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Molti sguaiati teatrini

di Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera

Molti sguaiati teatrini
Al convegno di Cernobio al Workshop Ambrosetti sull'economia Ferruccio De Bortoli è stato applaudito per tre minuti dopo il discorso introduttivo tenuto il 4 settembre, di cui riportiamo alcune frasi:
"Nella nostra attualità c'è poco teatro, ci sono molti sguaiati teatrini. C'è troppo avanspettacolo".
Rivolto ai politici ha aggiunto: "Siate semplici e sinceri, o almeno provate ad esserlo. Non raccontateci di un paese che non c'è e non fateci sognare un paese che non ci sarà.
Siamo stanchi di riti e qualche volta abbiamo al sgradevole sensazione di essere presi in giro".
 
(da La Repubblica, 5.09.11)

Pubblicato da: Redazione il 06/09/2011

in: Punti di vista

Tags: cultura , informazione , politica, leggi

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Referendum ad Asti

di Gianfranco Monaca

Referendum ad Asti

L’effetto referendum si sta facendo sentire anche ad Asti, un angolo di questa piccola periferia dell’Impero in cui le maggioranze tradizionalmente sicure di sé si sono trovate improvvisamente in minoranza.

Hanno scoperto che quei “quattro gatti” che “non fanno un cazzo” (chiedo scusa, ho citato uno statista importante come Straquadanio) e che sono “l’Italia peggiore” (citando il ministro Brunetta) si identificano con il 95 (novantacinque) per cento degli elettori.
Le bandiere arcobaleno insieme con quelle azzurre del “SI all’acqua di tutti” e a quelle gialle del “SI allo stop del nucleare”, apparse nelle piccole manifestazioni autoconvocate, nei banchetti per la raccolta delle firme, alle finestre delle “poche teste calde che non hanno altro da pensare” e che si permettono di ostacolare con i loro odiosissimi sit-in la marcia trionfale delle ruspe per la patriottica conquista dell’autorizzazione a procedere nella demolizione del verde pubblico, tutto ciò ha fatto saltare i nervi ai soliti padroni del vapore.
Una cosa inaspettata, poi è stato l’abbinamento fra queste bandiere e il tricolore nazionale, spesso considerato proprietà privata dei professionisti del patriottismo.
Scandalo degli scandali, infine, scoprire che questa “Italia peggiore” qualche volta si trovi d’accordo con le minoranze di associazioni combattentistiche e d’arma da sempre considerate al di sopra di ogni sospetto.
Evidentemente si è aperta una crepa preoccupante e non c’è da stupirsi se i referendum sono visti con scarsa simpatia da quelli che preferiscono la trattativa privata, le conoscenze personali, le influenze lobbistiche, le manovre sottintese.
Quando poi qualche faccendiere d’alto bordo finisce in gattabuia, ecco il complotto delle toghe rosse. Persino l’Altare non garantisce più di sostenere il Trono, e questo è davvero inaudito.
Non funziona più, si è rotta la macchinetta.
Schiere di specialisti si affolleranno ancora attorno al rudere per rianimarlo, ma probabilmente non potranno fare altro che mummificarlo. Ma neppure i mausolei, oggi, hanno vita lunga.

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Quale sviluppo? Intervista al sociologo Luciano Gallino

di Carla Ravioli, Il manifesto

Quale sviluppo? Intervista al sociologo Luciano Gallino

Un capitalismo ecologico (se potesse esistere) allontanerebbe o scongiurerebbe il disastro che è già cominciato?
il manifesto, 24 ottobre 2010

Il neoliberismo divora le risorse della crescita. La politica si fa ancella della finanza. Le sinistre hanno capito ben poco della globalizzazione. E parlare di ambiente a una donna di Haiti è complicato. Ma la crisi ecologica è planetaria e il rilancio dell'economia mondiale la aggraverà

