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2008-2011 - Tre anni contro la Costituzione- Osservatorio dei diritti perduti

(a cura di Olga Piscitelli per l'associazione Libertà e Giustizia)

2008-2011 - Tre anni contro la Costituzione- Osservatorio dei diritti perduti

Un breve ma istruttivo ripasso di quanto è successo in questi ultimi tre anni a proposito di Costituzione e politica italiana utile a non confonderci.

Soltanto 42 leggi di iniziativa parlamentare approvate in questa legislatura. Ma tra aprile e ottobre 2011 se ne conta soltanto una. Quanto a decreti legge, questo governo viaggia con una media di due al mese; i decreti legislativi sono 143, in media 4 al mese. Brilla per velocità di approvazione solo il Lodo Alfano, licenziato dalle Camere in 4 settimane. Con la fiducia del 14 ottobre 2011, si raggiunge quota 53. Il Berlusconi IV batte il Berlusconi II che in 46 mesi aveva posto la fiducia 29 volte.
L’ultimo governo Prodi ha fatto ricorso alla fiducia, nello stesso lasso di tempo, 17 volte.
Questo governo è andato sotto per 94 volte; potevano essere di più, ma l'assenza delle opposizioni è stata determinante nel 35% delle votazioni.
Le sedute sono tante: 535 per i deputati nell'arco della XVI legislatura. Ma il Parlamento è paralizzato: riforme annunciate che non vedranno mai la luce, come l'obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, cancellato dal calendario di novembre; mozioni (539), risoluzioni (96), atti d' indirizzo. Aumentano le ordinanze della protezione civile che dal 2001, da quando Guido Bertolaso è ai vertici e fino alle sue dimissioni, sono quasi un migliaio. Tra il '94 e il 2001 ne vennero adottate solo 7.
I casi? Dal terremoto a l'Aquila, agli zingari, ai Giochi del Mediterraneo. Dal 2008, per decreto, queste ordinanze non hanno neppure bisogno del controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti.

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Serge Latouche - Governance

una visione del "Buon Governo"

L'economista e filosofo francese Serge Latouche, che da sempre combatte la visione di un mondo globalizzato basato sul profitto e sui consumi, descrive l'attuale "good governance" cioè il dominio di un'oligarchia sul mondo, in contrapposizione al concetto di "Buon Governo" espresso nell'affresco a Siena di Ambrogio Lorenzetti (1337 - 39)

Pubblicato da: Redazione il 19/10/2011

in: Punti di vista

Tags: costituzione , cultura , politica, leggi

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Imposta patrimoniale? Qualche osservazione sul versante delle entrate.

Di Emilio Giribaldi, presidente del Comitato per la Costituzione

Imposta patrimoniale? Qualche osservazione sul versante delle entrate.

Da uno studio del Dipartimento delle Finanze e Agenzia del territorio riferito al 2008 operato con incrocio tra le banche dati del Catasto e dell’Amministrazione finanziaria risulta che il valore di mercato del patrimonio nazionale immobiliare residenziale (escluso dunque quello di altra natura, come industriale, alberghiero etc.) ammonta a circa 6200 miliardi di euro.

 Altro studio ha accertato che più del 70 per cento delle famiglie italiane vive in casa di proprietà.

Come qualcuno ha già osservato, il mattone non si può esportare nei paradisi fiscali per sottrarlo alla tassazione.

 Ipotizzando una imposta patrimoniale riferita esclusivamente agli immobili residenziali, non una tantum ma protratta per tre-quattro anni per fine di lotta all’emergenza, applicando un’aliquota del 2 per mille si otterrebbe un gettito teorico di oltre 12 miliardi di euro annui. Per fare qualche esempio, un appartamento del valore di 500.000 euro pagherebbe 1000 euro all’anno, un alloggio del valore di 250.000 euro, che possiamo considerare quasi popolare, ne pagherebbe 500. Non è certamente poco, ma sempre meno (a far bene i conti) e soprattutto meglio, che la somma della serie di balzelli espliciti, occulti o indecenti escogitati da un governo che, anche per dichiarazione arrogante e irresponsabile di qualche suo sostenitore, non intende tassare i ricchi e vuol far pagare i soliti noti, e cioè quelli che hanno reddito fisso da stipendio o pensione e che dichiarano gli altri proventi, nonché i consumatori attraverso aumenti dell’IVA e altre imposte indirette. L’imposta, per ragioni pratiche, colpirebbe anche i patrimoni immobiliari modesti, salva l’ipotesi di una modica franchigia o esenzione da attuarsi con la massima attenzione al fine di evitare frodi, ma da un lato concreterebbe il principio di solidarietà nazionale (“sacrifici per tutti”) contro la crisi e dall’altro consentirebbe di realizzare se non la progressività impositiva di cui all’articolo 53 della Costituzione almeno una certa proporzionalità.

