Una giornata emozionante
A cura dell'Associazione Davide Lajolo
La passeggiata del 29 maggio 2010 Ulisse sulle colline a Vinchio nella Riserva naturale della Valsarmassa è stata una giornata carica di emozioni e di intensità di sentimenti condivisi tra protagonisti e pubblico.
L’inizio della manifestazione è stata come tutti gli anni al Bricco dei Tre Vescovi, dove si è parlato di biodiversità, di difesa dell’ambiente, di agricoltura di qualità che non deve essere messa in pericolo dall’assalto disordinato del fotovoltaico, che risponde soltanto a profitti privati. E’ intervenuto con Laurana Lajolo il presidente dell’Ente Parchi Astigiani Gianfranco Miroglio.
Il gruppo si è quindi soffermato al Giardino delle erbe aromatiche, collocato sul crinale con la vista delle Alpi da un lato e degli Appennini liguri dall’altra.
Il momento centrale della manifestazione si è svolto al Bricco di Monte del Mare, dove Renzo Arato ha letto poesia, accompagnato dal clarinetto di Nadia Seia, con versi di Davide Lajolo, Rafael Alberti, Pablo Neruda, Paul Eluard, Alfonso Gatto, Nazim Hikmet, poeti amici di Lajolo,.
Laurana Lajolo ha ricordato la fuga della madre Rosetta con lei bambina di due anni sulla bicicletta durante il terribile rastrellamento nazifascista del 2 dicembre 1944 alla ricerca di un rifugio sicuro, che è stato trovato, dopo tre giorni di viaggio nella neve, presso la famiglia Caracciolo di Agliano, che con coraggio e generosità ha protetto la giovane donna e sua figlia dalla violenza della guerra. Laurana ha voluto consegnare una targa a Silvana Caracciolo, erede della memoria della famiglia che le ha salvato la vita.
E’ stato quindi consegnato il Premio Davide Lajolo - Il ramarro alla giornalista Concita De Gregorio quasi a segnare il passaggio di testimone da Davide Lajolo, direttore de L’Unità di Milano dal 1948 al 1958 nei tempi bui della guerra fredda, a Concita de Gregorio, che dirige oggi il quotidiano con coraggio e passione in un periodo molto difficile della nostra storia. De Gregorio ha sottolineato l’esigenza di saper difendere gli spazi di libertà e di democrazia, perché la Resistenza è anche adesso.
L’incontro si è svolto tra le bellissime sculture di Elio Garis Le sirene sulle colline del mare. Le flessuose forme di sirene e di voli in diversi materiali hanno trovato una suggestiva collocazione tra le piante sulle colline sorte dal mare millenni di anni fa.
Alla Ru, la quercia secolare monumento naturale della Valsarmassa, Valentina Archimede ha letto alcuni brani sul giornalismo che Davide Lajolo ha annotato nel suo diario Ventiquattro anni: dalla passione per il mestiere di giornalista, alla battaglia per la libertà di informazione al rapporto con il popolo dei lettori, alla poesia condivisa con il tipografo sul bancone in attesa dell’uscita del giornale.
>> Leggi i testi delle letture e le motivazioni delle premiazioni scaricandoli dal sito www.davidelajolo.it
VIDEO CRONACA
Appunti di giornalista di Davide Lajolo
Laurana Lajolo in fuga a due anni
Concita De Gregorio e l’odierna resistenza
Pubblicato da: Redazione il 03/06/2010
in: Storie
Tags: asti, cultura , gallery , lajolo , parchi e riserve , racconto fotografico , resistenza
Avere vent'anni e chiamarsi Vittorio - seconda puntata
Di Michele Miravalle
Un romanzo a puntate, né il primo né l’ultimo della nostra letteratura, insieme di parole che formano una storia. Da leggere, come tutte le storie, per evadere, ritrovarsi o semplicemente per “perder” tempo. A voi la scelta.
