Quesiti astrusi, ma sostanza chiara
Di Laurana Lajolo
Il primo articolo della Costituzione ci dice che il popolo non è un gregge che segue il montone-capo, come lo evocano alcuni politici, ma è formato dall’insieme dei cittadini.
Nelle ultime elezioni gli elettori hanno mandato messaggi molto importanti ai rappresentanti politici e hanno indicato la necessità di cambiare il modo di fare politica.
Questo mi sembra il risultato più importante: una nuova manifestazione di cittadinanza, di partecipazione popolare e un nuovo protagonismo giovanile. Tra pochi giorni tutti i cittadini italiani hanno il diritto, ma anche il dovere civico, di votare sul nucleare e sull’acqua pubblica, quesiti essenziali per la vita nostra e dei nostri figli, oltre che sul legittimo impedimento per chi governa così da rinviare il giudizio penale. Come si fa oggi decidere di costruire ancora centrali nucleari dopo disastri terribili e enormi irrimediabili?
Come si può lasciare che gestori privati facciano i loro affari con l’acqua, bene pubblico per eccellenza?
Come si può contraddire l’art. 3 della Costituzione che dice che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge?
I quesiti sono scritti in termini astrusi, ma la loro sostanza è molto chiara e spetta ai cittadini decidere di cambiare i provvedimenti approvati dal Parlamento per evitare gravi conseguenze per noi e i nostri figli.
Pubblicato da: Redazione il 08/06/2011
in: Punti di vista
Tags: acqua , costituzione , crisi , diritti , energia , politica, leggi
Giancarlo Caselli - considerazioni sull'Italia di oggi
Il Procuratore della Repubblica di Torino ha ricevuto il Premio Davide Lajolo - Il Ramarro" a Vinchio (AT) il 28 maggio 2011
Pubblicato da: Redazione il 02/06/2011
in: Punti di vista
Tags: culture/incontri , diritti , festival del paesaggio agrario , politica, leggi
LA SCUOLA PUBBLICA artt. 33 e 34 della Costituzione
di Piero Calamandrei, 1950 - testo inviato da Giustizia e Libertà
"Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." Piero Calamandrei
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950
Pubblicato da: Redazione il 06/03/2011
in: Le mappe del tesoro
Tags: costituzione , diritti , politica, leggi , scuola dimezzata
Le straniere di Asti
Pubblicato su La Stampa il 12 febbraio 2011
Aicha Nourdine
Quando arrivò in Italia, nel 1995, non sapeva né leggere né scrivere. S’impunto e da autodidatta cominciò a imparare l’italiano leggendo e riscrivendo le etichette al supermercato. Aicha Nourdine è cresciuta tra i berberi del deserto marocchino: non ha mai visto un banco di scuola, e laggiù da bambina lavorava la campagna. A 32 anni, vorrebbe iniziare a lavorare sul serio: «Seguo il corso di cucito: non mi dispiacerebbe fare la sarta». Il marito, ambulante del mercato, è d’accordo. L’ha conosciuto quando era già in Italia e hanno quattro figli, tutti maschi da uno a 11 anni. «I due più grandi – racconta Aicha – mi aiutano a studiare l’italiano e mi sgridano quando sbaglio. Sono severissimi, ma anche contenti che la loro mamma abbia deciso d’iniziare a studiare. Per loro, è stato più facile: sono nati e cresciuti qui. Parlano l’arabo, ma l’italiano è la loro lingua». Prima d’iniziare a lavorare, Aisha vuol crescere i figli: «Aspetterò l’età della scuola, e poi forse farò la sarta. Vorrei un giorno poter comprare una casa per loro». FI. M.
Saida Eddafi
«Da piccola, sognavo di fare la giornalista. Oggi, ho tre figli di uno, sei e dieci anni e vorrei continuare a lavorare con i bambini». Saida Essafi, 27 anni, ha imparato in fretta a parlare l’italiano. Dopo sette anni in Italia, fa ancora fatica a scriverlo, ma è una giovane donna tenace: «Ho cominciato a capirlo guardando i cartoni animati in televisione e poi, ho fatto la badante. Ora non lavoro: ho un bimbo di un anno da crescere. Ma leggo tutto ciò che posso: i cartelli per strada, gli avvisi negli uffici. L’altro giorno, ho stupito delle persone perché leggevo le scritte su un portaombrelli!». E’ nata, cresciuta e si è sposata a Casablanca: «Un giorno mio marito Adil mi disse: “Partiamo per l’Italia. Qui i nostri figli non hanno un futuro”. I miei genitori si arrabbiarono tantissimo». La prima casa in affitto da una signora di Rocca d’Arazzo: «Sono stata fortunata: con Zinetta, la mia ex padrona di casa, sono ancora molto amica». Adil trova lavoro come marmista: «E pazienza se io non son riuscita a far la giornalista. Spero sia il mio primogenito a realizzare il suo sogno: fare lo scienziato». FI. M.