 Aggiungiamo il valore di mercato degli immobili non residenziali e di quelli che godono di esenzioni ingiustificate (come gli alberghi e gli ostelli di enti religiosi), al momento non noto ma sicuramente ingentissimo, e possiamo concludere per un gettito annuo certo di almeno venti miliardi di euro.

Ovviamente, con un’aliquota del solo 1 per mille, l’onere (certamente sostenibile senza forti sacrifici) e il gettito sarebbero dimezzati; ma il secondo si manterrebbe sempre intorno alla rispettabile cifra annua di una decina di miliardi di euro. Altro che andare a raspare qualcosa a spese di chi ha già sborsato fior di soldi per riscattare il servizio militare e gli studi universitari, secondo la geniale trovata di quel ministro che vorrebbe anche smontare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori!

La tassazione dei cosiddetti grandi patrimoni immobiliari sarebbe teoricamente ottima cosa perché realizzerebbe anche il principio di progressività; tuttavia non solo è difficile calcolarne il gettito ma essa potrebbe essere elusa in tutto o in parte con intestazioni fittizie o conferimenti a società di comodo.

Se poi il calcolo venisse effettuato, per rapidità e immediatezza, con riferimento ai valori catastali, e cioè seguendo lo schema e la procedura dell’imposta comunale sugli immobili, basta pensare al fatto che la sola abolizione integrale dell’ICI (che è una specie di patrimoniale) sulla prima casa decisa nel 2008 da Berlusconi e dall’allora fido Tremonti per motivi esclusivamente elettorali ha provocato, secondo calcoli attendibili, una perdita per i Comuni di circa tre miliardi di euro rispetto al gettito che essa avrebbe dato vigendo l’esenzione parziale (decisa dal Governo Prodi, e che consentiva al proprietario di una casa modesta di cavarsela con poche decine di euro), per concludere che anche adottando tale sistema semplice e sicuro non si sarebbe lontano dal gettito sopra indicato (va tenuto presente che l’imposta graverebbe sui fabbricati, sulle aree fabbricabili e sui terreni agricoli “a qualsiasi uso destinati” come prevede l’articolo 1 della legge sull’ICI).

 In altri termini, quell’uno o due per mille equivarrebbe a un non ingente aumento dell’aliquota ICI attualmente in vigore, e il provento potrebbe essere equamente ripartito tra i comuni e lo stato.

Alla prevedibile obbiezione secondo cui l’imposta deprimerebbe il mercato immobiliare e l’industria delle costruzioni si potrebbe rispondere: primo, che a giudicare dai prezzi pazzeschi di cui si sente parlare non pare che il mercato sia molto suscettibile di depressione; secondo, che se l’industria edilizia continua a consumare annualmente con nuovi palazzi e grattacieli migliaia e migliaia di ettari di territorio sottraendolo all’agricoltura e alla vegetazione, forse una piccola frenata non guasterebbe; terzo, che dall’imposta potrebbero essere esentati totalmente o parzialmente gli edifici già esistenti e in ristrutturazione (documentata rigorosamente) spostando così l’attività edilizia dalla distruzione dell’ambiente al recupero dell’esistente.     

Se, infine, l’imposta fosse estesa, come sarebbe doveroso, ai patrimoni mobiliari di una certa consistenza e alle rendite e se la lotta all’evasione fiscale fosse decisa non a parole ma con fatti concreti e dai risultati immediati (tracciabilità dei pagamenti, controlli incrociati, etc.), gran parte della cosiddetta manovra potrebbe essere attuata, sul versante delle entrate, senza particolari riflessi negativi sull’attività produttiva e sull’occupazione.

