Un vergognoso emedamento del centro destra
Di Luciano Nattino, Regista
Un atto parlamentare che si commenta da se.
Si erano inventati un emendamento proprio carino.
Zitti zitti, nel disegno di legge sulle intercettazioni avevano infilato l'emendamento 1.707, quello che introduceva il termine di "Violenza sessuale di lieve entità" nei confronti di minori.
Firmatari, alcuni senatori di Pdl e Lega che
proponevano l'abolizione dell'obbligo di arresto in flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se - appunto - di "minore entità". Senza peraltro specificare come si svolgesse, in pratica, una violenza sessuale "di lieve entità" nei confronti di un bambino.
Dopo la denuncia del Partito Democratico, nel
Centrodestra c'è stato il fuggi-fuggi, il "ma non lo sapevo", il "non avevo capito", il "non pensavo che fosse proprio così" uniti all'inevitabile berlusconiano "ci avete frainteso".
Poi, finalmente, un deputato del Pd ha scoperto i firmatari dell'emendamento 1707:
- sen. Maurizio Gasparri (Pdl), un nome una garanzia
- sen. Federico Bricolo (Lega Nord Padania),
- sen. Gaetano Quagliariello (Pdl), quello sempre tutto compunto che si è battuto contro l'"omicida" Beppino Englaro;
- sen. Roberto Centaro (Pdl),
- sen. Filippo Berselli (Pdl),
- sen. Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania) e il
- sen. Sergio Divina (Lega Nord Padania).
Per la cronaca, il sen. Bricolo era colui che proponeva il "carcere per chi rimuove un crocifisso da un edificio pubblico" (ma non per chi palpeggia o mette un dito dentro ad una bambina); il sen. Berselli è colui che ha dichiarato "di essere stato iniziato al sesso da una prostituta" (e da qui si capisce molto...); il sen. Mazzatorta ha cercato di introdurre nel nostro ordinamento vari "emendamenti per impedire i matrimoni misti" mentre il sen Divina è divenuto celebre per aver pubblicamente detto che "i trentini sono come cani ringhiosi e che capiscono solo la logica del bastone" (citazione di una frase di Mussolini).
Rinnovare le politiche sociali Per ridisegnare un nuovo modello di welfare locale
Di Salvatore Rao, La bottega del possibile
La crisi non è solo economico-produttiva ma anche sociale, culturale e valoriale.
La spesa per assistenza sociale è in costante diminuzione da alcuni anni, in termini di incidenza sul Pil la spesa sociale rappresenta l’1,9%.
Di fronte ad una domanda crescente non solo occorrerebbero più risorse ma certamente una diversa distribuzione delle attuali risorse disponibili
E’ opinione diffusa tra gli operatori e gli studiosi della materia come sia bassissima l’efficacia delle nostre politiche sociali di contrasto alla povertà
Il nostro paese, èsegnato da un grande divario territoriale.
Il nostro sistema di welfare è imperniato tuttora su un modello riparatorio
Il nostro sistema di welfare vive una sua crisi, ormai da tempo, che va anche ricondotta al passaggio da una societa fordista a quella post-fordista..
Un welfare che si trova a fare i conti, oggi, con la sfida delle domande crescenti, poste anche da una maggiore molteplicità di soggetti rispetto al passato:
Un quadro mutato
Si rende necessario un traghettamento delle nostre politiche sociali:
il passaggio da un welfare improntato dalle politiche attive di inserimento economico-sociale contro l’esclusione alle politiche per la coesione e sviluppo locale chiamate a fronteggiare, non solo più l’esclusione, ma anche la vulnerabilità.
Un nuovo sistema di welfare locale può affermarsi se vi sarà una partecipazione attiva e responsabile dei cittadini, dei soggetti e attori locali. Si realizza attraverso quel patto locale che viene stretto nella comunità dai suoi vari attori, soggetti pubblici e del privato sociale quale è appunto il PDZ.
La crisi ha evidenziato, ulteriormente, i limiti del nostro sistema di welfare specie sotto il profilo della tutela del reddito e degli ammortizzatori sociali.
