Olmi: una denuncia contro Bossi per cambiare, finalmente
Intervista di Giancarlo Bosetti a Ermanno Olmi - da Reset.it
Martedì 31 Gennaio 2012
ASIAGO (Vicenza) – Si può cominciare da una denuncia a cambiare il corso delle cose che non cambiano mai? Ermanno Olmi e con lui tanti anonimi cittadini pensano di sì. Vediamo di che cosa si tratta.
L’elenco delle scurrilità e violenze verbali di Umberto Bossi è lungo e ripetitivo. Ma uno degli ultimi episodi, il 30 dicembre ad Albino nella Bergamasca, quando gli insulti, le corna e i “vaff” a Napolitano, al tricolore, a Monti sono finiti nei Tg e su Youtube – dove si possono tuttora vedere – ha messo in moto una reazione a catena di denunce contro il segretario della Lega, per vilipendio, offesa all’onore personale, oltraggio nei confronti del presidente della Repubblica, del Primo ministro, della bandiera nazionale. La moltiplicazione delle denunce alle procure, finora dieci (Verona, Bassano, Vicenza, Trento, Bergamo, Brescia, Milano, Roma, Napoli, Bari) è avvenuta attraverso il passaparola, e-mail, social networks, e grazie alla mobilitazione di gruppi di cittadini che hanno deciso che la misura era colma.
Andiamo a trovare Ermanno Olmi, il regista di Bergamo che vive ad Asiago, l’autore dell’«Albero degli Zoccoli», un uomo che ha titoli per rappresentare la terra lombarda e padana, compresi i suoi dialetti, e che con il suo cinema ha parlato un linguaggio sottovoce, con molti silenzi, eppure preciso e forte, come sa essere chi tiene in grande considerazione il peso delle parole.
Questa volta Olmi ha deciso di appoggiare il ricorso alla giustizia e di sottoscrivere la denuncia: «Ma non faremo la sfilata delle personalità, semplicemente ci mettiamo in fila come cittadini». Ha compiuto ottant’anni l’anno scorso quando ha presentato il suo ultimo film, «Il villaggio di cartone»; una chiesa che diventa ricovero per gli immigrati clandestini, un apologo sulla tempesta della globalizzazione che spazza l’Italia, sull’accoglienza e con una morale: «O cambiamo il corso della storia o sarà la storia a cambiare noi». Il regista ci riceve in ottima forma, malattie e cadute sono solo un ricordo, fuori sull’altipiano il gelo di stagione, dentro il camino acceso.
Perché la denuncia?
«Non si tratta tanto di fermare la scurrilità: se l’individuo Bossi, per esempio, usasse termini volgari sulla sua persona o per giudicare situazioni degne di insulti, potrebbe essere anche tollerato. Il fatto invece che li usi per denigrare persone che rappresentano dei valori – come quelli insiti nel simbolo della bandiera italiana – esige una ribellione. Insultare ciò che per qualcuno ha valore è una bestemmia. L’atto di denuncia verso Bossi non riguarda la Lega Nord, che essendo stata votata ha diritto di esistere come tutti gli altri partiti, avendo anche al suo interno persone di grande qualità. La politica è una cosa seria e sacra, e comportamenti come questi di Bossi o come quelli di Borghezio e Calderoli con il loro “maiale day” contro la costruzione delle moschee non possono essere tollerati. Maroni ad esempio è una persona seria e, da nonno, gli direi di andare avanti con coraggio sottolineando la differenza che c’è tra lui e coloro che fanno male anche alla Lega».
Presa di posizione chiarissima, ma in questi anni abbiamo ben visto quanto sia radicato l’involgarimento del linguaggio dei politici, di quelli che dovrebbero rappresentare l’élite. Difficile cambiare il corso di questa storia.