Luciano Gallino, come giudica le politiche seguite da quanti hanno responsabilità pubbliche (industriali, economisti, politici) al fine di superare la crisi. Politiche che di fatto si riassumono in rilancio di produzione e consumi, aumento del Pil, insomma crescita... Una linea che nessuno mette in discussione.
Gli interventi postcrisi sono l'esito di un processo di ristrutturazione dell'economia cominciato con Reagan e Thatcher nei primi anni anni 80, cui hanno contribuito anche governi europei guidati da socialisti: dopo aver fabbricato la crisi, tentano ora di porvi rimedio con metodi tipicamente neoliberali. Ma bisogna fare qualche distinzione. Gli Stati Uniti, motore primo del capitalismo finanziario, da cui è partita la crisi, stanno facendo una politica un po' più progressista dell' Europa: salvando le banche, ma anche contenendo la disoccupazione con forti interventi di stimolo, e destinando decine di miliardi a una politica ecologica. Con tutti i suoi limiti, si tratta pur sempre del primo segno di vita della politica nei confronti della finanza. Mentre la Ue, fedele alla strategia di Lisbona, sta andando in tutt'altra direzione.

Quello che lei mi dice conferma la totale disattenzione del mondo politico nei confronti della crisi ecologica planetaria, e che il rilancio dell'economia mondiale non può che aggravare. Come giudica tutto ciò?
Lo giudico un grosso pericolo. E' come essere su un aereo che sta andando dritto contro una montagna e in cabina non c'è nessuno...

Di recente il Global Footprint Network ha annunciato che è già stata consumata la quantità di natura da potersi usare quest'anno senza squilibrare ulteriormente l'ecosistema. E la data viene anticipata ogni anno... Ma nessuno ci fa caso: seguitano a invocare crescita, dimenticando che (a prescindere dall'aumento di catastrofi) alla crescita può mancare la materia prima...
Ha detto quasi tutto lei. Io ho finito di scrivere un libro sulla crisi come crisi di civiltà, in cui tra l'altro ricordo che l'impronta ecologica dell'economia globale occupa ormai un pianeta virgola tre. Se il Sud del mondo dovesse produrre come l'Occidente, in pochi anni di Terre ce ne vorrebbero due. I responsabili principali sono la fede neoliberale e le pratiche economiche che ne sono derivate. Le dottrine economiche del neoliberalismo parlano di foreste, di mari, di acque, di terreni, ecc. sotto un unico aspetto: la valorizzazione. Uno distrugge mille kmq di foreste pluviali in Indonesia o in Brasile e la considera un'opera di valorizzazione: qualcosa che pareva non servire a nulla diventa materiale da costruzione. Questa dottrina economica è affatto irrazionale, perché non calcola nei passivi la distruzione dei servizi che quella foresta - o quella palude, quell'agro, quel fiume - rendeva: un valore annuo che in media supera di due o tre volte il ricavo della cosiddetta valorizzazione. Con la differenza che quei servizi che erano durevoli sono scomparsi per sempre, mentre la valorizzazione avviene una volta sola.

Ma questo comportamento non attiene alla natura stessa del capitale?
Del capitale senza regole e senza controlli. Ma ci sono stati dei periodi in cui il capitale era ragionevolmente regolato.

Forse perché, come dice Wallerstein, c'erano ancora degli spazi in cui fuggire... Il mondo non era antropizzato, sfruttato come ora.

Questo è indubbio. Oggi, al di fuori della società capitalistica mondiale, non c'è nessuno spazio. Ma ci sono anche altri fattori geopolitici da considerare. Tra il 1945 e il 1980 il capitalismo fu in qualche modo regolato. In diversi paesi europei gli orari di lavoro furono ridotti: in Francia si arrivò alle ferie di cinque settimane. Per molti motivi. Non ultima la presenza di una grande ombra a oriente, che induceva imprenditori, banchieri, politici, a muoversi con cautela. Finito ciò, s'è avuta la controffensiva, mirante a tagliare le conquiste sociali intervenute tra il '60 e l'80. E tutta la legislazione è stata modificata in modo da dare massimo spazio al capitalismo finanziario.

Secondo una politica totalmente identificata con l'economia neoliberista...
Certo, quella vincente. La politica neoliberale è a suo modo una politica totalitaria, persino con connotazioni fideistiche: lo stato deve essere ridotto ai minimi termini. Le strade verso la crisi ecologica globale sono state spianate a colpi di legge da una politica che ritiene prioritaria l'economia. Bisogna recuperare la capacità della politica di imporsi in qualche misura all'economia, in specie alla finanza. Certo con difficoltà enormi: questa realtà è stata messa in piedi già dalla fine degli anni '40.

