Elogio del moralismo
invito alla lettura del libro di stefano Rodotà
Con questo titolo un pò provocatorio è stato pubblicato recentemente un agile libretto di riflessioni politico-giuridico-sociali di Stefano Rodotà (Laterza, ottobre 2011).
La lettura, peraltro agevole grazie allo stile chiaro ed essenziale e anche piacevole malgrado l’estrema serietà dell’argomento, sembra sommamente opportuna, particolarmente in questi tempi duri in cui alla crisi dell’economia globale si sommano i pericoli indotti di degrado della vita pubblica, di riduzione degli spazi democratici, di sommovimenti sociali, di violenze razziste, di crescita degli inquinamenti mafiosi, di “prevalenza del cretino” e di altre disgrazie.
L’autore usa il termine moralismo, e non quello di moralità, eticità e simili, apparentemente più chiari e inequivoci, a ragion veduta (anche se nelle ultime pagine compare l’espressione “etica pubblica”).
E’ noto infatti che già da molti anni in alcuni settori, peraltro molto rilevanti, della politica e della società civile, al vocabolo è stato attribuito un significato negativo per indicare atteggiamenti ideologici e comportamenti pratici asseriti da un lato non più all’altezza dei tempi moderni e dall’altro dannosamente “predicatori”, definizione questa dai sensi polivalenti che spaziano dall’allusione al semplice rompiscatole, al pedante, al bacchettone sino a quella, decisamente calunniosa nell’intenzione, sintetizzata nel vecchio proverbio “predicare bene e razzolare male”.
Ma Rodotà chiarisce subito che si tratta di una distorsione di senso priva di qualsiasi fondamento (se non quello di coprire intenti e comportamenti non commendevoli, per non dire peggio) e che è necessario tornare al significato originario, quello assegnatogli dall’opera dei pensatori dei secoli passati (La Rochefoucauld, tanto per fare qualche esempio, o anche Mazzini, per restare a casa nostra): la necessità che l’azione dell’uomo, e soprattutto l’azione dell’uomo “pubblico” (politico, grand commis, funzionario, magistrato, sindaco, dirigente di azienda, responsabile di istituto finanziario, banchiere, giornalista), sia sempre improntata a una serie di principi morali generalmente riconosciuti anche se non sempre tradotti in norme di legge o di regolamento.
Moralità privata ma soprattutto moralità pubblica: sotto pena in difetto dello scollamento e poi del disfacimento sociale, moderna versione del bellum omnium contra omnes di cui parla certo Tommaso Hobbes. E chi ricorda e sostiene questi principi è appunto un moralista in senso proprio, checché ne pensino e ne dicano gli “uomini del fare” rispolveratori del vecchio contrabbandato per nuovo magari anche col conforto di qualche alto prelato esortante a “contestualizzare”. “La parola moralista”, è l’esordio chiarificatore, “mi piace perché richiama non una moralità passiva, compiaciuta, contemplativa e consolatoria, ma un’attitudine critica da non abbandonare, una tensione continua verso la realtà, il rifiuto di uno storicismo da quattro soldi che, riducendo a formula abusiva l’hegeliano “tutto ciò che è reale è razionale”, spalma di acquiescenza qualsiasi comportamento pubblico e privato…; il moralista diffida di Machiavelli quando Il Principe viene pubblicato con prefazioni di Benito Mussolini o di Bettino Craxi o di Silvio Berlusconi”. E con tale premessa è già evidente il tema del libro, oltre che il vero significato della parola.
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Pubblicato da: Redazione il 11/01/2012
in: Punti di vista
Tags: crisi , cultura
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Facciamoci gli auguri
Di Laurana Lajolo
Facciamoci gli auguri, ne abbiamo bisogno tutti in modo più significativo che in altri periodi dopo un anno difficile e il prossimo che non si prospetta facile.
Dopo gli anni delle vacche grasse del consumismo e della spesa senza limiti ora sono arrivati quelli delle vacche magre e tutto si è ristretto come la nostra disponibilità di denaro nel portafogli. Qualcuno dice che gli italiani tirano fuori straordinarie risorse proprio nei momenti cruciali, bene è ora di dimostrare che siamo un popolo capace di reagire, ma abbiamo bisogno di una classe dirigente all’altezza che sappia modificare il corso degli eventi. I giovani è come se attraversassero un tempo di guerra con mille incertezze nel presente e nel futuro, perché per troppo tempo ci si è dimenticati dei loro diritti e delle loro aspettative e sono sfruttati da un precariato selvaggio.