«Quando il fascismo ha sottoposto la popolazione alle architetture e alle parate di regime, solo dodici accademici (rimasti poi in otto) su duemilacinquecento si sono ribellati alla prevaricazione dittatoriale, mentre il resto dei cittadini si lasciava trastullare dalle lusinghe che il potere metteva a disposizione dei cedimenti morali del popolo. Quando s’inventavano slogan offensivi contro coloro che non aderivano a questa stupidità generale con un linguaggio altrettanto stupido, il popolo non se ne accorgeva. “Che Dio stramaledica gli inglesi” era uno degli slogan. C’è gente che siede in parlamento e che per avvalorare una posizione marginale rispetto ai grandi problemi parla della Padania come colonia o delle differenze razziali tra lombardi e veneti. Ci troviamo di fronte ad una realtà talmente stupida che non può durare a lungo. Vista la debolezza concettuale di questi discorsi, si ricorre ad una terminologia spinta. Il cittadino comune, però, che non ha perso l’orientamento nei confronti delle istituzioni, sente che posizioni che spetterebbero ai migliori sono ricoperte da persone che insultano lo Stato e il governo e non lascia che le cose vadano in questo modo. Proprio per questo la denuncia nei confronti dell’individuo Bossi ha riscosso moltissime adesioni. No, non è indignazione generica, è un richiamo al rispetto delle istituzioni e di chi le rappresenta, Napolitano e Monti, da parte degli italiani tutti».
Bossi non sopporta l’idea che l’Italia si sia riempita per il 150esimo dell’Unità nazionale di bandiere tricolori.
«L’affermazione di Bossi che mi ha creato più sgomento, e da cui provengono tutte le altre, è stata “Io con la bandiera italiana mi pulisco il c.”. Mi piacerebbe ricordare a tutti gli italiani più che a Bossi, che non credo capirebbe il valore delle mie parole, che dietro quella bandiera c’è gente che ha sofferto, che è morta, che ha creduto nella libertà, nella democrazia e nella civiltà. E questo signore non ha nessun diritto di offendere questi morti, che sono nostri parenti e amici, che più di noi si sono esposti. Se si desse a questa bandiera lo stesso valore che si dà ad una bandiera del tifo calcistico, forse la denuncia non avrebbe senso. Ma la bandiera italiana esige rispetto».
Stiamo formulando dei pensieri che saranno giudicati buoni e giusti, ma forse anche poco realistici. Chi scommette sull’Italia che non cambia di solito in politica vince.
«Ma è realismo quello di chi misura tutte le cose in relazione ai numeri e non al loro valore? Vorrei citare nella galleria dei personaggi che hanno onorato l’Italia Cesare Pavese. Quando i comunisti del dopoguerra lo accusavano di non essere concreto perché parlava di pensieri, rispondeva che non esiste nulla di più concreto dei pensieri. I pensieri sono la capacità dell’uomo di assegnare valore alle cose al di là del loro prezzo e del loro peso fisico».
Abbiamo visto, da italiani, quanto la politica incoraggi condotte viziose. Il linguaggio di Bossi e quello delle cricche d’affari sono simili.
«E se la politica premia queste cose, io mi ribello. Se penso a una figura come il nostro Presidente mi domando chi, da Einaudi in poi, sia stato alla sua altezza. Hanno ricoperto quella carica brave persone, e anche dei furbi, ma la differenza con Napolitano è netta. Lui ha una qualità spiccata nell’assumersi le responsabilità di un capo di Stato visto e nell’uso delle parole e del pensiero. Nei primi anni dopo la Liberazione, galantuomini come Parri, Lussu, Terracini, De Gasperi avevano la forza di un pensiero che usciva dal dolore della guerra. Certo quei galantuomini e quella politica erano vulnerabili di fronte alla prevaricazione di chi offendeva la libertà e la dignità, di chi avrebbe trasformato la politica in terreno dei furbi, degli opportunisti, delle trame».
Come ribellarsi a una politica che non vola un millimetro sopra la rappresentanza degli interessi immediati? Per qualunque riforma impegnativa, sembra meglio passare il governo ai tecnici che aspettarsi che la facciano i partiti.
«È una politica che non riesce ad avere un pensiero superiore ai numeri e ai pesi. Eppure De Gasperi era De Gasperi, e Napolitano è Napolitano. Ma il nuovo governo, che è fatto di professori, è politica anch’esso, compie atti politici veri e propri, che hanno ripercussioni sulle persone. I professori agiscono in una situazione di emergenza: in Italia stiamo affondando, non abbiamo le scialuppe di sicurezza e bisogna nuotare tutti, bagnarci i piedi pur di venir fuori dalla crisi. Eppure ci sono ancora persone che si ostinano a cesellare la loro furbizia, ma la furbizia è la più alta forma di stupidità».
Una denuncia allora può servire per restituire alle parole il loro valore, per educare a un altro linguaggio. Ma la degradazione di questi anni ha delle radici: un linguaggio educato era anche espressione di un ordine sociale che si è disintegrato.