Intanto l’autore accetta idee telematiche e proposte di nuovi scenari possibili dai lettori all’indirizzo miravallem@yahoo.it
Avevi visto troppi film d’azione, con investigatori troppo intelligenti e amanti di investigatori troppo belle per essere realistiche, però una cosa eri certo di averla capita: ci vuole un piano. Sempre. Inutile brancolare nel buio, seguire l’istinto, sbattere la testa contro muri di delusione. Pianificare doveva diventare la tua parola d’ordine, urlata da un superiore inesistente, per raggiungere un obiettivo tuo e di nessun altro: trovarla.
Ma da dove si doveva iniziare per costruire un piano? Tu che nella tua vita avevi respirato anarchia, parlato e imposto menefreghismo, chiamandolo libertà, ora ti saresti dovuto dare regole, tempi, luoghi. Impossibile.
Ma l’impossibile, si sa, ha fascino e fa innamorare e così, mentre pensi e cammini, la città ti avvolge: alberghi, scuole, campi da calcio, giardinetti poco curati con panchine occupate da pettegolezzi. E’ la provincia, bellezza.
Proprio qui, vicino alla fermata di un bus che vomita studenti, bulli e ormoni; con la naturalezza di un vecchio poliziotto scafato, hai un’intuizione geniale: partire dal principio.
Già. Da dove, se no.
Il tuo piano sarebbe partito da lì, da dove tutto era iniziato. Questa era una storia troppo complicata per perdersi in inutili flashback, cambiare l’ordine degli addendi o sottintendere passaggi.
Il passo si faceva veloce e i pensieri leggeri. Sorriso sornione, felicità sottopelle e un cauto ottimismo di ritorno. Iniziavi a intravederla da lontano: la partenza.
Intimorito dal suo austero abbandono, la sua vecchiaia decadente accentuata dall’erba non tagliata e dalle aiuole non curate. Tutti l’avevano abbandonata, come si fa con un indesiderato. Avevano talmente fretta che hanno persino dimenticato di seppellirla, erano troppo avidi per darle un’altra speranza, avevano preferito lasciarla lì, sola. Proprio lei che aveva decretato tante partenze ora era arrivata al capolinea.
Brutta storia davvero, pensavi. Ma questo, nei film d’azione, sarebbe stato il momento giusto per il primo stacco pubblicitario, una buona occasione per rifiatare.
Bello avere vent’anni e seguire un piano.
Pubblicato da: Michele Miravalle il 13/03/2010
in: Storie
Avere vent'anni e chiamarsi Vittorio - prima puntata
Di Michele Miravalle
Un romanzo a puntate, né il primo né l’ultimo della nostra letteratura, insieme di parole che formano una storia. Da leggere, come tutte le storie, per evadere, ritrovarsi o semplicemente per “perder” tempo. A voi la scelta.
Intanto l’autore accetta idee telematiche e proposte di nuovi scenari possibili dai lettori all’indirizzo miravallem@yahoo.it
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Inspirare, espirare.
Lassù si arriva solo nei momenti speciali, quando bisogna fermare un fotogramma di vita e preparare il prossimo ciak. E’ il luogo di tutti i luoghi, quei mattoni rossi caldi di sole trasudano parole importanti dette da troppo giovani, parlano di avventure “da grandi” che a guardarle ora vien da sorridere.
E poi lì c’è la città, talmente stanca da sembrare sdraiata ai tuoi piedi, bella addormentata in un bosco fatato mai esistito, solo sognato.
Pensi che forse, a vent’anni è ora di smetterla con le fiabe e guardarla per quel che è, ammasso di intime speranze e asfalto, cumulo di vite e calcinacci, uomini e palazzi.
Ma non sei arrivato lì per perderti nei pensieri tirandotela da filosofo urbano e neanche per bruciare calorie con qualche pigra sgambata invernale, tentando invano di dare un senso al tuo essere uomo.
Non è questo il tempo di ricordare il muretto e le prime birre, troppo amare per piacerti, i “tagli” da scuola con il terrore che il prof sbucasse da dietro la curva, come se i prof non avessero di meglio da fare che sbucare dalle curve.
Non era tempo per tutto questo e così, mentre ti perdevi in quell’orizzonte nebbioso di colline, cercavi di trovare una maledetta via di uscita, arrendersi era da codardi e tu odiavi i codardi.
In fondo l’obiettivo era uno solo e molto chiaro: trovarla.