Quando il problema ambiente ancora non si poneva...
Sì, allora la conquista del dominio dell'economia sulla politica si poneva in termini molto chiari. La globalizzazione è stata uno degli strumenti per costruire un dominio politico e ideologico non meno che economico. E finora è mancata la controffensiva. Soprattutto è scomparso il pensiero critico.

E in tutto ciò il problema ambiente è stato completamente rimosso...
Non direi che è stato rimosso. Gli economisti neoliberali, principali artefici del disastro, in realtà ne erano e ne sono benissimo consapevoli. Soltanto che, finché dura, ci vedono un'occasione di profitto.

Il moltiplicarsi di questi disastri, dovrebbe allarmare questi signori...
Perché mai dovrebbero allarmarsi... La cosa, pensano, capiterà ai pronipoti...

Sta già capitando anche a loro. Con il Golfo del Messico, ad esempio.
Sta di fatto che cercare di convincerli è del tutto inutile, perché la loro forma mentale, il modo in cui calcolano costi e benefici, è strutturato in quella direzione.

Lei mi conferma che l'economia è un sistema completamente autoreferenziale, che ignora la realtà...
Abbia pazienza, attendersi qualcosa di diverso da queste persone è irrazionale da parte nostra. Sono loro i costruttori di questo mondo, che dal loro punto di vista va benissimo. Uno come Warren Buffet, il primo o il secondo uomo più ricco del mondo, alcuni anni fa ha scritto ai suoi azionisti una lettera in cui diceva: «Io non so bene se esiste qualcosa come la lotta di classe, ma se esiste è chiaro che noi siamo i vincitori». Come fai a convincerli... Il problema è che qualcuno a sinistra dovrebbe muoversi, e non soltanto l'1 o il 2 per cento.

Infatti. Non sarebbe il momento per le sinistre di rendersi conto che sfruttamento del lavoro, disoccupazione, precarietà, salari inadeguati, orari insostenibili, sono parte integrante di questa realtà ? Già Marx diceva che la produzione è solo produzione per il capitale. E Napoleoni asseriva che la vita del capitale consiste essenzialmente nella crescita di sé stesso... Sono domande centrali, oggi più di ieri. Le sinistre non dovrebbero vedere l'insostenibilità di questa situazione? In fondo erano nate per battere il capitalismo, poi hanno scelto il riformismo. Forse oggi dovrebbero accorgersi che il riformismo non serve più... Sarebbe il momento buono....
Sì, ma il momento buono cominciava almeno trent'anni fa .....

Sono d'accordo, e non è cominciato... Ma serve continuare così?
Se lei mi chiede una diagnosi, le dico che le sinistre (tranne forse una quota minima della sinistra-sinistra) di quello che è successo nel mondo hanno finora capito ben poco. Perché non c'è nessuna analisi approfondita del processo di globalizzazione, che al tempo stesso è un progetto politico, economico e tecnologico. La globalizzazione per certi aspetti è stato un gigantesco progetto di politiche del lavoro, volte a portare la produzione il più possibile nei paesi dove non solo il lavoro costa meno, ma ci sono meno diritti, il problema ambiente quasi non esiste, i sindacati sono solo sulla carta o poco più. Analisi approfondite, a livello di partito, non ne abbiamo viste. Sono molto più avanti alcuni think tank liberal americani ...

Solo che poi nessuno, nemmeno autori di fama, pensa che si debba, o si possa, superare il capitalismo. Ad esempio Stiglitz, o Krugman: criticano le enormi disuguaglianze ... le condizioni tremende di certi paesi "in via di sviluppo"... Auspicano correzioni ai singoli problemi. Ma nessuno sembra supporre che il capitalismo possa avere una fine.


Senta, se mi mettessero davanti un bottone verde e uno rosso, e mi dicessero "Prema il bottone verde e il capitalismo scompare", io lo premo subito (magari dopo aver chiesto che cosa lo sostituisce). Credo tuttavia che -considerando le forze in campo e la schiacciante vittoria del neoliberismo - il massimo che oggi si possa realisticamente sperare sia un capitalismo ragionevolmente regolato. I rapporti oggi sono tali che appare già una smisurata ambizione tentare di regolare in modo pratico il capitalismo. Partendo dal terreno politico, perché è lì che bisogna intervenire.