Ci sono molti adulti delusi in questa fine d’anno con il pensionamento che si allontana, con nuove spese, con meno servizi. Facciamoci, dunque, gli auguri più tradizionali: buona salute, un lavoro, serenità, e sarebbe già molto, ma abbiamo soprattutto bisogno di speranza e di volontà di invertire la rotta senza delegare a economisti, politici di professione, banchieri il nostro destino e cercando strade di partecipazione per rinnovare politica e democrazia.
2008-2011 - Tre anni contro la Costituzione- Osservatorio dei diritti perduti
(a cura di Olga Piscitelli per l'associazione Libertà e Giustizia)
Un breve ma istruttivo ripasso di quanto è successo in questi ultimi tre anni a proposito di Costituzione e politica italiana utile a non confonderci.
L’ultimo governo Prodi ha fatto ricorso alla fiducia, nello stesso lasso di tempo, 17 volte.
Questo governo è andato sotto per 94 volte; potevano essere di più, ma l'assenza delle opposizioni è stata determinante nel 35% delle votazioni.
Le sedute sono tante: 535 per i deputati nell'arco della XVI legislatura. Ma il Parlamento è paralizzato: riforme annunciate che non vedranno mai la luce, come l'obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, cancellato dal calendario di novembre; mozioni (539), risoluzioni (96), atti d' indirizzo. Aumentano le ordinanze della protezione civile che dal 2001, da quando Guido Bertolaso è ai vertici e fino alle sue dimissioni, sono quasi un migliaio. Tra il '94 e il 2001 ne vennero adottate solo 7.
I casi? Dal terremoto a l'Aquila, agli zingari, ai Giochi del Mediterraneo. Dal 2008, per decreto, queste ordinanze non hanno neppure bisogno del controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti.
Pubblicato da: Redazione il 16/11/2011
in: Diritti e Rovesci
Tags: costituzione , crisi , politica, leggi
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Contro la crisi, insieme
di Beppe Amico - direttore Caritas diocesana
Giovedì 27 Ottobre a Roma e in contemporanea in molte città italiane tra cui Asti, verrà presentato il XXI Rapporto sull’immigrazione curato da Caritas e Migrantes. I dati statistici, nel Dossier, costituiscono il filo rosso delle riflessioni sull’immigrazione e, secondo la Caritas e la Fondazione Migrantes, consentono di mostrare come il fenomeno della mobilità possa andare di pari passo con la solidarietà. Lo slogan di quest’anno è estremamente significativo: “Oltre la crisi, insieme”. Il 17 ottobre scorso è stato presentato a Roma l’XI rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia dal titolo “Poveri di diritti” dal quale è emerso l’impoverimento nel nostro Paese da parte di molte famiglie italiane e straniere. La crisi c’è e si sente. La riduzione o la mancanza di lavoro ha messo in ginocchio molti padri di famiglia, nega il futuro a molti giovani e ha gettato in gravi difficoltà, anche dal punto di vista della regolarità del soggiorno in Italia, molti immigrati. E’ con la consapevolezza di questo scenario che è stato coniato lo slogan del dossier. Il rapporto di oltre 500 pagine , approfondisce a partire dall’anniversario dei 150 anni dell’Italia unita, le relazioni che intercorrono tra l’immigrazione, da una parte, e la demografia, l’economia, la giustizia e la coesione sociale dall’altra.
La presentazione ad Asti, è fissata per giovedì 27 Ottobre alle ore 17.00 al Polo Universitario di Asti, Area Fabrizio De Andrè.
Il dott. Alessandro Bergamaschi, cuneese, ricercatore all’Universitè di Nice-Sophia-Antipolis, da anni collaboratore di Caritas Italiana nella stesura del dossier, illustrerà i tratti salienti del rapporto. Seguiranno gli interventi del dott. Andrea Pirni, Università degli Studi di Genova e del dott. Paolo Parra Saiani, Università del Piemonte Orientale – Polo universitario di Asti che illustreranno i risultati di un’indagine pilota dal titolo “L’imprenditoria straniera. L’altro lato dell’immigrazione – Il caso di Asti”. La ricerca, realizzata con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, è stata seguita dall’Osservatorio delle povertà e delle risorse della Caritas diocesana e commissionata al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Genova e al Dipartimento di Ricerca sociale dell’Università del Piemonte orientale. Lo scopo è quello di conoscere ed evidenziare il contributo al tessuto imprenditoriale locale da parte della popolazione straniera.