«Macché gelosi, i nostri mariti sono stufi di fare tutto.
Ci dicono: “Imparate l’italiano e andate a lavorare anche un po’ voi”». E’ la più irriverente del gruppo a parlare. Sguardo vispo e battuta sagace ruba sorrisi e consensi alle compagne.
Il velo bacia il loro volto, ma gli occhi brillano di ironia e sogni.
Ne hanno tanti quelle giovani donne. Sono venticinque. Tutte marocchine, tra i 20 e i 32 anni.
Tutte sposate e con almeno due figli.
Vivono ad Asti, a Praia. Chi da più di dieci anni, chi da pochi mesi. Alcune, a scuola, non c’erano mai state, neanche in Marocco. Parlavano poco o male l’italiano. Da ottobre, lo studiano.
E i progressi si vedono ogni giorno: «Alcune vogliono imparare bene la lingua per poter lavorare – dice Nadia Maruf, mediatrice culturale del Comune – altre per inserirsi meglio nella vita della città.
Tutte sono molto motivate: non riuscire a comunicare significa non andare dal medico, non parlare con gli insegnanti dei figli, non riuscire a fare i documenti, non trovare amiche». Andar oltre le frontiere della lingua è l’obiettivo di «Parlando s’impara». E’ il progetto di formazione rivolto alle donne straniere a rischio di emarginazione concertato dalla Prefettura. Solo un esperimento, ma ci credono in tanti: la Provincia che lo ha finanziato con 11,5 mila euro, mediati dalla consigliera delle Pari opportunità Francesca Ragusa.
Il Comune di Asti che ha aperto la «scuola» del Trovamici di via Monti e creato un asilo, gestito dalla cooperativa «Jokko». Il VI Circolo che con la direttrice Pierpaola Umboschi, ha concesso il laboratorio della Gramsci. La sarta Francesca Barbuscia v’insegna l’arte del cucito. La Croce rossa, che con i suoi volontari, spiega come destreggiarsi tra uffici e servizi. Coordina il medico Antonio Silvestri che in Africa, ha imparato cosa vuol dire vivere lontani da casa. Il Ctp, il centro di formazione per stranieri, che ha imprestato la maestra Floriana Basso.
Anche il Provveditorato ha dato il suo benestare. «E’ un progetto nato sotto una buona stella» racconta Patrizia Maria Binello, assistente sociale della Prefettura, che coordina l’iniziativa con Maria Angela Savoca, traduttrice, ed Elisa Chechile della Cri. Ad aprile, nella giornata contro la violenza sulle donne, Nadia Maruf lanciò l’idea, subito raccolta con entusiasmo da un gruppo al femminile, tra cui c’era anche l’insegnante Maria Rotella. «Tante donne straniere – prosegue Binello – hanno un problema d’integrazione dovuto all’ostacolo della lingua: ci voleva un corso propedeutico a quelli del Ctp, che si occupasse anche delle ragazze analfabete.
Ne parlammo in Commissione Donne, minori e scuola ed è nato così il nostro piccolo asilo della lingua italiana, ispirato alla scuola delle mamme di Milano. E insegnamo a queste donne anche a muoversi nel labirinto di servizi della città». Mentre le mamme sono a scuola, i bimbi più piccoli vengono guardati dalle educatrici della«Jokko» Paola Scarzella ed Elisa Sardi, aiutate dalle volontarie Irene Alchera e Jessica Murdaca. Due volte al mese, c’è il mercoledì creativo con lo yoga e lezioni di ballo di Paola Grillone. Le prime 25 studentesse si «diplomeranno» fine maggio. In una festa, saranno consegnati diplomi e speranze.
L’iniziativa ha così successo, che è bastato il passaparola per creare una lista d’attesa di oltre 50 donne straniere. Anche il Ctp di Canelli si sta muovendo per far partire le lezioni in autunno. Ad Asti, si lavora già per il bis. La buona volontà c’è, si cercano i finanziatori.
Pubblicato da: Fiammetta Mussio il 18/02/2011
in: Nuovomondo
Tags: accolti o respinti , diritti , lavoro , politica, leggi , povertà , razzismo
Le donne libere
Di Laurana Lajolo
Domani moltissime donne saranno in piazza per ragioni morali e sociali prima che politiche.