«Esistono alcune immagini di Milano e della periferia di Milano del 1945 dove sembra ancora di vedere cose da “Miserabili” di Victor Hugo: bambini a piedi nudi, vestiti di stracci. Oggi la grande diversità sta nel fatto che la globalizzazione è fatta di tante differenze non compatibili tra loro. Nella civiltà rurale tutti parlavano lo stesso linguaggio, infatti, nella storia dell’umanità, la civiltà rurale è stata l’unica civiltà a poter essere definita compiuta, mentre le altre civiltà, tra cui quella industriale e quella tecnologica, sono state provvisorie e una volta raggiunto il loro apice sono repentinamente crollate. La civiltà rurale, invece, è sempre viva e anche nella apparente differenza di razze – apparente, visto che discendiamo tutti dalla medesima razza, quella nera – ha un minimo comun denominatore che rende le persone simili e capaci di riconoscersi. Quando in Cina hanno visto «L’Albero degli Zoccoli» nessuno ha avuto difficoltà nel comprendere il film. Quel tipo di globalizzazione, rurale, presupponeva elementi utili a riconoscersi reciprocamente e a dialogare. Oggi invece esiste una sovrapposizione di modelli di società non più reciprocamente compatibili. Alla fine dell’Ottocento tra le situazioni vissute nelle campagne italiane e quelle proprie dei villaggi africani non esisteva una grande differenza; infatti in entrambi i casi si viveva di pastorizia e agricoltura. Con l’arrivo della scienza e l’introduzione di nuove realtà industriali si sono create quelle differenze che non permettono più alle persone di riconoscersi».
Ma anche la realtà industriale aveva una sua uniformità internazionale e una cultura forte della coesione sociale. La grande industria si preoccupava anche di tempo libero, cultura, libri, teatro. Lei ha esordito facendo documentari per la Edison.
«Questo è vero se si fa riferimento ad una determinata area della società. Ma tra la vita di un operaio a Milano e il contadino della Valle Brembana, dopo l’avvento dell’era industriale che ha tolto braccia alle campagne a favore delle fabbriche, è arrivato un momento in cui non esisteva più dialogo. Questa situazione ha acuito anche la differenza esistente tra Nord e Sud, dove al Sud il latifondo è andato avanti fino al dopoguerra. La popolazione che vive nelle periferie delle grandi città oggi non ha più alcun collegamento con coloro che vivono nelle campagne, come invece succedeva prima».
Stiamo rimpiangendo un passato che non ritorna?
«Non si tratta di nostalgia. Se apprezziamo la genuinità di un pezzo di pane di farina di grano duro o un piatto di pasta al pomodoro preparato con dei veri San Marzano, non si tratta di nostalgia ma di lucida conoscenza della differenza che esiste tra questi prodotti e quelli industriali in scatola, che hanno perso il valore nutrizionale degli originali. Non guardiamo al passato in modo decadente con la voglia di tornare indietro, ma arricchiamo il presente di valori ormai dispersi. Oggi non esistono più i veri contadini, sono stati sostituiti da operai che lavorano la terra con modelli industriali».
Parliamo di ribellione alla degenerazione della vita politica e del suo linguaggio. Ma la educazione politica ha bisogno di basi materiali nella società. La solidarietà sociale poteva prosperare nella società agricola e in quella industriale. Nella società frammentata di oggi ha vita stentata.
«La condizione quasi perfettamente ideale di solidarietà è esistita nel dopoguerra visto che bisognava ricostruire e rimettere in moto la macchina del paese. Appena questi ingranaggi hanno prodotto ricchezza, che ci ha concesso di vivere non sull’orlo della miseria, abbiamo sottoscritto un progetto di arricchimento senza limiti e siamo arrivati a vivere in condizioni fasulle, credendoci ricchi e giocando su un’economia del rinvio senza presentare un rendiconto di fine anno, il che ci ha fatto accumulare uno spaventoso debito pubblico. La disonestà non consiste solo nel rubare ciò che appartiene a un altro, ma anche nell’ingannare gli altri con le bugie e noi siamo stati ingannati. E, attenzione, lo siamo ancora adesso, quando lasciamo dire che bisogna far ripartire i consumi per la crescita, mentre bisognerebbe ridurli entrambi per essere realisti e uscire dall’inganno. Il programma di questo governo che cerca un salvagente per tenerci a galla non è abbastanza realistico: visto che la nave sta affondando, per salvarci di certo non bastano solo i salvagente, bisognerebbe tornare a zappare la terra».
