiosi già mezzo secolo fa. Il percorso si snoda attraverso l'esame dell'impatto di tali dinamiche sul panorama agricolo delle colline astigiane, a carico prevalentemente della viticoltura e della
zootecnia, e dei conseguenti effetti sul paesaggio agrario in termini di impoverimento e banalizzazione. Ma, come
sottolinea il prof. Giau nella sua indagine, "La situazione odierna apre nuove prospettive. La nuova domanda locale espressa dai neo rurali potrebbe essere una delle chiavi della permanenza con successo dell'agricoltura sulle colline".
Naturalmente, anche in questo caso, non mancano luci ed ombre, soprattutto in termini di effetti sul paesaggio. D'altronde "i paesaggi rurali non possono che cambiare, seguendo l'intensità della presenza umana, i suoi bisogni, le tecniche che ha a disposizione, ma sono sempre attraenti 'quando hanno un senso', quando non sono il frutto del caos e dell'improvvisazione ma derivano da comportamenti razionali di impiego degli spazi, formando un disegno forte di una sua coerenza interna".
Vedi i dettagli nel .pdf allegato!
Per info:
Università di Torino
Centro Studi per lo Sviluppo Rurale della Collina (CSC)
Tel. 011 6708722/0141 351347; Fax 011 6708639/0141 325721
www.centrocollina.unito.it
Pubblicato da: Redazione il 19/01/2011
in: Terra Aria Acqua Fuoco
Tags: paesaggio
Scarica il documento PDF allegato
Castello di Annone: chiesta la sospensione del progetto di nuova cava
A cura delle redazione di AltritAsti
Lo scorso 16 Dicembre si è tenuta a Castello di Annone l’assemblea popolare dedicata al progetto di coltivazione mineraria di una nuova cava in località Montecolombo.
Al di là dell’iter amministrativo e burocratico non ancora chiarito, gli abitanti hanno riconfermato ancora una volta la loro opposizione al rilascio dell’autorizzazione in quanto, pur prevedendo l’ingresso dei mezzi vuoti da Fontanasanta e l’uscita dei mezzi carichi dalla strada comunale del Marrone, il problema della viabilità non risulta affatto risolto.
Durante l’assemblea è riemersa l’inagibilità delle strade comunale e vicinale prevista per il transito dei mezzi di cava che avranno un peso di 50 tonnellate ed un ingombro di mt. 2,5 x 10, che renderebbe impossibile il passaggio di altri mezzi, anche se di piccola cilindrata, provenienti in senso contrario ...
In Piemonte il fotovoltaico lo si vuole mantenere selvaggio ...
A cura delle redazione di AltriTasti
Una Deliberazione di Giunta della Regione Piemonte individua le aree e i siti non idonei all’installazione di nuovi impianti fotovoltaici a terra.
Secondo il Movimento Stop al Consumo di Territorio si tratta di una decisione insufficiente che consegna ai lobbisti del fotovoltaico “industriale” i terreni ancora fertili del Piemonte, peggiorando di fatto una situazione di sfruttamento senza limiti …
Il Movimento Stop al Consumo di Territorio (a livello tanto nazionale quanto piemontese) è stato protagonista di una specifica campagna di opinione denominata “Sì al fotovoltaico, ma non su terreni liberi”, avviatasi nel Novembre 2009, che si è dimostrata essenziale per smuovere le regolamentazioni generali da parte della Conferenza Unificata Stato/Regioni. A livello regionale abbiamo lungamente interloquito con la precedente amministrazione e con tutte le amministrazioni provinciali al fine di affermare il principio – per noi essenziale – della difesa dei suoli agricoli.
Siamo ora lieti di notare come le scelte dei Legislatori e delle amministrazioni locali inizino a prendere in autentica considerazione i nostri principi. Purtroppo, però, il Movimento Stop al Consumo di Territorio prende atto della buona volontà e delle buone intenzioni manifestate dalla Regione Piemonte dapprima con l’individuazione dei cosiddetti “criteri ERA” (introdotti con la D.G.R. del 28/9/2008 - relazione programmatica sull’energia) e poi con la cosiddetta “moratoria” per gli impianti fotovoltaici (introdotta dall’art. 27 della L.R. 18/2010) al fine di salvaguardare alcune aree “sensibili e pregevoli” del territorio regionale dalla incontrollata installazione degli impianti fotovoltaici a terra.
Con la Deliberazione di Giunta approvata lo scorso 14 Dicembre (n. 3-1183 e relativo suo allegato), dobbiamo rilevare, invece, che sono stati ribaltati buona parte dei presupposti che avrebbero dovuto portare a conciliare i principi di tutela dell’ambiente, del territorio e del paesaggio con i principi di sviluppo delle energie rinnovabili, peraltro desumibili dai principi costituzionali e dagli indirizzi impartiti dalla Convenzione europea del paesaggio, dal vigente Piano Territoriale Regionale, dal nuovo Piano Territoriale Regionale, dal Piano Paesaggistico e dai Piani Territoriali delle Province.