In conclusione verrà fornito da parte della Caritas Diocesana un breve aggiornamento sull’accoglienza profughi a seguito dell’emergenza umanitaria Nord Africa.
All'incontro parteciperà Mons Ravinale Francesco.
Come è finito l'Uomo Onnipotente
Di Laurana Lajolo
Se fosse ancora il tempo in cui si raccontassero le favole, la triste e grottesca decadenza di Berlusconi sarebbe presa come esempio per giungere a una morale educativa per i bambini.
L’uomo che è apparso onnipotente, ricco fino alla nausea, capitano d’industria onnivoro, dongiovanni e amatore di un numero infinito donne (basta pagare), eternamente giovane e baldanzoso, capo di governo e amico di molti leaders stranieri sembra avere avuto tutto dalla vita.
L’uomo che ha plasmato con le televisioni, i giornali e con il suo stesso modello di vita la mentalità di qualche generazione illudendo i giovani che tutto è facile, basta volerlo, che i soldi sono la vera misura dell’uomo e quello che conta è il successo in tv e sulle copertine dei giornali, è ora finito sommerso dallo strame delle sue azioni.
Si dibatte scompostamente per difendersi dai suoi nemici (sono nemici tutti quelli che non la pensano come lui), è ossessionato dai tribunali, è pressato dai ricattatori e via via diventa sempre più ridicolo. Persino i suoi amici più servili sono in imbarazzo a difenderlo. Nessuno lo protegge da se stesso; questo uomo, che si credeva e faceva credere di essere onnipotente, è solo nel suo delirio di non lasciare la scena. Tenta di resistere, non si sa per quanto, per non prendere atto del fallimento della sua esistenza.
Se si raccontassero ancora le favole, questa sarebbe una favola edificante di come nessuno è potente se non segue la retta via. Troppo facile? Troppo retorico? Può darsi, ma sta avvenendo questo: Berlusconi è distrutto dai suoi comportamenti, è ingiustificabile e persino irriconoscibile visto che anche il suo corpo tradisce il fallimento, che, si badi bene, non è la vecchiaia, fatto del tutto naturale e irreversibile, ma il disfacimento di una maschera fittizia di impossibile giovinezza. Povero Berlusconi: vedete giovani cosa accade se seguite il suo esempio.
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Ci sono 1 commenti a questo articolo(Ultimo 27/09/2011 ore 16:01)
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Imposta patrimoniale? Qualche osservazione sul versante delle entrate.
Di Emilio Giribaldi, presidente del Comitato per la Costituzione
Da uno studio del Dipartimento delle Finanze e Agenzia del territorio riferito al 2008 operato con incrocio tra le banche dati del Catasto e dell’Amministrazione finanziaria risulta che il valore di mercato del patrimonio nazionale immobiliare residenziale (escluso dunque quello di altra natura, come industriale, alberghiero etc.) ammonta a circa 6200 miliardi di euro.
Altro studio ha accertato che più del 70 per cento delle famiglie italiane vive in casa di proprietà.
Come qualcuno ha già osservato, il mattone non si può esportare nei paradisi fiscali per sottrarlo alla tassazione.
Ipotizzando una imposta patrimoniale riferita esclusivamente agli immobili residenziali, non una tantum ma protratta per tre-quattro anni per fine di lotta all’emergenza, applicando un’aliquota del 2 per mille si otterrebbe un gettito teorico di oltre 12 miliardi di euro annui. Per fare qualche esempio, un appartamento del valore di 500.000 euro pagherebbe 1000 euro all’anno, un alloggio del valore di 250.000 euro, che possiamo considerare quasi popolare, ne pagherebbe 500. Non è certamente poco, ma sempre meno (a far bene i conti) e soprattutto meglio, che la somma della serie di balzelli espliciti, occulti o indecenti escogitati da un governo che, anche per dichiarazione arrogante e irresponsabile di qualche suo sostenitore, non intende tassare i ricchi e vuol far pagare i soliti noti, e cioè quelli che hanno reddito fisso da stipendio o pensione e che dichiarano gli altri proventi, nonché i consumatori attraverso aumenti dell’IVA e altre imposte indirette. L’imposta, per ragioni pratiche, colpirebbe anche i patrimoni immobiliari modesti, salva l’ipotesi di una modica franchigia o esenzione da attuarsi con la massima attenzione al fine di evitare frodi, ma da un lato concreterebbe il principio di solidarietà nazionale (“sacrifici per tutti”) contro la crisi e dall’altro consentirebbe di realizzare se non la progressività impositiva di cui all’articolo 53 della Costituzione almeno una certa proporzionalità.