Un po’ Jonh Wayne, un po’ Montalbano.
Eri certo che sarebbe stata un’avventura rischiosa, ma pensavi anche che quello era il posto migliore da cui cominciare.
La nebbia si era ormai mangiata la città, ora potevi solo immaginarla, eppure tu eri lì da qualche parte, avvolta nella stessa nebbia. Ma dove?
Bello avere vent’anni e chiamarsi Vittorio
(continua…)
Pubblicato da: Michele Miravalle il 18/02/2010
in: Storie
Una casa fatta di tufo"
di Erri De Luca
Nel gennaio di quest'anno la Cascina del Racconto ha inaugurato una nuova serie di proposte, sotto il titolo "A ruota libera". La Cascina offre a chiunque un palcoscenico per raccontare di sè, degli altri, di ciò che ama, della sua visione del mondo.
Ha invitato a salire sul palcoscenico per primi due noti personaggi, che hanno accettato con piacere di raccontare a ruota libera, al di qua e al di là dei loro libri.
Il 15 gennaio Bruno Gambarotta e il 25 gennaio Erri De Luca. Sarà poi il turno di persone non così note, ma con altrettante cose da raccontare, e poi ancora di personaggi più noti in qualsiasi campo del vivere.
ERRI DE LUCA
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Da bambino ho abitato in una casa fatta di tufo. Il tufo è un materiale molto poroso, non riesce a separare i muri, le pareti delle stanze: si sente tutto, noi sentivamo tutto quello che si diceva nella casa, quello che dicevano quelli del piano di sotto, del piano di sopra, in fondo al vicolo, nel palazzo di fronte: eravamo collegati. Sentivamo storie della guerra appena finita e quelle storie passavano nelle orecchie di noi bambini e si sono infilzate nel nostro sistema nervoso .
Così la storia del 1900 ha infettato la mia infanzia. La guerra è una storia che ha riguardato principalmente le donne che hanno affrontato il peso principale della storia moderna: non gli uomini al fronte, ma le donne, che stavano nelle città e hanno sopportato il peso e la responsabilità di mantenere in vita le famiglie, la vita civile.
Le guerre del Novecento rappresentano uno stravolgimento epocale nella storia: sono le guerre che distruggono più vite di indifesi che di soldati. Hanno come obiettivo, di fatto, più le persone civili che obiettivi militari.
La seconda guerra mondiale è un esempio gigantesco di questa mutazione del sistema guerra : le guerre non avvengono più fra eserciti, ma fra eserciti e indifesi, a scopo di distruzione, di espulsione, di cancellazione dalla faccia della terra o di pulizia etnica . Ancora così sono le guerre di oggi, quelle che noi spensieratamente intraprendiamo in giro per il mondo.
La novità della guerra moderna che ha permesso questo stravolgimento è stata la possibilità di bombardare le città. Il bombardamento aereo di una città è l’atto terroristico per eccellenza. L’atto che vuole distruggere non un obiettivo militare, ma più vite umane prese a casaccio, lì dove stanno, e in più vuole terrorizzare.
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La Bibbia mi piace, mi piace quella storia che si è piantata in me tanti anni fa: ero in un posto in cui non c’era nessun libro né ne volevo, non volevo più farmi raccontare storie dalla narrativa, dalla letteratura, così mi sono trovato quel libro e ho incominciato a sfogliarlo, a leggerlo e mi è piaciuto perché non è letteratura, è il contrario della letteratura. La letteratura vuole strusciarsi vicino al lettore, lo vuole accattivare, lo vuole tirare dentro la sua storia; quel libro se ne infischiava del lettore, raccontava una storia chiusa, di una divinità che si voleva regalare a un piccolo gruppo di uomini in un mondo strapieno di altre divinità e con quella rivelazione voleva schiantare tutte le divinità precedenti e mettersi da sola al centro della vita e del cuore delle persone . Era una storia completamente chiusa dentro quella volontà di rivelazione. Mi piaceva quello.