Urgono politiche attive del lavoro, politiche abitative nuove, urgono politiche per la salute, di sostegno al consumo responsabile, di sostegno al risparmio e al credito, di alfabetizzazione finanziaria
Il nuovo welfare e la relazione
Un nuovo welfare non può non operare per la valorizzazione del lavoro sociale, necessita di definire l’ambito territoriale ottimale, passa anche attraverso la gestione associata dei servizi,
Infine un nuovo welfare potrà affermarsi se saremo capaci di praticare e avvalerci di un modello di sussidiarità virtuosa, generatore di processi di cambiamento, di partecipazione, di responsabilità sociale di tutti gli attori.
Il testo riprende l’intervento di Rao alla presentazione del n. 21 di culture La memoria del futuro, Centro S. Secondo 21 giugno 2010.
Pubblicato da: Redazione il 06/07/2010
in: Diritti e Rovesci
Tags: costituzione , crisi , lavoro , politica, leggi
Proviamo ad indignarci
di Claudio Sasso
Tracce della prima prova, tipologia b, saggio breve o articolo di giornale, Ambito storico politico. Argomento: Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader.
Quattro i documenti proposti: il primo è quello di Benito Mussolini.
Non un discorso del ’19, non uno dei tanti discorsi sulla gioventù fascista, ma proprio il discorso del 3 gennaio 1925, quello dell’assunzione di responsabilità del delitto Matteotti, quello con cui si affossa definitivamente il parlamento e con cui si dà inizio al regime fascista. Quello che afferma che ” se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”.
Il discorso, tra l’altro, viene proposto con il ripetuto corredo degli applausi(“vivissimi e reiterati applausi”) e di alcune selezionate voci che si levano dalla Camera dei deputati (“Molte voci: Tutti con voi! Tutti con voi!”). L’unico passaggio del brano scelto dal ministero in cui si fa cenno alla gioventù è il seguente:
”. . .se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa!(Applausi)”
Si potrebbe obiettare: il candidato è libero di condannare, deprecare, spiegare; a volte i documenti proposti dal ministero non sono del tutto condivisibili e bisogna esercitare la propria capacità critica su di essi, eventualmente contestandone le affermazioni.
Sembra che l’obiezione non tenga: non risulta che mai siano state introdotte nei documenti dell’esame di stato affermazioni di delinquenti o malfattori e qualsiasi documento proposto in tale sede assume di per sé una sua rispettabilità e viene affrontato come dotato di veridicità e serietà.
Inoltre mentre gli altri documenti proposti sono centrati sui giovani e la politica, che è l’argomento su cui produrre il saggio o l’articolo, questo non lo è affatto se non quando afferma che i giovani che hanno usato l’olio di ricino ed il manganello sono “la migliore gioventù italiana”.
Anche se degne di nota si possono anche superare le osservazioni che derivano dall’accostamento del documento in questione con il successivo di Palmiro Togliatti: quello che non si può tollerare assolutamente è la attribuzione di veridicità e dignità ad un discorso che, come scrive Adriano Prosperi su Repubblica”” gronda sangue”, quello in cui si giustifica l’olio di ricino, il manganello, lo squadrismo e, in particolare, il delitto, l’omicidio degli oppositori politici. Non un testo di Giacomo Matteotti, martire della libertà, ma del suo omicida morale.
Non molti tra i colleghi (ho apprezzato particolarmente l’intervento critico di Antonella Martina in un’intervista su “La stampa”) con cui mi sono confrontato hanno sentito la stessa indignazione per un atto gravissimo ed anche molti organi di stampa hanno dato la notizia in maniera neutra, come se questo discorso di Mussolini fosse un normale documento su cui discutere in un esame di stato accanto a quello di Aldo Moro, di Palmiro Togliatti e di Giovanni Paolo II.
Evidentemente il livello di assuefazione allo stillicidio di attacchi alla costituzione antifascista, al Presidente della Repubblica, alla Corte costituzionale, alla Magistratura, al Parlamento(“aula sorda e grigia”) da parte di questa maggioranza ha ormai pervaso tutti e tutto e l’esercizio continuo(cui non è estraneo del tutto neanche il centro sinistra) di equiparazione di fascisti ed antifascisti e di “sdoganamento” a tutti i livelli del fascismo e delle sue efferatezze ci pervade ed ottunde.