Ma assumendo in tutta la sua portata lo squilibrio ecologico non sarebbe possibile proporre un discorso più radicale? E' un azzardo pensarlo?
E' un azzardo perché non ci sono le forze sociali. Perché il proletariato mondiale (2 miliardi e mezzo tre- miliardi di persone) nell'insieme si può anche considerare "una classe in sé". Però c'è un' enorme distanza da colmare perché diventi "una classe per sé". E ' difficile contribuire a colmare questa distanza con persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno... Come si fa a parlare di problemi ambientali a una donna di Haiti che vede i figli morire di fame?

Però adesso in Pachistan c'è un milione e mezzo di persone in fuga dall' alluvione... Dei poveracci che il problema ambiente lo patiscono sulla propria pelle. Sono i poveri che scontano lo squilibrio dell'ecosistema... Non è proprio su questo che la sinistra potrebbe lavorare?
Sì. basta trovare dov'è questa sinistra. E bisognerebbe lavorare, sgobbare, fare un'analisi approfondita, resuscitare il pensiero critico... Ci hanno rinunciato quasi tutti. Ma è vero che la questione della disuguaglianza è tragicamente collegata all'ambiente. Anche se con quelli che non sanno cosa si mangia stasera, di ambiente è difficile discorrere.

Forse sarebbe necessario per un momento mettere da parte i problemi storici delle sinistre - lavoro, salario, casa ... - per affrontare questa aporia di una crescita produttiva illimitata in un mondo che illimitato non è. ... In questa chiave tutte le politiche tradizionali potrebbero essere riviste...
Lei con me sfonda non una porta aperta, ma un cancello. Però occorre considerare che ci troviamo di fronte a formazioni politiche che hanno drammaticamente perso la loro battaglia. D'altronde temo non basti l'esortazione, né la critica più dura. Il loro carattere sociale è stato formato in quel modo e non si può tagliare la testa al soggetto per cambiargliela. Bisogna trovare il modo di mostrargli altre cose, di insegnarli altre cose. Ma per questo mancano i think tank, mancano i politici. Ad esempio, una delle grandi questioni politiche di cui non si parla è che le enormi disuguaglianze esistenti nel mondo sono state un fattore importante sia della crisi finanziaria sia della crisi industriale, e non da ultimo della stessa crisi ecologica. La lotta alle disuguaglianze è la prima da combattere se si vuole che qualcuno ci segua anche sul terreno della politica ambientale.

Forse occorre considerare anche quello che a me pare uno dei guasti più profondi: cioè il fatto che il consumismo, l'identificazione col possesso di oggetti...e quindi la competitività, la corsa al reddito, siano causa di una corruzione mentale gravissima, che comporta poi anche la corruzione spicciola.....
Non c'è dubbio. Penso all'ultimo libro di Benjamin Barber "Consumati", che analizza l'infantilizzazione dei consumatori, addirittura il rimbecillimento, dei giovani soprattutto ma anche degli adulti. Io non parlerei però di corruzione o deformazione, userei termini come carattere sociale, come diceva Erich Fromm, per indicare un carattere molto diverso e magari opposto a quello che noi vorremmo.

E però la consapevolezza di una crisi non solo ecologica non più sopportabile, si va diffondendo, specie tra i giovani... E' gente che, magari duramente criticandole, astenendosi dal voto, fa però riferimento alle sinistre... Non sarebbe questa una base da cui partire?
Io sono scettico su posizioni di questo genere, sostenute peraltro da più d'un autore. A me sembrano una riedizione in piccolo della speranza nel soggetto rivoluzionario che sorge per forza propria. Certo esiste tra un certo numero di persone la consapevolezza del rischio ecologico, ma non basta. Occorre che questa consapevolezza entri nella politica, si faccia politica... e per questo ci vogliono le forze, ci vogliono dei voti, dei parlamentari... Mi pare che siamo ancora lontani da questi traguardi.

