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Blog di informazione culturale, turistica, paesaggistica e ambientale a cura dell'Associazione Davide Lajolo
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Le straniere di Asti

Pubblicato su La Stampa il 12 febbraio 2011

Le straniere di Asti

Aicha Nourdine

Quando arrivò in Italia, nel 1995, non sapeva né leggere né scrivere. S’impunto e da autodidatta cominciò a imparare l’italiano leggendo e riscrivendo le etichette al supermercato. Aicha Nourdine è cresciuta tra i berberi del deserto marocchino: non ha mai visto un banco di scuola, e laggiù da bambina lavorava la campagna. A 32 anni, vorrebbe iniziare a lavorare sul serio: «Seguo il corso di cucito: non mi dispiacerebbe fare la sarta». Il marito, ambulante del mercato, è d’accordo. L’ha conosciuto quando era già in Italia e hanno quattro figli, tutti maschi da uno a 11 anni. «I due più grandi – racconta Aicha – mi aiutano a studiare l’italiano e mi sgridano quando sbaglio. Sono severissimi, ma anche contenti che la loro mamma abbia deciso d’iniziare a studiare. Per loro, è stato più facile: sono nati e cresciuti qui. Parlano l’arabo, ma l’italiano è la loro lingua».  Prima d’iniziare a lavorare, Aisha vuol crescere i figli: «Aspetterò l’età della scuola, e poi forse farò la sarta. Vorrei un giorno poter comprare una casa per loro». FI. M.

Saida Eddafi

«Da piccola, sognavo di fare la giornalista. Oggi, ho tre figli di uno, sei e dieci anni e vorrei continuare a lavorare con i bambini». Saida Essafi, 27 anni, ha imparato in fretta a parlare l’italiano. Dopo sette anni in Italia, fa ancora fatica a scriverlo, ma è una giovane donna tenace: «Ho cominciato a capirlo guardando i cartoni animati in televisione e poi, ho fatto la badante. Ora non lavoro: ho un bimbo di un anno da crescere. Ma leggo tutto ciò che posso: i cartelli per strada, gli avvisi negli uffici. L’altro giorno, ho stupito delle persone perché leggevo le scritte su un portaombrelli!». E’ nata, cresciuta e si è sposata a Casablanca: «Un giorno mio marito Adil mi disse: “Partiamo per l’Italia. Qui i nostri figli non hanno un futuro”. I miei genitori si arrabbiarono tantissimo». La prima casa in affitto da una signora di Rocca d’Arazzo: «Sono stata fortunata: con Zinetta, la mia ex padrona di casa, sono ancora molto amica». Adil trova lavoro come marmista: «E pazienza se io non son riuscita a far la giornalista. Spero sia il mio primogenito a realizzare il suo sogno: fare lo scienziato». FI. M.


«Macché gelosi, i nostri mariti sono stufi di fare tutto.
Ci dicono: “Imparate l’italiano e andate a lavorare anche un po’ voi”». E’ la più irriverente del gruppo a parlare. Sguardo vispo e battuta sagace ruba sorrisi e consensi alle compagne.
Il velo bacia il loro volto, ma gli occhi brillano di ironia e sogni.
Ne hanno tanti quelle giovani donne. Sono venticinque. Tutte marocchine, tra i 20 e i 32 anni.
Tutte sposate e con almeno due figli.
Vivono ad Asti, a Praia. Chi da più di dieci anni, chi da pochi mesi. Alcune, a scuola, non c’erano mai state, neanche in Marocco. Parlavano poco o male l’italiano. Da ottobre, lo studiano.
E i progressi si vedono ogni giorno: «Alcune vogliono imparare bene la lingua per poter lavorare – dice Nadia Maruf, mediatrice culturale del Comune – altre per inserirsi meglio nella vita della città.

Tutte sono molto motivate: non riuscire a comunicare significa non andare dal medico, non parlare con gli insegnanti dei figli, non riuscire a fare i documenti, non trovare amiche». Andar oltre le frontiere della lingua è l’obiettivo di «Parlando s’impara». E’ il progetto di formazione rivolto alle donne straniere a rischio di emarginazione concertato dalla Prefettura. Solo un esperimento, ma ci credono in tanti: la Provincia che lo ha finanziato  con 11,5 mila euro, mediati dalla consigliera delle Pari opportunità Francesca Ragusa.