Magari in pochi, ma protestiamo, invece, in tutte le sedi e le modalità che ci vengono offerte, contro questo palese affronto alla nostra coscienza di cittadini di una repubblica per ora dichiaratamente democratica prima che i manipoli di qualcuno bivacchino di nuovo nelle sedi della nostra democrazia
Invio questa breve nota ad alcuni di coloro che so essere di solito sensibili e spero che a loro volta la inoltrino a quanti desiderano, in modo che si discuta e si protesti come si può.
Pubblicato da: Redazione il 28/06/2010
in: Le mappe del tesoro
Tags: costituzione , scuola dimezzata
Per l’unità nazionale
Di Emilio Giribaldi, presidente del Comitato per la Costizione
E’ stato autorevolmente proposto e augurato da chi ha avuto in sorte di partecipare alla formazione della Carta costituzionale del 1948 di aggiungere al nome di “Festa della Repubblica” assegnato al 2 giugno la frase “e della Costituzione”.
Riteniamo che il suggerimento e l’augurio siano da accogliere prontamente.
Il Capo dello Stato ha recentemente richiamato tutti i cittadini a riflettere sui danni irreparabili che deriverebbero dalla rottura dell’unità nazionale procurata o favorita da egoismi paesani, ignoranza della nostra storia, diffidenze e pregiudizi di tipo razziale e simili, il tutto aggravato dalle presenti grandi difficoltà economiche globali che qualcuno si illude di poter affrontare con localismi di ogni tipo, anche fiscali, e che invece non possono essere contenute efficacemente, al contrario di quanto sognano certi male informati, se non con una visione e una collaborazione generali, a tutti i livelli.
Il che non significa affatto negare l’essenzialità delle articolazioni locali, specie sul piano operativo: va confermato per le Regioni e gli altri enti territoriali il compito prezioso di operare in sintonia con le realtà politico-sociali di rispettiva competenza. Le autonomie e il decentramento delle funzioni non contrastano affatto con l’unità superiore quando, e ve ne sono esempi anche in Italia, sono usati correttamente come strumenti per conseguire sul piano locale quegli obbiettivi di ordine, di equa distribuzione delle risorse, di giusta tassazione, di incremento dell’istruzione generale e della cultura, di efficienza dell’amministrazione e di solidarietà che sono comuni a ogni “livello di governo”, espressione questa molto usata in recenti testi legislativi.
Ma perdere di vista o addirittura combattere l’impianto unitario tacciandolo di una arretratezza che è in realtà peculiare a chi non capisce o non vuol capire che ormai si vive in un mondo globale e che con esso è necessario fare in conti, sicché neppure le singole Nazioni possono più fare da sole, è semplicemente disastroso. Prelude, come è stato autorevolmente affermato, a consentire e anzi a favorire l’instaurazione in alcune regioni dello Stato di veri e propri regimi mafiosi pronti a espandersi nelle altre e anche all’estero.
La giornata della Repubblica e della Costituzione dovrebbe inoltre richiamare l’attenzione di tutti i cittadini sul pericolo estremo rappresentato dalla erosione della legalità e della stessa Carta derivante, all’interno del sistema, dall’abuso incontrollato di decreti, ordinanze e provvedimenti “amministrativi” del genere emanati all’insegna di emergenze troppo spesso inesistenti. Lo scoppio dello scandalo delle vili speculazioni sul terremoto d’Abruzzo e degli appalti affidati arbitrariamente sempre alle stesse imprese a scapito di molte altre con le carte in regola, e dei conseguenti abusi di ogni genere di cui sono piene le cronache, nel quadro della gravissima crisi economica globale richiedente gravi sacrifici, dovrebbe far riflettere tutti sulla necessità di quel “ritorno allo Statuto” che oltre cent’anni fa un politico reclamava anche se in vista di un fine diverso dall’attuale che è quello dell’eguaglianza e della giustizia per tutti.
A 40 anni dallo Statuto dei lavoratori
Di Mario Amerio, segretario SPI CGIL Asti
La Camera del Lavoro di Asti, d'intesa con il Comitato per la difesa della Costituzione e con le Acli, organizza il convegno Dove va il diritto del lavoro ? per il quarantesimo anniversario della approvazione dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori (Legge 300/70).