BIOGRAFIA
Dalla Olivetti di Ivrea 
ai testi sull'Italia postindustriale

Nato a Torino nel 1927, Luciano Gallino è tra i sociologi del lavoro più autorevoli del paese, avendo contribuito, nel secondo dopoguerra, all'istituzionalizzazione della disciplina. Chiamato a Ivrea da Adriano Olivetti, che aveva incontrato a Torino nell'autunno del 1955, Gallino ha compiuto il proprio apprendistato sociologico tra il 1956 e il 1971, prima come collaboratore dell'Ufficio studi relazioni sociali costituito da Adriano Olivetti, il primo del suo genere in Italia; poi, nel periodo 1960-1971, come direttore del Servizio di ricerche sociologiche e di studi sull'organizzazione (SRSSO), che di quel primo ufficio fu una filiazione diretta. Tra il 1968 e il 1978 è stato direttore dell'Istituto di sociologia di Torino, una delle prime strutture di ricerca in questo ambito disciplinare costituite nell'università italiana. Tra gli ultimi libri pubblicati si possono ricordare: «La scomparsa dell'Italia industriale» nel 2003; «Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità» nel 2007; infine «Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l'economia» nel 2009.

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Via il giornalismo, avanti tutta con l’intrattenimento

Intervista di Alberto Piccinini a Carlo Freccero su Il Manifesto 14.10.2010

Via il giornalismo, avanti tutta con l’intrattenimento

Proponiamo stralci di una interessante intervista rilasciata da Carlo Freccero a Alberto Piccinini de “Il Manifesto” del 14 ottobre perché rappresenta un’analisi molto interessante dell’uso della televisioni a proposito della sanzione a Michele Santoro e la conseguente sospensione della trasmissione “Annovero”

Dice tra l’altro Freccero: Tutte le iniziative berlusconiane non vogliono essere solo restrittive ma produttive di un nuovo ordine. L’editto bulgaro (quello contro Enzo Biagi n.d.r.) viene sempre ricordato come un atto di censura, ma c’è una seconda chiave di lettura, e Berlusconi la ribadisce continuamente con le sue decisioni. Vuole colpire un certo modo di fare televisione: il famoso uso indiscriminato del mezzo televisivo; e allo stesso tempo vuole dettare la linea editoriale del servizio pubblico. Lo fa in negativo, vietando un certo uso della televisione, ma queste decisioni diventano operative dato che indirettamente promuovono altri programmi. Praticamente vieta il giornalismo d’inchiesta a favore dell’intrattenimento: infatti, in diverse occasioni vengono portate ad esempio le reti Mediaste che seguirebbero quest’ultima linea editoriale.

C’è una costante nel pensiero berlusconiano: è buono ciò che è scelto dal popolo ed è avallato dalla maggioranza. Il pensiero critico, essendo per definizione contro la maggioranza, è criminale. E questa regola vale in tutti i campi: la maggioranza, e non il presidente della repubblica, deve scegliere il premier; i giudici, che non sono eletti dal popolo, non possono giudicare chi è eletto dal popolo, ed è perciò la maggioranza col suo voto a stabilire cosìè vero e cos’è falso. E’ una concezione della verità su base plebiscitaria. Questa regola taglia via dal servizio pubblico il giornalismo d’inchiesta e quello politico, vanificando di fatto la possibilità di fare informazione. Perciò esclusa la politica come campo d’indagine, l’informazione non può che rivolgersi al privato nelle due varianti cronaca rosa e nera.

Santoro non appartiene alla linea editoriale che lui ha codificato per le sue reti e per la Rai.

L’informazione non potendo affrontare i temi più consoni che sono politica, economia, controinformazione, si fa rotocalco popolare con processi e gossip secondo il modello di tabloid popolare che è in voga in tutti i paesi anglosassoni.

Pubblicato da: Redazione il 14/10/2010

in: Le mappe del tesoro

Tags: costituzione , cultura , informazione , censura

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Calderoli abolisce il reato di banda armata a fini politici per favorire 36 leghisti

di Antonio Caputo, Giustizia e Libertà

Calderoli abolisce il reato di banda armata a fini politici per favorire 36 leghisti

Dal 9 ottobre 2010 e' stato eliminato dall'ordinamento italiano il reato di banda armata a scopi politici.
Il fatto e' passato nell'indifferenza pressocche' generale, fatta eccezione per quanti hanno  contestato la norma abrogativa  (azionata dal Ministro Calderoli, noto "taglialeggi" della Repubblica) in quanto consentira' a 36 leghisti  "camice verdi" di essere prosciolti in quel di Verona.
Si e' parlato di legge "ad legam" e poco piu',  omettendosi di considerare questioni ben piu' importanti  e anche determinanti per l'ordine costituzionale democratico.