La Milano dei suoi film degli anni Sessanta, «Il posto», «I fidanzati» era un emblema del ritmo della città industriale, scandito dalle enormi fabbriche, dai tram strapieni nell’ora di punta, da fiumi di tute blu e colletti bianchi. Sembrava un ordine permanente e si è rivelato transitorio e breve.
«E dobbiamo adeguarci: l’ordine morale deve modificare l’idea che abbiamo delle basi materiali. Non si può più pensare di avere più automobili e televisori per famiglia. Abbiamo vissuto l’idea della ricchezza ignorandone il fondo. Il boom economico dell’Italia alla fine degli anni ’40 e con l’anno Santo del 1950 era caratterizzato dalle biciclette, dalle Lambrette, poi dalle Fiat 500, ma nel 1953 iniziò a circolare la parola “congiuntura” che secondo gli economisti comportava una momentanea pausa a questo travolgente momento di ricchezza. Era invece un segnale che non abbiamo ascoltato. Nel Villaggio di cartone l’ho detto: “O siamo noi a cambiare il corso della storia o sarà lei a cambiare noi”. E in questo momento si sta verificando la seconda ipotesi, il che porta con sé dei veri e propri Tsunami».
La società contadina aveva le sue sicurezze, quella industriale poteva contare sul welfare. Ora siamo esposti ai rischi della globalizzazione e della frammentazione.
«La sicurezza del sistema industriale è fallita mentre quella della civiltà rurale esiste ancora. Noi possediamo pensioni, assicurazioni private e di categoria, ma neanche più quelle sono in grado di rassicurarci. Dopo la fine dei latifondi in alcuni contesti del mondo rurale esistevano “società dei probi contadini” che garantivano per i soci in difficoltà, condividendone i problemi e le disgrazie agendo sempre sulla base della fiducia. Se un contadino perdeva la vacca si faceva una colletta per sostenerlo. Oggi potremmo fare una società dei probi condomini?».
Difficile obiettivo, ma qualcosa ci resta da fare.
«Oggi si può mettere in atto una nuova idea di convivenza che abbia alla base un progetto. La politica, invece, non parla mai di progetti concreti, vivendo di icone ideologiche poco concrete. Il governo attuale è stato costretto a dare risposte concrete provocando l’ira di coloro che non accettano l’idea di non aver pensato prima al fatto che eravamo poveri».
Dove stanno le voci capaci di annunciare la dura verità e l’ardua impresa che ci aspetta? Politici nuovi? Talenti d’artista?
«Se emergesse qualcuno a guidare le coscienze altrui sarebbero guai per tutti. Ognuno di noi fa grande fatica a guidare la propria e ad ammettere le proprie debolezze. L’agire con superficialità ci ha portato alle soglie di una difficile scelta di cambiamento. Dobbiamo guidare le nostre coscienze e dobbiamo avere la consapevolezza che in passato abbiamo creduto nella ricchezza come risolutrice di tutti i problemi. C’è un solo comandamento da rispettare in questa situazione: cambiare vita e con il pensiero e con le parole dare un nuovo valore alle cose».
Niente più incentivi al fotovoltaico a terra
dalla Redazione AltritAsti
L'articolo 65 del recente "Decreto Liberalizzazioni" del Governo Monti pone finalmente uno stop al sostegno finanziario dello Stato agli impianti fotovoltaici installati su terreni liberi.
Diciamo "finalmente" perchè era da anni che ci battevamo perchè il corretto approccio alla produzione di energia da fonti rinnovabili non andasse a discapito dell'assoluta priorità di salvaguardare i terreni (liberi e ancor più fertili), tanto da averne fatto una campagna nazionale nel 2009 del Movimento Stop al Consumo di Territorio: "Sì al fotovoltaico, ma non su terreni liberi". Dopo tre anni possiamo dire di avere avuto ragione ad insistere; ma molti "cadaveri" sono rimasti sul campo e altrettanti pericoli restano comunque dietro l'angolo ...
Il decreto così recita:
1. Dalla data di entrata in vigore del presente decreto, per gli impianti solari fotovoltaici con moduli collocati a terra in aree agricole, non e' consentito l'accesso agli incentivi statali di cui al decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28.
