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Blog di informazione culturale, turistica, paesaggistica e ambientale a cura dell'Associazione Davide Lajolo
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IVAR ODDONE Memoria di uno scienziato militante contro la nocività ambientale in fabbrica e sul territorio

Di Emanuele Bruzzone - Associazione Tempi di Fraternità Asti

IVAR ODDONE Memoria di uno scienziato militante contro la nocività ambientale in fabbrica e sul territorio

E’ scomparso nell’ottobre scorso Ivar Oddone, medico e psicologo del lavoro, studioso impegnato sui problemi della salute dei lavoratori.
Nato ad Imperia nel 1923, partecipò alla lotta di Liberazione entrando, ventenne studente di medicina ,entrando nelle file della Resistenza dell’entroterra ligure occidentale. Fu commissario politico delle Brigate Garibaldi con il nome di battaglia di “Kim” : è proprio lui il comandante Kim protagonista del primo splendido libro di Italo Calvino Il sentiero dei nidi di ragno .
Fin dai primi anni Sessanta ,come esperto dei fattori di nocività derivanti dall’impatto con il lavoro di fabbrica, recupera e sistematizza,nella sua ricerca sul campo, insieme ad un gruppo di operai metalmeccanici della FIOM-CGIL della FIAT Mirafiori a Torino, la loro esperienza quotidiana nei reparti,dalla catena di montaggio alla verniciatura e così via. Nasce così ,sintetizzando i risultati di quella pionieristica inchiesta partecipata, la “Dispensa sull’Ambiente di Lavoro”,più volte ripubblicata, che diventò per i delegati dei Consigli di fabbrica nel ciclo di lotte degli anni Settanta una specie di Bibbia. Studiata nei Corsi monografici delle “150 ore” all’Università, rappresenterà un elemento fondamentale della coscienza operaia e lo strumento principale per le rivendicazioni all’insegna dello slogan “la salute non si vende” contro le cosidette paghe di posto .
Un suo trattato fondamentale, scritto con altri psicologi suoi allievi, è stato Esperienza operaia,coscienza di classe e psicologia del lavoro punto di riferimento per almeno due generazioni di sindacalisti e giovani studenti di medicina e psicologia del lavoro.
Oddone era una personalità molto esigente con sé e con gli altri,nemico di ogni semplicismo e ideologismo. Si deve alla sua attività di esperto formatore e animatore di gruppi se la consapevolezza che poi si chiamerà ambientale si è potuta estendere dai luoghi di lavoro al territorio sviluppando l’analisi dei fattori di nocività e delle responsabilità connesse. La riforma sanitaria di oltre trent’anni fa e la sua logica di prevenzione (oggi purtroppo così tanto disattesa) e le normative sulla sicurezza del lavoro (anch’esse tanto proclamate,ma nei fatti aggirate..) poggiano anche su quel pilastro di risorse conoscitive e di pratiche sociali che lui ha saputo costruire. Adesso i tempi sono cambiati: i sindacalisti più giovani può darsi che non ne ricordino neppure il nome. Certo ne hanno più memoria gli studenti universitari che hanno frequentato i suoi corsi alla Facoltà di Psicologia torinese dove ha insegnato per decenni Psicologia del lavoro sempre attento alle trasformazioni negli ambienti di lavoro che diventavano via via più precarizzati,dunque più a rischio di incidenti e disagi psico-fisici. Con lavoratori esposti sempre più soli e spesso lasciati soli,purtroppo anche da certi sindacati o intellettuali di sinistra convertiti alla “religione della flessibilità” costi quello che costi a cominciare appunto dagli standard di sicurezza: in ciò che rimane di piccola o grande fabbrica,nei call center,nei cantieri edili degli immigrati manovali in nero ecc.

C’è da augurarsi che chi al contrario sta ricominciando, e sono in molti ,a non rassegnarsi più, possa prima o poi incontrare, sul sentiero difficile verso una qualità di lavoro e di vita dignitosa, nonostante la globalizzazione e la dominanza del mercato, la lezione di intelligenza critica e la testimonianza di azione appassionata di Ivar-Kim.

Pubblicato da: Emanuele Bruzzone il 16/11/2011

in: Storie

Tags: asti, cultura , ricordi

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Valerio Miroglio un maestro

di Laurana Lajolo

Valerio Miroglio un maestro

Un gruppo di amici, molto numeroso, sta ricordando Valerio Miroglio, un maestro di giornalismo intelligente, originale e aperto al nuovo.