Ammoniva Costantino Mortati che scopo del divieto posto dall'art.18 della Costituzione, concernente "le associazioni che perseguono, anche indirettamente, un fine politico mediante un'organizzazione a carattere militare"  va individuato "nella necessita' di eliminare tutti i fattori di turbamento dell'attivita' politica e in particolare di quelli che "tendono a sostituire alla suggestione delle idee quella della forza".

Tale e' sicuramente  l'effetto prodotto dalle  associazioni paramilitari le quali, imponendo agli aderenti un regime di cieca obbedienza, soffocano il libero dibattito  e, inoltre, per la loro struttura e le loro caratteristiche esteriori, esercitano un'indubbia azione intimidatoria  su tutti i consociati.

Il principio dell'art. 18 della Carta costituzionale ("Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare") ha trovato attuazione,secondo l'indirizzo dell'Assemblea Costituente, con il decreto legislativo n.43 del 14 febbraio 1948 che ha fissato i connotati dell'associazione militare nell'"inquadramento degli associati in corpi, reparti o nuclei, con disciplina e ordinamento gerarchico interno analoghi a quelli militari,con l'eventuale adozione di gradi o uniformi, e con organizzazione atta anche all'impiego collettivo in azioni di violenza o minaccia".
Il divieto, rimosso dal "taglialeggi" opera sulla base della mera idoneita' dell'associazione a turbare  i normali canali di formazione delle convinzioni politiche dei cittadini e non richiedeva necessariamente  anche il ricorso al conflitto armato come strumento di lotta politica, che ricade nelle diverse figure criminose della banda armata  e dell'associazione con finalita' di terrorismo e di eversione: cio' in quanto il divieto e'  funzionale all'eliminazione dello stato di minaccia collettiva che si determina per il mero costituirsi di organizzazioni militari,in spregio al principio sacro di ogni democrazia, per il quale il monopolio dell'uso della forza appartiene alla Stato.
Dal 9 ottobre non e' piu' cosi': e' abrogato il decreto del 48 che, pedissequamente e anche  letteralmente trascrivendo la norma di principio costituzionale , sanzionava "chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici".
E' dunque divenuta  lecita la costituzione delle Brigate Rosse? O di "Ordine Nuovo"?
Commentando il fatto,  il Ministro della Difesa, struttura che verrebbe certamente  vulnerata dalla norma abrogatrice,  aveva affermato che si trattava di un "refuso",al quale sarebbe stato posto rimedio con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di avviso di rettifica.
Ma la Gazzetta Ufficiale del 7 settembre 2010 non ha rettificato nulla.

Se i nostri Parlamentari ci facessero il piacere di occuparsene urgentemente, sarebbe  il mezzo per ripristinare il principio costituzionale - art 1 -  della sovranita' popolare che si  esercita nelle forme e nei limiti della  Costituzione, in primis garantendo  che la competizione politica si svolga pacificamente.

Pubblicato da: Redazione il 01/06/2010

in: Diritti e Rovesci

Tags: costituzione , diritti , informazione , politica, leggi

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INDIFFERENTI

Di Antonio Gramsci da “La città futura”, 1917

INDIFFERENTI

Antonio Gramsci scrive a 26 anni questo articolo, durante la prima guerra mondiale, per il numero unico de “La città futura”, mentre collabora alla redazione torinese dell’”Avanti!. Nel 1919 fonda a Torino il movimento dei Consigli di fabbrica e “L’Ordine nuovo”, giornale costruito con gli operai torinesi.
Partecipa nel 1921 alla fondazione del Partito comunista d’Italia, di cui diventa segretario nel 1924.
Con le leggi speciali del 1926 viene arrestato e condannato due anni dopo dal Tribunale speciale del regime fascista a 20 anni per reati politici. Muore nel 1937, rifiutando di chiedere la grazia.

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e partigiano. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia.Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità, è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza.

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perchè non si preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora  sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi era stato indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano col proposito di procurare quel tal bene che si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze.

Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiare nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti.

Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò, che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.

E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perchè non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano, Perché odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Pubblicato da: Redazione il 19/02/2010

in: Le mappe del tesoro

Tags: costituzione , cultura , diritti , informazione , politica, leggi

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