Il Comune di Asti che ha aperto la «scuola» del Trovamici di via Monti e creato un asilo, gestito dalla cooperativa «Jokko». Il VI Circolo che con la direttrice Pierpaola Umboschi, ha concesso il laboratorio della Gramsci. La sarta Francesca Barbuscia v’insegna l’arte del cucito. La Croce rossa, che con i suoi volontari, spiega come destreggiarsi tra uffici e servizi. Coordina il medico Antonio Silvestri che in Africa, ha imparato cosa vuol dire vivere lontani da casa. Il Ctp, il centro di formazione per stranieri, che ha imprestato la maestra Floriana Basso.

Anche il Provveditorato ha dato il suo benestare. «E’ un progetto nato sotto una buona stella» racconta Patrizia Maria Binello, assistente sociale della Prefettura, che coordina l’iniziativa con Maria Angela Savoca, traduttrice, ed Elisa Chechile della Cri. Ad aprile, nella giornata contro la violenza sulle donne, Nadia Maruf lanciò l’idea, subito raccolta con entusiasmo da un gruppo al femminile, tra cui c’era anche l’insegnante Maria Rotella. «Tante donne straniere – prosegue Binello – hanno un problema d’integrazione dovuto all’ostacolo della lingua: ci voleva un corso propedeutico a quelli del Ctp, che si occupasse anche delle ragazze analfabete.

Ne parlammo in Commissione Donne, minori e scuola ed è nato così il nostro piccolo asilo della lingua italiana, ispirato alla scuola delle mamme di Milano. E insegnamo a queste donne anche a muoversi nel labirinto di servizi della città». Mentre le mamme sono a scuola, i bimbi più piccoli vengono guardati dalle educatrici della«Jokko» Paola Scarzella ed Elisa Sardi, aiutate dalle volontarie Irene Alchera e Jessica Murdaca. Due volte al mese, c’è il mercoledì creativo con lo yoga e lezioni di ballo di Paola Grillone. Le prime 25 studentesse si «diplomeranno»  fine maggio. In una festa, saranno consegnati diplomi e speranze.

L’iniziativa ha così successo, che è bastato il passaparola per creare una lista d’attesa di oltre 50 donne straniere. Anche il Ctp di Canelli si sta muovendo per far partire le lezioni in autunno. Ad Asti, si lavora già per il bis. La buona volontà c’è, si cercano i finanziatori.

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Le donne libere

Di Laurana Lajolo

Le donne libere

Domani moltissime donne saranno in piazza per ragioni morali e sociali prima che politiche.
Vogliono esprimere che le donne non sono come le spoglia la pubblicità, che non sono merce di piacere per ricchi signori, che non aspirano ad esibirsi quali oggetti sessuali negli spettacoli televisivi. Sono ragazze che cercano (spesso invano) un lavoro adeguato al titolo di studio, sono madri di famiglia che stentano ad arrivare alla fine del mese, sono precarie che svolgono ruoli sociali assolutamente necessari, sono donne che si impegnano nella carriera professionale. Sono donne libere, che non vogliono essere veline e prostitute.
Non vogliono essere pagate, disprezzate e sfruttate. Io appartengo alla generazione cresciuta in una società patriarcale, che ammoniva le donne, considerate esseri intellettualmente inferiori, a rimanere in casa a fare la calza. Eppure proprio quella generazione si è emancipata con lo studio e il lavoro, continuando ad educare i figli e a tenere la casa. Un’altra generazione ha lottato per la liberazione e l’autonomia, che è un patrimonio passato alle ragazze più giovani. Oggi sembra si torni indietro, ma le donne non si lasceranno sopraffare dal mercato del degrado. Accanto a loro ci sono gli uomini che le rispettano, perchè la battaglia per la dignità della persona è impegno comune.

12 febbraio 2011

Pubblicato da: Redazione il 12/02/2011

in: Punti di vista

Tags: costituzione , cultura , diritti , lavoro , politica, leggi , precari

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Prolusione Card. Bagnasco al consiglio CEI

giovani/lavoro, famiglia, politica/educazione, anche con riferimento alle recenti vicende politiche

Prolusione Card. Bagnasco al consiglio CEI

Alleghiamo la prolusione del Card. Bagnasco al consiglio CEI di stamane:
Poniamo particolare attenzione alla nella seconda parte in cui è affrontata la questione giovani/lavoro, famiglia, politica/educazione, anche con riferimento alle recenti vicende politiche.