Miroglio, autodidatta, inventò un settimanale “La voce dell’Astigiano” come giornale culturale e politico della sinistra,  che dal 1958 al 1963 ebbe un peso importante nel dibattito della città, attraendo dei giovani e allargandosi dai lettori operai a intellettuali e politici, anche avversari, al largo pubblico interessato alle inchieste e alle proposte innovative che arrivarono anche al romanzo d’appendice. Poi Miroglio diede il suo importante contributo a “La nuova provincia” e quindi si dedicò all’arte, anche qui cercando strade nuove di espressività pittorica, radiofonica e teatrale. Infine tornò al giornalismo con il “Palinsesto” rivista delle istituzioni culturali della città nella seconda metà degli anni ’80. Se ne andò venti anni fa, ma le sue intuizioni, le sue sollecitazioni ai giovani, le sue curiosità e la sua simpatia umana sono ancora un patrimonio per molti di noi. Miroglio è stato un intellettuale nel senso pieno della parola: organizzatore politico e culturale spesso troppo avanzato per il suo tempo, artista della parola e del pennello, affascinato dai giovani che a sua volta affascinava con la sua incomparabile ironia e autoironia. Un maestro, appunto. 
 

Il primo appuntamento è  stato alla Cascina del racconto su Miroglio giornalista il 13 ottobre, il secondo sarà al Diavolo rosso il 16 ottobre alle ore 21 sull’attività dell’artista e il terzo il 23 ottobre in Biblioteca Astense alle ore 18 sulla sua direzione del “Palinsesto”.

Pubblicato da: Redazione il 19/10/2011

in: Storie

Tags: città

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Settembre 1943, due giovani donne.

di Lorenzo Mazzucato (Conques)

Settembre 1943, due giovani donne.
Settembre 1943. Manca più di un anno e mezzo alla Liberazione: saranno i 20 mesi più duri della storia italiana. Tutto si sfalda (per prime le istituzioni) e le famiglie italiane – abbandonate a se stesse – già soffrono il terrore dei bombardamenti aerei, il mercato nero, la miseria... ma sono ancora ignare del peggio che incombe.
 
Due giovani donne, ventottenni, amiche d’infanzia, entrambe sposate con prole, prendono il coraggio tra le mani e iniziano un viaggio che sembra tuttora (sessantasette anni dopo) una temeraria odissea. Partono insieme, impaurite quanto determinate, dalla stazione di Padova, bombardata due giorni prima. Destinazione: Caserma Cantore a Tolmezzo, Carnia friulana; poco lontano dal confine con il terzo Reich. Lì sono accasermati i loro giovani mariti: amici d’infanzia anche loro.
Le due amiche partono “contro” le rispettive famiglie, risolutamente contrarie ad un viaggio - in piena guerra - di due giovani donne “sole” (non accompagnate dal marito) che lasciano a casa figli piccolissimi. Nella loro fervida ma determinata immaginazione, vorrebbero tirare fuori dalla caserma e riportare a casa i loro mariti. Liberarli! mentre lo Stato sembra non esistere più – prima che i tedeschi li deportino in Germania, schiavi per i lavori più umili e pesanti. Quelle brutte notizie circolano in fretta, nonostante la censura dello stato di guerra…
Insomma, due Primule rosse padovane in gonnella, risolute quanto inesperte, che vogliono dare una raddrizzata alla loro storia personale e familiare, ancor prima che l’Italia insorgente dei partigiani cominci a raddrizzare la Storia con la s maiuscola…
La loro missione impossibile riesce. Dopo svariati cambi di treno, innumerevoli controlli di documenti, un bombardamento della stazione di Udine (cui sfuggono miracolosamente incolumi), l’8 settembre - terzo giorno di viaggio - arrivano a Tolmezzo. Trovano inopinatamente i loro mariti, già sfuggiti alle grinfie dei deportatori tedeschi, in abiti borghesi, in attesa di un’occasione propizia per abbandonare Tolmezzo accerchiata. Ma sono anche sbigottiti, increduli, di fronte a quel coraggio più maschile che femminile. Forse, considerata la mentalità dell’epoca, sono anche due maschi un po’ contrariati… Tuttavia (mi piace pensare) sono orgogliosi di queste Primule rosse in gonnella, arrivate fin lì “per salvarli”.
 
Uno di quei giovani soldati in fuga da Tolmezzo l’8 settembre del ‘43 era il mio babbo: Candido, morto sei mesi fa alla veneranda età di 95 anni.
Una di quelle Primule rosse – avventate e coraggiose – era la mia mamma, Ninetta (all’anagrafe Guerrina Umigiaga), morta ieri sera tra le mie braccia, alla veneranda età di 95 anni.
Dopo ottant’anni vissuti insieme, erano già troppi questi sei mesi “da soli” (lei di qua del fronte, lui di là..). Stavolta è venuto lui a salvarla, a liberarla!, in una di quelle caserme ipertecnologiche – un po’ scarse di anima e di umanità – che sono i nostri ospedali.
Addio Mamma. Ciao Papà. Vi voglio bene! Ricordatevi di me…
Adelante!
 