Aggiungiamo il valore di mercato degli immobili non residenziali e di quelli che godono di esenzioni ingiustificate (come gli alberghi e gli ostelli di enti religiosi), al momento non noto ma sicuramente ingentissimo, e possiamo concludere per un gettito annuo certo di almeno venti miliardi di euro.
Ovviamente, con un’aliquota del solo 1 per mille, l’onere (certamente sostenibile senza forti sacrifici) e il gettito sarebbero dimezzati; ma il secondo si manterrebbe sempre intorno alla rispettabile cifra annua di una decina di miliardi di euro. Altro che andare a raspare qualcosa a spese di chi ha già sborsato fior di soldi per riscattare il servizio militare e gli studi universitari, secondo la geniale trovata di quel ministro che vorrebbe anche smontare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori!
La tassazione dei cosiddetti grandi patrimoni immobiliari sarebbe teoricamente ottima cosa perché realizzerebbe anche il principio di progressività; tuttavia non solo è difficile calcolarne il gettito ma essa potrebbe essere elusa in tutto o in parte con intestazioni fittizie o conferimenti a società di comodo.
Se poi il calcolo venisse effettuato, per rapidità e immediatezza, con riferimento ai valori catastali, e cioè seguendo lo schema e la procedura dell’imposta comunale sugli immobili, basta pensare al fatto che la sola abolizione integrale dell’ICI (che è una specie di patrimoniale) sulla prima casa decisa nel 2008 da Berlusconi e dall’allora fido Tremonti per motivi esclusivamente elettorali ha provocato, secondo calcoli attendibili, una perdita per i Comuni di circa tre miliardi di euro rispetto al gettito che essa avrebbe dato vigendo l’esenzione parziale (decisa dal Governo Prodi, e che consentiva al proprietario di una casa modesta di cavarsela con poche decine di euro), per concludere che anche adottando tale sistema semplice e sicuro non si sarebbe lontano dal gettito sopra indicato (va tenuto presente che l’imposta graverebbe sui fabbricati, sulle aree fabbricabili e sui terreni agricoli “a qualsiasi uso destinati” come prevede l’articolo 1 della legge sull’ICI).
In altri termini, quell’uno o due per mille equivarrebbe a un non ingente aumento dell’aliquota ICI attualmente in vigore, e il provento potrebbe essere equamente ripartito tra i comuni e lo stato.
Alla prevedibile obbiezione secondo cui l’imposta deprimerebbe il mercato immobiliare e l’industria delle costruzioni si potrebbe rispondere: primo, che a giudicare dai prezzi pazzeschi di cui si sente parlare non pare che il mercato sia molto suscettibile di depressione; secondo, che se l’industria edilizia continua a consumare annualmente con nuovi palazzi e grattacieli migliaia e migliaia di ettari di territorio sottraendolo all’agricoltura e alla vegetazione, forse una piccola frenata non guasterebbe; terzo, che dall’imposta potrebbero essere esentati totalmente o parzialmente gli edifici già esistenti e in ristrutturazione (documentata rigorosamente) spostando così l’attività edilizia dalla distruzione dell’ambiente al recupero dell’esistente.
Se, infine, l’imposta fosse estesa, come sarebbe doveroso, ai patrimoni mobiliari di una certa consistenza e alle rendite e se la lotta all’evasione fiscale fosse decisa non a parole ma con fatti concreti e dai risultati immediati (tracciabilità dei pagamenti, controlli incrociati, etc.), gran parte della cosiddetta manovra potrebbe essere attuata, sul versante delle entrate, senza particolari riflessi negativi sull’attività produttiva e sull’occupazione.


















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