"... bisogna che il nostro Paese superi, in modo rapido e definitivo, la convulsa fase che vede miscelarsi in modo sempre più minaccioso la debolezza etica con la fibrillazione politica e istituzionale, per la quale i poteri non solo si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni.
Si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci – veri o presunti – di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza, mentre qualcuno si chiede a che  cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine. In tale modo, passando da una situazione abnorme all’altra, è l’equilibrio generale che ne risente in maniera progressiva, nonché l’immagine generale del Paese.
La collettività, infatti, guarda sgomenta gli attori della scena pubblica, e respira un evidente disagio morale. La vita di una democrazia – sappiamo – si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative.
«Muoversi secondo una prospettiva di responsabilità − ammoniva il Papa in occasione dell’ultima Settimana Sociale − comporta la disponibilità ad uscire dalla ricerca del proprio interesse esclusivo per perseguire insieme il bene del Paese» (Benedetto XVI, Messaggio alla 46a Settimana Sociale dei cattolici italiani, 12 ottobre 2010). Come ho già avuto modo di dire, «chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda (cfr art. 54)» (Prolusione al Consiglio Permanente, 21-24 settembre 2009, n. 8).
...  È necessario fermarsi − tutti − in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate, dando ascolto alla voce del Paese che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell’etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro. [pp.11-12]

Segnaliamo inoltre un altro passaggio sul rapporto scuola-società:
 
"Certamente l’istituzione scolastica fa tutto quello che può, specialmente attraverso l’impegno serrato di una moltitudine di docenti e operatori, competenti e generosi. Eppure, questo dispiegamento di disponibilità pare non bastare, tanto è grande e delicata oggi «la sfida educativa». Per questo deve entrare in campo la società nel suo insieme, e dunque con ciascuna delle sue componenti e articolazioni. Se la scuola – come oggi si intende – dev’essere «comunità educante», bisogna convincersi con una maggiore risolutezza che la società nel suo complesso è chiamata ad essere «comunità educante». Affermare ciò, a fronte di determinati «spettacoli», potrebbe apparire patetico o ingenuo, eppure come Vescovi dobbiamo caricarci sulle spalle anche, e soprattutto, questo onere di richiamare ai doveri di fondo, di evidenziare le connessioni, di scoprire i pilastri portanti di una comunità di vita e di destino. Se si ingannano i giovani, se si trasmettono ideali bacati cioè guasti dal di dentro, se li si induce a rincorrere miraggi scintillanti quanto illusori, si finisce per trasmettere un senso distorcente della realtà, si oscura la dignità delle persone, si manipolano le mentalità, si depotenziano le energie del rinnovamento generazionale. È la speranza, pane irrinunciabile sul tavolo dei popoli, a piegarsi e venire meno. Il cuore dei giovani tende − per natura − alla grandezza e alla bellezza, per questo cerca ideali alti: bisogna che essi sappiano che nulla di umanamente valevole si raggiunge senza il senso del dovere, del sacrificio, dell’onestà verso se stessi, della fiducia illuminata verso gli altri, della sincerità che soppesa ogni proposta, scartando insidie e complicità. In una parola, di valori perenni. Gesù è il modello affascinante, l’amico che non tradisce e viene sempre incontro, che prende per mano e riaccende ogni volta la forza sorgiva che sostiene la fiducia verso la realizzazione di sé e la vera felicità. Questo – come adulti e come giovani − abbiamo bisogno di vedere e di sentire sempre, oltre ogni moralismo ma anche oltre ogni libertarismo, l’uno e l’altro spesso dosati secondo le stagioni." (pag.13)

>> Leggi tutto nel .pdf allegato

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Giovani abbandonati - cittadini dimezzati