Nelle premesse della D.G.R., giustamente viene evidenziato che per l’attuazione delle Linee guida statali (D.M. 10/9/2010), le varie Direzioni della Regione Piemonte hanno effettuato la prevista istruttoria, avente ad oggetto la ricognizione delle disposizioni volte alla tutela dell’ambiente, del paesaggio, del patrimonio storico e artistico, delle tradizioni agroalimentari locali, della biodiversità e del paesaggio rurale che identificano gli obiettivi di protezione non compatibili con l’insediamento, in determinate aree degli impianti; in realtà - come si può rilevare dai contenuti dell’allegato alla stessa D.G.R. - si sono disconosciute alcune importanti problematiche sempre più attuali, quali quelle del consumo scriteriato del suolo agricolo fertile e quelle della tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico.
>> Leggi tutto su AltritAsti.it
Pubblicato da: Redazione il 07/01/2011
in: Terra Aria Acqua Fuoco
Tags: dossier ambiente , energia , fotovoltaico , paesaggio , politica, leggi
Editoriale Culture 21: lavoro in ombra
Di Laurana Lajolo
Il titolo lavoro in ombra vuole significare i contenuti della prima e della seconda sezione del numero.
Nella prima sezione Statuto deilavoratori 40 anni dopo. La crisi economica ha cancellato moltissimi posti di lavoro senza che si siano date altre opportunità ai lavoratori in cassa integrazione o licenziati o più precari di prima. D’altro canto la grande imprenditoria cerca di utilizzare la situazione di profonda debolezza del mondo del lavoro per modificare definitivamente i rapporti di forza attraverso la modifica dei contratti e la sospensione dei diritti in fabbrica. La divisione tra i sindacati confederali rende ancora più debole la possibile risposta organizzata.
Leggere la situazione dei lavoratori oggi, a quarant’anni dall’entrata in vigore dello Statuto dei diritti dei lavoratori, fa misurare le difficoltà e lo stato del dibattito all’interno del sindacato. A questo proposito pubblichiamo gli interventi fatti al convegno della Cgil di Asti Dove va il diritto del lavoro del 21 maggio scorso, che propongono opinioni a confronto di giuslavoristi, sindacalisti, magistrati sulla necessità di aggiornare o cambiare lo Statuto dei diritti dei lavoratori. I contributi sono di Giovanni Prezioso, Mario Amerio, NinoRaffone, Piero Ichino, Pier Giovanni Alleva, Gaetano D’Arco, Rita Sanlorenzo.
La discussione è fondamentale: come salvaguardare i diritti del lavoro quando viene a mancare il lavoro?
Mentre si dibatte su argomenti legislativi e normativi, i lavoratori, soprattutto nel campo edile, agricolo e artigianale, continuano ad avere incidenti sul lavoro, spesso mortali, e le grandi fabbriche producono inquinamenti che uccidono non solo gli addetti, ma anche gli abitanti.
Nella seconda sezione Sicurezza del lavoro ci danno molti elementi di informazione e di riflessione i contributi di Raffaele Guariniello e Roberto Zanelli, tratti dal convegno promosso da Tempi di fraternità l’8 giugno scorso sulla sicurezza sui posti di lavoro e sulle misure di prevenzione. Il richiamo al caso Eternit, di cui si sta celebrando il processo a Torino, è d’obbligo e pubblichiamo un articolo che Davide Lajolo scrisse nel 1964, nell’ambito di un inchiesta sul Piemonte comparsa su L’Unità, in cui furono denunciati per la prima volta i danni prodotti dall’amiantoalla salute degli operai e dei cittadini di Casale Monferrato.
Nella terza sezione Festival del paesaggio agrario Elio Archimede e Gianfranco Miroglio riflettono sulle tematiche presentate alla seconda edizione del Festival, svoltosi il 24.25.26 settembre a Rocchetta Tanaro e a Vinchio per celebrare il trentesimo anniversario del Parco naturale. Sono stati ripresi argomenti già trattati nella prima edizione come l’abuso del suolo con una tavola rotonda che ha visto il confronto ad alto livello tra i presidenti nazionali delle associazioni ambientaliste, giornalisti e progettisti di grandi opere. L’attenzione dei singoli incontri è stata focalizzata sul rapporto tra agricoltura e ambiente, determinante per la tutela del paesaggio agrario e della biodiversità, e sulla valorizzazione dei prodotti tipici e di eccellenza, condizione economica essenziale per lo sviluppo dei territori rurali.
La quarta sezione, Architettura nel paesaggio, è in connessione con le due edizioni del Festival perché rappresenta un approfondimento di argomenti studiati l’anno scorso sulla progettualità e sui criteri di inserimento delle costruzioni in zone agricole. Si fa anche riferimento agli impianti di fonti integrative che ormai invadono anche i terreni fertili, aprendo nuovi problemi alla tutela del suolo e del paesaggio. I contributi sono di Fabrizio Gagliardi, Marco Pesce, Mariàngeles Expòsito Peinado, Alessandro Caramellino, Piero Tosoni
In Bacheca Marta Franoso presenta il Museo del Tanaro e delle contadinerie appena inaugurato a Rocchetta Tanaro e Laurana Lajolo ricorda Gianni Rodari a trent’anni dalla morte.
Il Racconto fotograficoFuturo sì indietro no è di Alessandro Berruti e riproduce la manifestazione della Fiom a Roma nel 2009.
>> Vedi l'indice dettagliato nel .pdf allegato
>> Scarica il numero completo da Davidelajolo.it


















Commenti
Non ci sono commenti a questo articolo> Vedi tutti i commenti
> Commenta questo articolo