Pubblicato da: Emilio Giribaldi il 06/09/2011

in: Diritti e Rovesci

Tags: costituzione , crisi , politica, leggi

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Referendum ad Asti

di Gianfranco Monaca

Referendum ad Asti

L’effetto referendum si sta facendo sentire anche ad Asti, un angolo di questa piccola periferia dell’Impero in cui le maggioranze tradizionalmente sicure di sé si sono trovate improvvisamente in minoranza.

Hanno scoperto che quei “quattro gatti” che “non fanno un cazzo” (chiedo scusa, ho citato uno statista importante come Straquadanio) e che sono “l’Italia peggiore” (citando il ministro Brunetta) si identificano con il 95 (novantacinque) per cento degli elettori.
Le bandiere arcobaleno insieme con quelle azzurre del “SI all’acqua di tutti” e a quelle gialle del “SI allo stop del nucleare”, apparse nelle piccole manifestazioni autoconvocate, nei banchetti per la raccolta delle firme, alle finestre delle “poche teste calde che non hanno altro da pensare” e che si permettono di ostacolare con i loro odiosissimi sit-in la marcia trionfale delle ruspe per la patriottica conquista dell’autorizzazione a procedere nella demolizione del verde pubblico, tutto ciò ha fatto saltare i nervi ai soliti padroni del vapore.
Una cosa inaspettata, poi è stato l’abbinamento fra queste bandiere e il tricolore nazionale, spesso considerato proprietà privata dei professionisti del patriottismo.
Scandalo degli scandali, infine, scoprire che questa “Italia peggiore” qualche volta si trovi d’accordo con le minoranze di associazioni combattentistiche e d’arma da sempre considerate al di sopra di ogni sospetto.
Evidentemente si è aperta una crepa preoccupante e non c’è da stupirsi se i referendum sono visti con scarsa simpatia da quelli che preferiscono la trattativa privata, le conoscenze personali, le influenze lobbistiche, le manovre sottintese.
Quando poi qualche faccendiere d’alto bordo finisce in gattabuia, ecco il complotto delle toghe rosse. Persino l’Altare non garantisce più di sostenere il Trono, e questo è davvero inaudito.
Non funziona più, si è rotta la macchinetta.
Schiere di specialisti si affolleranno ancora attorno al rudere per rianimarlo, ma probabilmente non potranno fare altro che mummificarlo. Ma neppure i mausolei, oggi, hanno vita lunga.

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Quesiti astrusi, ma sostanza chiara

Di Laurana Lajolo

Quesiti astrusi, ma sostanza chiara

Il primo articolo della Costituzione ci dice che il popolo non è un gregge che segue il montone-capo, come lo evocano alcuni politici, ma è formato dall’insieme dei cittadini.
Nelle ultime elezioni gli elettori hanno mandato messaggi molto importanti ai rappresentanti politici e hanno indicato la necessità di cambiare il modo di fare politica.
Questo mi sembra il risultato più importante: una nuova manifestazione di cittadinanza, di partecipazione popolare e un nuovo protagonismo giovanile. Tra pochi giorni tutti i cittadini italiani hanno il diritto, ma anche il dovere civico, di votare sul nucleare e sull’acqua pubblica, quesiti essenziali per la vita nostra e dei nostri figli, oltre che sul legittimo impedimento per chi governa così da rinviare il giudizio penale. Come si fa oggi decidere di costruire ancora centrali nucleari dopo disastri terribili e enormi irrimediabili?
Come si può lasciare che gestori privati facciano i loro affari con l’acqua, bene pubblico per eccellenza?
Come si può contraddire l’art. 3 della Costituzione che dice che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge?
I quesiti sono scritti in termini astrusi, ma la loro sostanza è molto chiara e spetta ai cittadini decidere di cambiare i provvedimenti approvati dal Parlamento per evitare gravi conseguenze per noi e i nostri figli.