Al convegno, che si svolgerà il 21 Maggio a partire dalle ore 9,00 presso il Centro Culturale San Secondo, si confronteranno giuslavoristi del calibro di Piergiovanni Alleva (Università di Ancona), Pietro Ichino (università sattale di Milano senatore PD), Rita Sanlorenzo, Corte d'Appellodi Torino, Segretaria Nazionale di Magistratura Democratica) e Nino Raffone (Associazione avvocati giuslavoristi).
Concluderà i lavori Vincenzo Scudiere, Segretario Generale della CGIL Piemonte.
Nata il 20 Maggio 1970, la Legge.300 ha avuto per padri le lotte operaie e sindacali della fine degli anni '60 e tre grandi personaggi: Gino Giugni, noto e bravo giuslavorista socialista che ne stese l'impianto e due Ministri del Lavoro, innanzitutto il socialista Giacomo Brodolini e quindi, dopo la sua prematura scomparsa, il democristiano Carlo Donat-Cattin che ne continuò lealmente l'opera. Lo Statuto sanciva a livello legislativo il cambiamento dei rapporti di forza in atto nella società italiana e il peso guadagnato sul campo dai sindacati, ed apriva i cancelli delle fabbriche alla Costituzione e ai diritti di cittadinanza, che prima il lavoratore era obbligato a 'scambiare' con il posto di lavoro, pena la disoccupazione.
In questi quarant'anni lo Statuto ha mutato radicalmente lo scenario del diritto del lavoro, assicurando una forte protezione a buona parte dei lavoratori, ma non a tutti. Il limite dei 15 dipendenti per l'applicazione dell'Art.18 - il reintegro al posto di lavoro in caso di licenziamento in giustificato - ha di fatto creato uno spartiacque fra i lavoratori stabili (quelli già maggiormente tutelati dal sindacato) e quelli delle piccole aziende, dell'artigianato, del commercio, dei nuovi lavori precari dell'ultimo decennio. Oltre otto milioni di lavoratori oggi sono senza la protezione dello Statuto, fra loro un'intera generazione di giovani che non ha mai conosciuto il 'posto fisso'. Inoltre lo Statuto è 'sotto attacco' da parte del Governo Berlusconi che vorrebbe abolirlo sostituendolo con una nuova legge, 'annunciata' dal recente tentativo di bypassare l'Art.18 con il coacervo di norme del 'Collegato-Lavoro' (sventato dal rinvio alle Camere del Presidente Napolitano). La CGIL e gli altri promotori del Convegno pensano che la norma del 'Collegato-Lavoro' sia non solo iniqua ma anticostituzionale, e sono uniti nella difesa della L.300 da quanti vorrebbero semplicemente smantellarla. Divergono invece le opinioni nel sindacato e nella sinistra su una possibile riforma complessiva del Diritto del Lavoro, una volta respinto l'attacco del Governo. La CGIL è molto cauta, difende l'impianto ispiratore dello Statuto e, pur mostrandosi possibilista circa taluni adeguamenti alle novità del mercato del lavoro, pensa che l'Art. 18 vada confermato. Altri pensano che occorra un cambiamento più deciso in direzione della difesa del 'lavoratore' piuttosto che del 'posto di lavoro', e puntano su un rafforzamento delle politiche attive e sul porre a carico dell'impresa che licenzia i costi della ricollocazione dei lavoratori, limitando l'efficacia dell'Art.18 ai soli casi di licenziamento per discriminazione. Tenendo ben ferma la barra sulla posizione della CGIL, il dibattito del 21 metterà a confronto le varie posizioni presenti nella sinistra e nel sindacato, con una 'tavola rotonda' alla quale parteciperanno giuslavoristi di fama nazionale, da Alleva a Ichino, dalla Sanlorenzo (Magistratura Democratica) a Nino Raffone. IL dibattito, che avrà inizio alle ore 9,00 e terminerà in mattinata. sarà concluso da Vincenzo Scudiere, Segretario Generale della CGIL Piemonte.
Comitato per la Difesa della Costituzione, Asti

ASTI
In collaborazione con ACLI
DOVE VA IL DIRITTO DEL LAVORO?