Io sono uno che non crede, un non credente, non ateo: l’ateo ha risolto il problema una volta per tutte; il credente e il non credente sono ancora al participio presente, credono e non credono, ma tutti i giorni rinnovano il loro credito o non credito. Continuamente pretendono di trovare o ritrovare quella linea di credito e di fiducia nei confronti della divinità. Il non credente resta incapace di rivolgersi alla divinità, di darle quel tu, indispensabile pronome per avere a che fare con la divinità
Pubblicato da: Anita Bogetti il 17/02/2010
in: Storie
L'urlo
di Pasquale di Lena
Quella mattina l’urlo straziante mi aveva tolto il respiro. Non era mai successo prima. Eppure da qualche anno si ripetevano le partenze che uno veniva a sapere sempre all’ultimo momento e, a volte, arrivando a scuola, quando il banco era vuoto o mancava solo uno degli occupanti. Il maestro, già anziano, ce lo annunciava all’inizio della lezione.
Cominciava a parlare con voce sommessa e la testa chinata sulla cattedra, pronunciando subito il nome, Francesco (Ciccillo), Primiano (Nanuccio), Vittorio, Michele Pasquale o Nicola (Lillino), Pardo (Parduccio), Raffaele (Lello), Antonio (Totonno) è partito per l’America, che voleva significare dal Nord al Sud, dal Canada all’Argentina, il Brasile, senza precisare quale di questi paesi, oppure per l’Australia, che era un paese come un altro dove cercare lavoro e fortuna, difficile, però, da raggiungere perché lontano, molto lontano.
[...] Continua nel pdf allegato
Pubblicato da: Pasquale di Lena il 04/02/2010
in: Storie
Vigin parte per l'Australia di Davide Lajolo
Da I mé e ristampato in Cuore di terra (Araba Fenice edizioni 2007)
(All’inizio degli anni Trenta la filossera distrugge le viti in tutto il Monferrato e costringe molti contadini all’emigrazione. Luigi Ratti di Vinchio, detto Vigin, è uno di questi. Il racconto di Davide Lajolo Vigin parte per l’Australia, letto dalla nipote Valentina Archimede a La Ru, è storia di miseria e di emigrazione, di vita dura e di desiderio di far fortuna.
Una parte della nostra storia che si ripete nelle storie dei migranti di oggi, che attraversano il Mediterraneo sui barconi di fortuna. E a loro la vogliamo dedicare).
Era la crisi. La miseria nuda e cruda senza bisogno di altri aggettivi. Gli uomini si guardavano in faccia l’un l’altro, nella casa i fratelli più alti avevano la sensazione di darsi fastidio a vicenda anche solo per sedersi a tavola come li avesse presi l’ossessione che non ci fossero più neppure le sedie per tutti. Dal mucchio di terra rimasto al centro del paese dopo aver abbattuto il Castello, la domenica, quando si saliva per assistere alla messa nella chiesa che si apriva sulla gran piazza, Vinchio, con le vigne devastate senza più filari, pareva un altro paese, un paese di morte.
Poi si incominciò a parlare di America. Come la si scoprisse allora, una terra sterminata, ricca, là sarebbe bastato piantare la vanga per avere un buon raccolto. C’era terra per tutti e lavoro nelle città. Lo raccontava uno di Mombercelli che era tornato di là con la camicia di seta e un gran cappello largo. Molti diffidavano di quel tipo così combinato, ma il bisogno li costringeva a credergli sulla parola.
Quando partì il mio vicino di casa, Vigin, io ero già in collegio a Torino, naturalmente dai preti perché i miei potessero pagare il meno possibile. Mi arrivò a metà dicembre, quando già tra noi si parlava di presepio e di castagne secche, tutte cose che facevano più pungente la nostalgia di casa, una lettera di mio padre con le parole scritte grosse, calcate con il pennino come volessero dire tutto e ancora di più: “Caro figlio, tu hai messo tante lacrime quando sei partito per Torino e pensa che Vigin di Ratti, il nostro vicino, è partito ieri per l’Australia. Dicono che è un posto lontanissimo. Deve navigare due mesi per mare e poi ancora in treno e a piedi e non sa neanche dove troverà lavoro. Fino in Australia, capisci? Ai confini del mondo, se il mondo ha confini”.
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