Pubblicato da: Redazione il 08/06/2011

in: Punti di vista

Tags: acqua , costituzione , crisi , diritti , energia , politica, leggi

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Giuristi e intellettuali difendono il referendum

di Carmine Saviano - Repubblica.it

Giuristi e intellettuali difendono il referendum

Da Zagrebelsky a Rodotà un appello sul sito del Comitato sì acqua pubblica per difendere il diritto dei cittadini ad esprimersi sui beni comuni e il nucleare

ROMA - Un abuso di potere. Con governo e maggioranza parlamentare "schierati militarmente" per impedire il voto ai referendum su acqua pubblica e nucleare. Parte da qui la denuncia del comitato "Sì Acqua Pubblica". Che ha diffuso in rete un "Appello per i referendum". In calce le firme di giuristi ed esponenti del mondo dell'economia e della cultura. Da Stefano Rodotà a Gustavo Zagrebelsky, da Ugo Mattei a Grande Stevens. Sotto accusa la cortina fumogena creata dal governo con l'annuncio di una legge ad hoc per acqua pubblica e servizio idrico. Un "escamotage avvilente che dà la misura del loro dilettantismo giuridico e della loro miserabilità politica".

La posta in gioco è alta. E ha a che fare con i beni comuni. Ovvero: con le risorse a cui ogni cittadino deve poter accedere senza nessun tipo di restrizione. "E' la prima volta che si fa una battaglia giuridica e politica su questi temi", dice a Repubblica.it Ugo Mattei, professore di diritto civile a Torino. "Abbiamo la possibilità di invertire la rotta, di fermare le privatizzazioni ideologiche sponsorizzate dal governo. In Italia c'è una possibilità straordinaria". Un'occasione data dalla fisionomia stessa della campagna referendaria. Una battaglia che, grazie al lavoro congiunto di accademici ed esponenti dei movimenti, ha raggiunto "maturità politica e competenza tecnica".

Il no all'election day. Il dito è puntato contro le manovre del governo. "Quali che siano le forme tecniche che si porranno in essere, è del tutto evidente che il solo scopo di questa iniziativa è scongiurare un voto popolare che si teme ampiamente a favore dell'abrogazione definitiva di ogni piano nucleare e delle norme di legge relative alla così detta privatizzazione dell'acqua". Ed è per controbattere a queste manovre che il Comitato ha chiesto di vigilare sul corretto comportamento del governo e sull'effettivo accesso alla conoscenza del referendum.

Ecco il testo dell'appello, che i cittadini possono sottoscrivere sul sito del Comitato 1

"Le recenti manovre del governo volte ad evitare il voto referendario attraverso l'affrettata predisposizione di atti aventi forza di legge in materia di nucleare e di acqua costituiscono un caso di scuola di abuso del potere della maggioranza ai danni del pronunciamento diretto tramite referendum del corpo elettorale. Quali che siano le forme tecniche che si porranno in essere, è del tutto evidente che il solo scopo di questa iniziativa è scongiurare un voto popolare che si teme ampiamente a favore dell'abrogazione definitiva di ogni piano nucleare e delle norme di legge relative alla così detta privatizzazione dell'acqua. Oltretutto la forma del decreto legge, resa necessaria dai tempi ormai prossimi del voto, mancherebbe dei requisiti costituzionali della necessità e dell'urgenza, oltreché della tempistica necessaria per la sua conversione, aggiungendo un ulteriore vulnus costituzionale a questo triste attacco alla democrazia diretta. Il governo, non pago di aver rifiutato l'election day confidando in tal modo di poter scongiurare il realizzarsi del quorum referendario, sperperando centinaia di milioni di euro in violazione del precetto costituzionale di imparzialità e buona amministrazione, cerca con ogni mezzo di impedire il legittimo esercizio del pronunciamento popolare richiesto da oltre due milioni di cittadini che hanno firmato per i referendum. Indipendentemente dalla nostra posizione sul merito dei quesiti, riteniamo che il fine perseguito dal governo sia così palesemente in contraddizione con lo spirito delle richieste referendarie da rendere giuridicamente impercorribile questo escamotage.

I primi firmatari: Ugo Mattei, Franzo Grande Stevens, Luca Nivarra, Gianni Ferrara, Gaetano Azzariti, Alberto Lucarelli , Giangiacomo Migone, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Elisabetta Grande, Giacomo Marramao, Livio Pepino, Nerina Boschiero, Laura Pennacchi, Cristina Trucco, Giorgio Parisi, Eva Cantarella, Pietro Rescigno, Elena Paciotti, Lorenza Carlassarre, Marcello Cini, Luigi Ferrajoli, Guido Martinotti, Elsa Fornero.

(02 maggio 2011)

Pubblicato da: Redazione il 03/05/2011

in: Diritti e Rovesci

Tags: acqua , costituzione , politica, leggi

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