2. Il comma 1 non si applica agli impianti solari fotovoltaici con moduli collocati a terra in aree agricole che hanno conseguito il
titolo abilitativo entro la data di entrata in vigore del presente decreto o per i quali sia stata presentata richiesta per il conseguimento del titolo entro la medesima data, a condizione in ogni caso che l'impianto entri in esercizio entro un anno dalla data di entrata in vigore del presente decreto. Detti impianti debbono comunque rispettare le condizioni di cui ai commi 4 e 5 dell'articolo
10 del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28.
3. Agli impianti i cui moduli costituiscono elementi costruttivi di serre cosi' come definite dall'articolo 20, comma 5 del decreto ministeriale 6 agosto 2010, si applica la tariffa prevista per gli impianti fotovoltaici realizzati su edifici. Al fine di garantire la coltivazione sottostante, le serre - a seguito dell'intervento - devono presentare un rapporto tra la proiezione al suolo della
superficie totale dei moduli fotovoltaici installati sulla serra e la superficie totale della copertura della serra stessa non superiore al
50%.
4. I commi 4, 5 e 6 dell'articolo 10 del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28 sono abrogati, fatto salvo quanto disposto
dall'ultimo periodo del comma 2.
E' quindi perentorio: non si incentivano più gli impianti a terra. Ma a partire dal 24 Gennaio 2012. Tutti gli impianti già autorizzati, invece, dovranno entrare in esercizio entro un anno, pena la perdita degli incentivi stessi.
Ma quanti sono (in numero e in superficie) gli impianti autorizzati dal 3° Conto Energia che entro un anno potranno essere realizzati e godere così del sostegno finanziario dello Stato ? Tanti, troppi, ovunque. Almeno stando alle indicazioni allarmate che ogni giorno ci giungono da ogni parte d'Italia.
Per questo la Rete delle 583 Organizzazioni che danno vita al Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio, ha inviato una sollecitazione al Ministro dell'Agricoltura Catania e messo in luce le proprie preoccupazioni. Che riguardano anche il comma 3 del decreto, apparentemente innocuo e invece molto preoccupante. Il testo integrale del documento trasmesso al Ministro Catania lo potete leggere qui.
Dal 2009, in ogni occasione, attraverso articoli, interviste rilasciate ai principali quotidiani italiani e alle televisioni nazionali, in innumerevoli interventi a convegni, conferenze, appuntamenti pubblici e tavoli di discussione, in centinaia di banchetti informativi, petizioni, discussioni assembleari, abbiamo ribadito senza tregua che senza questo intervento tassativo avremmo continuato a depauperare i terreni e rovinato paesaggi.
Più volte abbiamo gridato che ogni giorno la situazione stava drammaticamente aggravandosi e che prima o poi ci saremmo dovuti ricredere ma "quando ci decideremo a chiudere le stalle, troppi buoi saranno già scappati". Siamo arrivati a quel momento: ciò che è perso è perso, ma ci sono centinaia di situazioni che potremmo ancora fermare. Proviamoci ...
Il decreto del Governo Monti (che, peraltro, contiene molte ombre) ci dimostra che, almeno su questo tema, la logica del "buon senso" era dalla nostra e che persistere nelle giuste convinzioni è un atto dovuto.
>> Vedi l'articolo originale cliccando qui
Pubblicato da: Redazione il 08/02/2012
in: Terra Aria Acqua Fuoco
Tags: energia , fotovoltaico , politica, leggi
Elogio del moralismo
invito alla lettura del libro di stefano Rodotà
Con questo titolo un pò provocatorio è stato pubblicato recentemente un agile libretto di riflessioni politico-giuridico-sociali di Stefano Rodotà (Laterza, ottobre 2011).
La lettura, peraltro agevole grazie allo stile chiaro ed essenziale e anche piacevole malgrado l’estrema serietà dell’argomento, sembra sommamente opportuna, particolarmente in questi tempi duri in cui alla crisi dell’economia globale si sommano i pericoli indotti di degrado della vita pubblica, di riduzione degli spazi democratici, di sommovimenti sociali, di violenze razziste, di crescita degli inquinamenti mafiosi, di “prevalenza del cretino” e di altre disgrazie.
L’autore usa il termine moralismo, e non quello di moralità, eticità e simili, apparentemente più chiari e inequivoci, a ragion veduta (anche se nelle ultime pagine compare l’espressione “etica pubblica”).