Vogliono esprimere che le donne non sono come le spoglia la pubblicità, che non sono merce di piacere per ricchi signori, che non aspirano ad esibirsi quali oggetti sessuali negli spettacoli televisivi. Sono ragazze che cercano (spesso invano) un lavoro adeguato al titolo di studio, sono madri di famiglia che stentano ad arrivare alla fine del mese, sono precarie che svolgono ruoli sociali assolutamente necessari, sono donne che si impegnano nella carriera professionale. Sono donne libere, che non vogliono essere veline e prostitute.
Non vogliono essere pagate, disprezzate e sfruttate. Io appartengo alla generazione cresciuta in una società patriarcale, che ammoniva le donne, considerate esseri intellettualmente inferiori, a rimanere in casa a fare la calza. Eppure proprio quella generazione si è emancipata con lo studio e il lavoro, continuando ad educare i figli e a tenere la casa. Un’altra generazione ha lottato per la liberazione e l’autonomia, che è un patrimonio passato alle ragazze più giovani. Oggi sembra si torni indietro, ma le donne non si lasceranno sopraffare dal mercato del degrado. Accanto a loro ci sono gli uomini che le rispettano, perchè la battaglia per la dignità della persona è impegno comune.
12 febbraio 2011
Pubblicato da: Redazione il 12/02/2011
in: Punti di vista
Tags: costituzione , cultura , diritti , lavoro , politica, leggi , precari
Il testo della lettera del presidente Napolitano a Berlusconi «Decreto irricevibile, comportamento scorretto»
«Non ci sono le condizioni per l'emanazione, coinvolgere nell'attuazione Parlamento, Regioni ed Enti locali»
«Devo subito rilevare che non sussistono le condizioni per procedere alla richiesta emanazione, non essendosi con tutta evidenza perfezionato il procedimento per l'esercizio della delega previsto dall'art. 2, commi 3 e 4, della legge n. 42 del 2009: sono pertanto costretto a non ricevere il decreto approvato dal Governo, a garanzia della legittimità di un provvedimento di così grande rilevanza». «Infatti mi risulta che il testo è diverso da quello originariamente approvato dal Governo e trasmesso alla Conferenza unificata e alle Camere ai sensi e per gli effetti delle disposizioni richiamate ed è identico alla proposta di parere favorevole condizionato formulata dal Presidente della Commissione bicamerale: proposta che è stata respinta dalla stessa Commissione ai sensi delle norme stabilite dai Regolamenti parlamentari allorchè su di una proposta si registri parità di voti e dello stesso art. 7, comma 1, del Regolamento interno della Commissione bicamerale. Nè tale pronunciamento può evidentemente assimilarsi ad una mancanza di parere. Su quel testo la Commissione bilancio della Camera ha successivamente deliberato all'unanimità di non esprimersi proprio perchè lo ha considerato «superato» per gli stessi motivi.
Infine il Governo deve ottemperare all'obbligo previsto dall'ultimo periodo del comma 4 dell'art. 2 della legge delega di esporre sia alle Camere sia alla Conferenza unificata le ragioni per le quali ha ritenuto di procedere in difformità dai suindicati orientamenti parlamentari e senza aver conseguito l'intesa nella stessa Conferenza, come risulta dal verbale in data 28 ottobre 2010». «Tanto premesso sul piano strettamente procedimentale, sento il dovere di richiamare l'attenzione del Governo sulla necessità di un pieno coinvolgimento del Parlamento, delle Regioni e degli Enti locali nel complesso procedimento di attuazione del federalismo fiscale. La rilevanza e delicatezza delle conseguenze che ne deriveranno sull'impiego delle risorse pubbliche e in particolare sull'assetto definitivo del sistema delle autonomie delineato dal nuovo titolo V della Costituzione suggerisce infatti un clima di larga condivisione, così come si è del resto verificato in occasione della approvazione della legge n. 42 del 2009 e della emanazione dei tre precedenti decreti delegati. E di ciò ho avuto modo di dare più volte pubblicamente atto, ritenendolo il metodo più corretto ed utile per l'attuazione di una così importante riforma costituzionale. Se in questo caso non c'è stata condivisione sul piano sostanziale, più che opportuno resta evitare una rottura anche sul piano procedimentale, per violazione di puntuali disposizioni della legge». «Né posso sottacere che non giova ad un corretto svolgimento dei rapporti istituzionali la convocazione straordinaria di una riunione del Governo senza la fissazione dell'ordine del giorno e senza averne preventivamente informato il Presidente della Repubblica, tanto meno consultandolo sull'intendimento di procedere all'approvazione definitiva del decreto legislativo. Sono certo che ella comprenderà lo spirito che anima queste mie osservazioni e considerazioni». (fonte: Ansa) 4.2.2011


















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