Asti, Venerdì 21 Maggio, Centro Culturale San Secondo, ore 9,15-12,30
Ore 9,15-,30 quarant'anni dI Statuto dei Diritti dei Lavoratori
Contributo filmato sulla storia della L.300/70 a cura dell'ISRAT
Ore9,30-9,50 "Collegato Lavoro" E ART.18: LA POSIZIONE DELLA CGIL
Gaetano Darco (Responsabile Uffici Vertenze e Legale della CGIL Piemonte.)
ore 9,50 - 11,20
PER UNA TUTELA EFFETTIVA DEI DIRITTI DEI LAVORATORI
Interventi di:
Piergiovanni Alleva (professore ordinario di diritto del lavoro all'Universitā degli Studi di Ancona, Responsabile della consulta giuridica nazionale della CGIL)
Pietro Ichino (professore ordinario di diritto del lavoro nell'Università statale di Milano, senatore)
Nino Raffone(avvocato della CGIL, membro dell'associazione avvocati giuslavoristi italiani)
Rita Sanlorenzo (Consigliere della Sezione Lavorodella Corte d'Appello di Torino, Segretaria Nazionale di Magistratura Democratica)
ore 11,20 - 11,50
DOMANDE E INTERVENTI DEL PUBBLICO
ore 11,50
CONCLUSIONI
Vincenzo Scudiere
(Segretario Generale CGIL Piemonte)
Pubblicato da: Mario Amerio il 17/05/2010
in: Diritti e Rovesci
Tags: costituzione , crisi , lavoro , primo maggio
La Corte europea: Italia bocciata in diritti dell'uomo
di Giorgio Frasca Polara
L’Italia ha accumulato, solo l’anno scorso, ben 68 condanne per violazioni della Convenzione dei diritti dell’uomo. Sentenze pronunciate a Strasburgo dalla Corte europea chiamata appunto a tutelare i diritti delle persone nei 47 paesi sottoscrittori della Convenzione.
Le più numerose condanne a carico dell’Italia sono per violazione della vita privata e per interferenza con la vita privata dei detenuti (27).
Di poco inferiori (23) quelle per iniquità dei processi.
Seguono la condanne (16) per violazione del diritto di proprietà.
Di più e di peggio, l’Italia ha un più vergognoso primato: quello di essere, per spessore delle materie e numero delle condanne, il primo paese dell’Europa più sviluppata nella graduatoria delle condanne a Stati membri del Consiglio d’Europa e sottoscrittori della Convenzione.
In testa ci sono Turchia (365 condanne), Russia (219), Romania (168), Ucraina (126), Grecia (75). Subito dopo l’Italia.
E gli altri? La Francia ha subito 33 condanne, appena 21 la Germania, 18 l’Inghilterra, 17 la Spagna. Le più virtuose? La Danimarca e la Norvegia (3 a testa), i Paesi Bassi (4), la Svizzera (7).
Ricavo dati e sentenze da un corposo dossier curato dall’Osservatorio sulle sentenze della Corte, che fa capo all’Avvocatura della Camera dei deputati (Quaderno n. 6, appena èdito): una straordinaria, oggettiva rassegna di molte pessime condotte; rassegna che è possibile anche consultare liberamente (e stampare in pdf) sul sito www.camera.it. Ne citeremo alcune, per il loro carattere emblematico o per la testimonianza di criticità istituzionale.
La prima si riferisce alla morte di Carlo Giuliani, il giovane che nel corso delle manifestazioni contro il G8 di Genova (luglio 2001) fu ammazzato a pistolettate dal carabiniere Placanica. Archiviato dal Gip il procedimento penale a carico di costui (legittima difesa, uso legittimo delle armi), la Procura non aveva strumenti per impugnare la decisione né la famiglia Giuliani per costituirsi parte civile. Da qui il ricorso alla Corte europea che ha ritenuto non sufficiente le ricerca della verità svolta nell’inchiesta penale seguita alla gravissima vicenda. Ma la colpa è stata e resta solo dei giudici?
Sempre sul tema del diritto alla vita vanno segnalate altre due sentenze. Anche qui una è scaturita da una vicenda clamorosa: il caso di Angelo Izzo (ergastolo per il massacro del Circeo, 1975) che nel 2004 aveva ottenuto la semilibertà da un giudice di sorveglianza e l’anno dopo aveva ammazzato moglie e figlia di un altro detenuto, Giovanni Maiorano, con cui aveva condiviso la cella. La famiglia Maiorano avevano cercato di far valere la responsabilità dei magistrati: il giudice e un procuratore. Ma la sezione disciplinare del Csm non era andato oltre un modesto provvedimento disciplinare nei confronti dei due magistrati. Ricorso alla Corte di Strasburgo, ed ecco la severa censura: ci voleva una maggiore ponderazione nel valutare la richiesta di Izzo in considerazione della sua pericolosità sociale; e per giunta il procuratore aveva omesso di comunicare al giudice la ripresa delle attività criminali (ma non ancora il duplice delitto) dell’ergastolano. Insomma: lo Stato italiano non solo non ha adempiuto al dovere di protezione e diligenza ma non ha interamente adempiuto all’obbligo di stabilire le responsabilità dei suoi funzionari.