E’ noto infatti che già da molti anni in alcuni settori, peraltro molto rilevanti, della politica e della società civile, al vocabolo è stato attribuito un significato negativo per indicare atteggiamenti ideologici e comportamenti pratici asseriti da un lato non più all’altezza dei tempi moderni e dall’altro dannosamente “predicatori”, definizione questa dai sensi polivalenti che spaziano dall’allusione al semplice rompiscatole, al pedante, al bacchettone sino a quella, decisamente calunniosa nell’intenzione, sintetizzata nel vecchio proverbio “predicare bene e razzolare male”.
Ma Rodotà chiarisce subito che si tratta di una distorsione di senso priva di qualsiasi fondamento (se non quello di coprire intenti e comportamenti non commendevoli, per non dire peggio) e che è necessario tornare al significato originario, quello assegnatogli dall’opera dei pensatori dei secoli passati (La Rochefoucauld, tanto per fare qualche esempio, o anche Mazzini, per restare a casa nostra): la necessità che l’azione dell’uomo, e soprattutto l’azione dell’uomo “pubblico” (politico, grand commis, funzionario, magistrato, sindaco, dirigente di azienda, responsabile di istituto finanziario, banchiere, giornalista), sia sempre improntata a una serie di principi morali generalmente riconosciuti anche se non sempre tradotti in norme di legge o di regolamento.
Moralità privata ma soprattutto moralità pubblica: sotto pena in difetto dello scollamento e poi del disfacimento sociale, moderna versione del bellum omnium contra omnes di cui parla certo Tommaso Hobbes. E chi ricorda e sostiene questi principi è appunto un moralista in senso proprio, checché ne pensino e ne dicano gli “uomini del fare” rispolveratori del vecchio contrabbandato per nuovo magari anche col conforto di qualche alto prelato esortante a “contestualizzare”. “La parola moralista”, è l’esordio chiarificatore, “mi piace perché richiama non una moralità passiva, compiaciuta, contemplativa e consolatoria, ma un’attitudine critica da non abbandonare, una tensione continua verso la realtà, il rifiuto di uno storicismo da quattro soldi che, riducendo a formula abusiva l’hegeliano “tutto ciò che è reale è razionale”, spalma di acquiescenza qualsiasi comportamento pubblico e privato…; il moralista diffida di Machiavelli quando Il Principe viene pubblicato con prefazioni di Benito Mussolini o di Bettino Craxi o di Silvio Berlusconi”. E con tale premessa è già evidente il tema del libro, oltre che il vero significato della parola.
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Pubblicato da: Redazione il 11/01/2012
in: Punti di vista
Tags: crisi , cultura
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Facciamoci gli auguri
Di Laurana Lajolo
Facciamoci gli auguri, ne abbiamo bisogno tutti in modo più significativo che in altri periodi dopo un anno difficile e il prossimo che non si prospetta facile.
Dopo gli anni delle vacche grasse del consumismo e della spesa senza limiti ora sono arrivati quelli delle vacche magre e tutto si è ristretto come la nostra disponibilità di denaro nel portafogli. Qualcuno dice che gli italiani tirano fuori straordinarie risorse proprio nei momenti cruciali, bene è ora di dimostrare che siamo un popolo capace di reagire, ma abbiamo bisogno di una classe dirigente all’altezza che sappia modificare il corso degli eventi. I giovani è come se attraversassero un tempo di guerra con mille incertezze nel presente e nel futuro, perché per troppo tempo ci si è dimenticati dei loro diritti e delle loro aspettative e sono sfruttati da un precariato selvaggio.
Ci sono molti adulti delusi in questa fine d’anno con il pensionamento che si allontana, con nuove spese, con meno servizi. Facciamoci, dunque, gli auguri più tradizionali: buona salute, un lavoro, serenità, e sarebbe già molto, ma abbiamo soprattutto bisogno di speranza e di volontà di invertire la rotta senza delegare a economisti, politici di professione, banchieri il nostro destino e cercando strade di partecipazione per rinnovare politica e democrazia.
Incenerimento dei rifiuti
Dossier di studio sull'inceneratore
Pubblichiamo uno studio sull'inceneratore, definito in modo fuorviante come termovalorizzatore, che l'ing. Luigi Sardi ha predisposto per la Consulta delle organizzazioni ambientaliste della Provincia di Asti. Lo studio, molto documentato e articolato in modo chiaro e semplice, fornisce una serie di dati inconfutabili sulla pericolosità di quel tipo di impianti e smaschera molte informazioni distorte che circolano sull'argomento.