Di Laurana Lajolo

Giovani abbandonati - cittadini dimezzati

Quando ho saputo che due milioni di giovani in Italia né studiano né lavorano mi sono chiesta che cosa è della loro educazione, dove non interviene né la formazione scolastica né l’apprendimento di un mestiere per forgiare il carattere e dare dignità a una vita.
Mi preoccupa che quella parte consistente di giovani dimenticati e esclusi riceva le forme di educazione dalla società attuale.
I modelli pubblicizzati non sono certo orientanti verso il senso civico e la solidarietà, verso la conoscenza dei propri diritti e dei propri doveri, verso la convivenza civile.
Il culto del denaro e del sesso facile, i vari aspetti i mercificazione, la prevaricazione e la competitività sfrenata, il rifiuto dalle regole, i messaggi volgari di cinema e tv che cosa insegnano a quei giovani che sono emarginati dalle agenzie formative tradizionali?
Come crescono questi figli di nessuno, che hanno troppo tempo libero e troppe poche idee?
Mancano loro gli strumenti conoscitivi e normativi per formarsi un’idea critica, per discernere le informazioni, per esercitare i loro diritti e sono destinati a diventare dei cittadini dimezzati.
Invece avrebbero bisogno di nuovi eroi, non di tronisti e di profittatori, e di veri valori per non rassegnarsi a credere che nella vita vincono sempre la prepotenza, la lascivia, la corruzione.

Pubblicato da: Redazione il 21/01/2011

in: Punti di vista

Tags: diritti , lavoro , povertà

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Il risentimento dei giovani

Di Laurana Lajolo

Il risentimento dei giovani

Per molto tempo si è detto che la flessibilità del lavoro favoriva l’occupazione giovanile e la possibilità di fare diverse esperienze di lavoro e chi parlava di precariato era un retrogrado ancorato al mito del posto fisso e a una concezione statica dei rapporti di lavoro.

La generazione tra i trenta e i quarant’anni è stata umiliata: senza posto, senza ammortizzatori sociali, spesso senza casa e senza figli, costretti a rimanere sempre adolescenti e dipendenti dai genitori.
E’ stato fatto un grave guaio sociale, difficilmente sanabile. 

Oggi gli studenti si oppongono alla dequalificazione della scuola lasciata senza mezzi e senza prospettive, ma in realtà denunciano un malessere politico, sociale e culturale di enormi proporzioni,  arrivando alla critica radicale verso una classe dirigente incapace di individuare e di risolvere i problemi.
L’origine della situazione attuale risale a circa vent’anni fa, quando sono cominciati la marginalizzazione sociale e culturale della scuola come agenzia formativa, la svalutazione delle forme alte di cultura, l’impoverimento della lingua e la precarietà di lavoro è diventata precarietà di vita.
I giovani esprimono con creatività il loro risentimento verso questa società che li deruba del futuro.

Chissà se la nuova generazione dei ventenni ci salverà.

Pubblicato da: Redazione il 19/12/2010

in: Diritti e Rovesci

Tags: costituzione , crisi , cultura , lavoro , politica, leggi , povertà , precari

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Lettera ai ragazzi, di Roberto Saviano

La Repubblica.it 16/12/2010

Lettera ai ragazzi, di Roberto Saviano

CHI LA LANCIATO un sasso alla manifestazione di Roma lo ha lanciato contro i movimenti di donne e uomini che erano in piazza, chi ha assaltato un bancomat lo ha fatto contro coloro che stavano manifestando per dimostrare che vogliono un nuovo paese, una nuova classe politica, nuove idee.
Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi. I caschi, le mazze, i veicoli bruciati, le sciarpe a coprire i visi: tutto questo non appartiene a chi sta cercando in ogni modo di mostrare un'altra Italia.
I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia martedì. Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere. Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.

Scrivo questa lettera ai ragazzi, molti sono miei coetanei, che stanno occupando le università, che stanno manifestando nelle strade d'Italia. Alle persone che hanno in questi giorni fatto cortei pieni di vita, pacifici, democratici, pieni di vita. Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent'anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti. Quei cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati indietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia, disperdono questa carica. La riducono a un calcio, al gioco per alcuni divertente di poter distruggere la città coperti da una sciarpa che li rende irriconoscibili e piagnucolando quando vengono fermati, implorando di chiamare a casa la madre e chiedendo subito scusa.

Così inizia la nuova strategia della tensione, che è sempre la stessa: com'è possibile non riconoscerla?

>> Leggi tutto l'articolo originale su Repubblica.it

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