La seconda sentenza (“meritevole di attenzione”, sottolinea l’Osservatorio) è relativa al caso G.N. e altri. Talune persone affette da talassemia erano state contagiate da sangue infetto loro trasfuso: alcune avevano contratto il virus dell’immunodeficienza, altre l’epatite C. Tutte, tranne una, erano morte. L’unica sopravvissuta e gli eredi dei deceduti avevano ottenuto dal ministero della Sanità l’indennizzo per trasfusione infetta. Successivamente, e sulla base di quanto deciso per la prima serie di vittime, altri infettati avevano citato il ministero per ottenere anch’essi il risarcimento. Domanda respinta in tutti i gradi della giurisdizione. Quindi l’appello alla Corte degli esclusi e nuova censura da Strasburgo: violazione dell’obbligo di esiti tempestivi e soddisfacenti delle indagini giudiziarie sui contagi e sulle responsabilità.
Anche sul piano dei rapporti istituzionali c’è una sentenza che fa scuola e crea un importante precedente. In seguito al crudele assassinio del giuslavorista Marco Biagi (Bologna, marzo 2002) da parte delle Br, Umberto Bossi aggredisce in una intervista l’allora segretario della Cgil Sergio Cofferati. Il deputato e ministro (allora come oggi) Bossi sostiene che “prima la sinistra ha creato il clima, poi qualcuno ha ammazzato [Biagi]”. Poi Cofferati è chiamato personalmente in causa: “E’ andato in giro per le fabbriche a raccontar balle, come quella che licenziano i lavoratori. Questo ha portato al terrorismo..”. Sentendosi accusato di esser quasi il mandante dell’omicidio, Cofferati cita in sede civile Bossi che fa appello all’insindacabilità parlamentare, e puntualmente alla Camera il centrodestra gli riconosce l’immunità. Ma il tribunale di Roma èleva conflitto tra poteri, ma nel 2007 la Corte Costituzionale dichiara inammissibile il conflitto. Così però la parte lesa viene a trovarsi nella situazione per cui la sua richiesta di risarcimento non è stata esaminata nel merito da alcun giudice. Cofferati ricorre alla Corte di Strasburgo che gli dà ragione. Nessun dubbio che l’immunità persegua un obiettivo legittimo, ma nel caso in cui non vi sia un “legame evidente” tra le frasi in contestazione e le funzioni parlamentari, la delibera della Camera assume le vesti di un mezzo tecnico sproporzionato e dunque illegittimamente lesivo del contro-diritto ad adire un giudice che esamini nel merito le ragioni di Cofferati. Mancando un ricorso alla Grande Chambre (sede di appello), la sentenza della Corte fa – come si dice – giurisprudenza.
Ancora tre casi. Il primo riguarda la delicatissima materia del regime carcerario. Un cittadino della Bosnia-Erzegovina, tale Sulejmanovic, sconta una condanna a un anno e nove mesi nel carcere romano di Rebibbia. In un primo momento divide la cella con altri cinque reclusi: ciascuno può disporre di una superficie di 2,70 mq. Poi passa in altra cella: qui, con lui i detenuti sono quattro, 3,40 mq. a testa. Ricorso alla Corte di Strasburgo: la Convenzione (art. 3) proibisce l’uso della tortura, e precedenti pronunce della stessa Corte indicano in 7 mq. la superficie minima di cui un detenuto deve poter disporre. Quindi i giudici condannano lo Stato italiano: situazione di sovraffollamento talmente evidente da giustificare, da sola, la constatazione della violazione dell’art. 3, reclusione in meno di tre metri quadrati è trattamento inumano e degradante.