Pubblicato da: Redazione il 10/01/2012
in: Terra Aria Acqua Fuoco
Tags: acqua , città , dossier ambiente
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PER GIORGIO PLATONE
Di Laurana Lajolo
Giorgio Platone è morto il 29 novembre nella sua casa di Asti. E’ stato sepolto con rito civile il 1 dicembre.
Giorgio Platone è un maestro e i maestri non si dimenticano.
Maestro di urbanistica, di etica pubblica e di morale privata, maestro di ironia e di intelligenza fuori dal comune.
Professore severo, professionista impegnato, amministratore pubblico competente, rigoroso e onesto.
E’ stato comunista per scelta ideale e appassionato partigiano delle sue idee.
Ha fatto l’architetto disegnando forme nuove e essenziali e lui, non credente, ha costruito la chiesa del Don Bosco interpretando il termine ecclesìa come spazio aperto e assembleare.
Giorgio è entrato nella storia della città, come i tanti componenti della grande famiglia Platone, che hanno dato molto ad Asti.
Tra il 1975 e il 1980, quando è stato assessore all’urbanistica della Giunta di sinistra presieduta da Gian Piero Vigna, ha disegnato il futuro di Asti con progetti coraggiosi e coerenti e ha riportato alle antiche e nobili funzioni un centro storico allora disastrato e fatiscente, abitato dagli ultimi.
Ha partecipato a costruire il nuovo modo di governare, fondato sulla consultazione, sulla partecipazione dei cittadini e sulla serietà morale, caratterizzato da forti segnali di cambiamento per un progetto complessivo della città.
Non ha chiesto lui di essere assessore, ma ha risposto a una richiesta del suo partito e, per evitare qualsiasi dubbio sulla sua rettitudine, ha chiuso lo studio di architetto e si è dedicato disinteressatamente alla cosa pubblica per il bene della città, rinunciando alla professione per l’interesse superiore della collettività.
Ha strutturato l’assessorato, impostato il modo di intendere l’urbanistica che rimane ancora nelle decisione buone che si prendono per questa città.
Ha lavorato senza sosta per realizzare il suo ambizioso progetto di pianificazione territoriale, di gestione programmata, di edilizia popolare ( si pensi solo al quartiere Praia e allo svuotamento del Casermone), di dotazione di nuovi servizi per una popolazione in crescita a causa dell’immigrazione, del piano di insediamenti produttivi.
In particolare il coordinamento dell’edilizia privata con gli interventi di edilizia pubblica ha rappresentato un’importante novità come il mettere a regime le modalità di pagamento degli oneri urbanistici a vantaggio della comunità.
Ha dovuto combattere contro molti avversari perché ha toccato importanti interessi economici e poteri forti. Lo ha fatto con convinzione e coraggio senza lasciarsi intimidire dalle minacce.
Lo hanno accusato di affossare l’edilizia e il patrimonio immobiliare e proprio i suoi nemici hanno beneficiato della sua illuminata opera, riqualificando le proprie aziende e valorizzando le case di proprietà.
Ha sostenuto con determinazione le sue tesi anche nelle discussioni all’interno del suo partito e ha insegnato a tutti che il perno fondamentale della buona amministrazione di una città sta nelle scelte dell’assetto urbanistico.
Platone è rimasto, a distanza di quarant’anni, l’assessore all’urbanistica per antonomasia, il punto di riferimento per coerenza, per competenza e chiarezza di intenti.
In una fase storica di grande crisi della politica e di profondo degrado morale Giorgio Platone risulta un modello esemplare della buona amministrazione e delle scelte strategiche lungimiranti, che danno i frutti a distanza di tempo.
E coloro che si apprestano a governare la città non devono dimenticarlo.
I suoi amici ricordano le battute fulminanti, il piacere dello scherzo, le imitazioni divertenti, i giudizi caustici, la grande cultura, la passione per le idee, i disegni perfetti che hanno alleviato anche la sua malattia.
Chi ha lavorato con lui ha imparato molto e ha rimpianto la sua assenza dalla scena pubblica.
Giorgio è stato un uomo giusto e rimane con noi.

















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