Il cittadino tunisino Ben Salah viene espulso dall’Italia dopo che, peraltro, un procedimento penale a suo carico (accuse di terrorismo) era finito in binario morto per l’insufficienza degli elementi a suo carico. Ricorso a Strasburgo e condanna del ministero dell’Interno in base al già menzionato art. 3: le assicurazioni date dalla Tunisia sul regime cui sarebbe stato sottoposto Ben Salah sono del tutto generiche e inadeguate, anche alla luce del fatto notorio che le autorità tunisine si mostrano poco trasparenti e poco collaborative con le organizzazioni internazionali di tutela dei diritti, dalla Croce rossa ad Amnesty a Human Rights Watch.
Infine altre due sentenze di condanna dell’Italia in materia di libertà di espressione, di insegnamento e di educazione. La prima riguarda il prof. Luigi Lombardi Satriani si era visto negare, dopo anni di insegnamento, la conferma della cattedra di filosofia del diritto alla Cattolica di Milano in base ad un “parere” della Congregazione per l’educazione cattolica. Il prof ricorre, ma il Tar e il Consiglio di Stato respingono: la Congregazione è organo della santa sede, cioè di stato straniero, impossibile quindi valutare la legittimità del suo parere. Interviene allora, su ricorso, la Corte di Strasburgo, e ci va dura: la decisione della Cattolica costituisce una compressione della libertà di espressione sancita dall’art. 10 della Convenzione che ricomprende anche il diritto di trasmettere conoscenze senza restrizioni. Insomma, si tratta di una interferenza che, pur mirata allo scopo legittimo di tutelare l’interesse dell’università a ispirare l’insegnamento alla dottrina cattolica, non è stata ritenuta dalla Corte necessaria in una società democratica.
Ma quella che ha suscitato la sdegnata canea della destra è la sentenza con cui i giudici di Strasburgo hanno difeso il diritto della signora Lautsi, finlandese residente in Italia, ad ottenere la rimozione dal crocefisso dalle aule frequentate dai suoi due figli. Di fronte al rigetto della richiesta da parte del Tar e del Consiglio di Stato, Lautsi ricorre alla Corte europea dei diritti dell’uomo. E questa capovolge la situazione: vero è che la Convenzione riconosce il diritto di credere o non credere, ma la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche, ben potendo essere interpretata dagli alunni di ogni età come un simbolo religioso, finisce per esercitare delle pressioni sulla libertà degli studenti, specie se in età formativa. Come dire (la frase potrà apparire involuta, ma esprime bene il concetto-chiave) che l’esposizione del crocefisso è idonea a minare la libertà negativa di poter non aderire ad alcuna religione, ed è in contrasto con il pluralismo religioso. Il governo italiano ha immediatamente dato ordine alla rappresentanza italiana a Strasburgo di appellarsi alla Grande Chambre. Chissà che cosa dirà, il 30 giugno.
Molto recente la rivelazione fornita alla Camera dal deputato dell’Udc Lorenzo Ria: sono ben 2.471 le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo cui il nostro Paese non ha dato seguito, letteralmente ignorandole. La gran parte di queste sentenze esigeva ed esige una riparazione anche monetaria, mentre quarantacinque sono i cosiddetti leading cases, che impongono agli Stati modifiche legislative generali. Se per numero di condanne l’Italia è sesta in graduatoria, qui l’Italia è invece in testa nella graduatoria dei paesi con più alto numero – il 31% - di casi pendenti davanti a quel Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che è incaricato di monitorare l’effettiva attuazione delle sentenze della Corte di Strasburgo. Qui le parti sono capovolte: dietro l’Italia-primatista stanno persino Turchia e Russia.
In risposta a Ria, il ministro della Giustizia Alfano non ha smentito un solo dato, ma soprattutto non ha fatto il minimo riferimento alle 68 condanne dell’Italia da parte della Corte dei diritti dell’uomo, né alla questione, posta dall’interrogazione Ria delle 2.471 sentenze contro l’Italia pronunciate dalla stessa Corte e ignorate dallo Stato italiano: il ministro (o chi gli ha preparato la risposta) non è al corrente del contenzioso con Strasburgo, e non ha nemmeno letto il volume edito dall’Avvocatura della Camera dei deputati a documentazione della gravità dell’impiccio in cui s’è cacciata l’Italia?



















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