Lorenzo Mazzucato
(Conques)

Pubblicato da: Redazione il 30/08/2010

in: Storie

Tags: resistenza

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TIGULLIO A TEATRO 2010, Santa Margherita Ligure

Di Primarosa Pia

TIGULLIO A TEATRO 2010, Santa Margherita Ligure

Cos’è un palco se non un po’ di assi di legno poggiate su un sopralzo?

Immaginate un palco, montato sotto le chiome maestose di un ulivo maestoso, con a sinistra gli stucchi candidi delle aperture aperte e illuminate di una antica villa patrizia vestita di rosso, a destra il rigoglioso incombere di un incantevole giardino di piante rare e macchia mediterranea dominata da altissime, esili palme, il cielo gravido di profumi del mare che traspare e sfuma dal pallido indaco al buio della notte…

..ed ecco che per i circa duecento fortunati, anche giovani, che per tre sere di giornate di un agosto maturo che fortunatamente non hanno mantenuto le promesse di pioggia immancabili nel pomeriggio, potrebbe bastare, dopo essersi inerpicati fin lassù, tra le scalinate e i vialetti selciati in rizzata genovese, i piccoli ciottoli naturali neri e bianchi disposti a mosaico, godersi il sogno di un paradiso a portata di sguardo…

..ma le assi di legno non sono lì per banalizzare il panorama, ne sono parte integrante, indispensabile, quando un uomo o una donna le cammina e le rende vive…

..le rende vive di parole, di gesti, che diventano storie, emozioni, vita vissuta di esperienze tragiche, pietre miliari del nostro recente bagaglio di donne e uomini liberi.

La prima sera Pino, solo, raro equilibrio di chiaro recitare con ritmi lenti se pur tesissimi, ci racconta di Töne, e ascoltando le descrizioni del grande Mario Rigoni Stern per noi il maestoso ulivo diventa un “mugo”, i vialetti ordinati, viottoli dell’Altopiano ma anche camminamenti attraverso confini “cosa sono i confini, se non invenzioni per giustificare la presenza di limiti e guardiani?” [cito a memoria], la villa, una casetta un po’ fuori dal paese, con sul tetto un ciliegio che la guerra non risparmierà. Sono i primi del 1900 e il giovane intrepido, che non si contenta di sottostare al destino del montanaro, lo sfida a viso aperto e lo sfugge, ma quando poi, quasi vecchio, vorrebbe trovare là, tra la famiglia e il gregge, la quiete del riposo, ecco la vendetta, crudele: i confini sfidati, ancora loro, nella loro esistenza negata, diventano teatro di contesa e lui, stanco e vecchio di passi e fatiche, riprende la lotta. La prigionia nel Campo tedesco, prove generali dei terribili KL che allestirà il nazismo, è resistenza, fame e resistenza, ricordi e resistenza, silenzio e resistenza. Lo sostengono poche, chiare, salde radici, efficaci per consentirgli di tornare a respirare l’aria gelida dei suoi monti, e morire serenamente nell’effimera primavera che lo rapisce nel sonno.

La seconda sera è Pierpaolo, il versatilissimo interprete di una varietà di personaggi che si concretizza negli abitanti di un paesino della Sardegna dal nome che somiglia ad un abbraccio: Aragolè. Un omaggio a Francesco Masala, uomini e donne descritti con parole, espressioni e gesti, nella loro fisicità ma anche nel loro essere più intimo, profondo, al di là dei comportamenti che hanno evocato i soprannomi e delle caratteristiche che li accomunano quasi tutti, le labbra bianche di anemia, povertà estrema, che impoverisce perfino il sangue nelle vene. Variegata normalità di una comunità coesa, che pare crescere e rinnovarsi a prescindere dagli eventi esterni, fino al giorno dell’ingresso a gamba tesa della seconda cartolina rossa, quella che richiama quasi tutti gli uomini per la guerra. La partenza del treno, già, sempre il treno.. carri bestiame, è il primo dramma collettivo: gli uomini esorcizzano la paura con sorrisi e spacconate, le donne danno libero sfogo alle prime lacrime, cui ne seguiranno moltissime altre.

Per i soldati accomunati da quella lingua dolce che a Pierpaolo pare a tratti sfuggire come fresca acqua di fonte, ci saranno altri treni, e un avamposto sperduto nella steppa russa, dal quale solo Culubiancu tornerà all’abbraccio del paese per raccontare la tragica sorte dei compagni.

La racconta ogni anno, attraverso i rintocchi delle campane, note forti e decise, che penetrano nei cuori, per non cancellarvi i ricordi.

Inevitabile tornare la terza sera, la sera della sintesi.. sul palco Stefania, Marco, e Matteo.

Agnese è invecchiata nelle sue certezze, forte e coriacea della consapevolezza che “ciò che si deve fare si fa” e nell’orgoglio di ciò che ha fatto: “tutto pur di cacciare i tedeschi!”. Ultima di una generazione che ha visto l’intera vita sconvolta dagli anni in cui il diritto alla spensieratezza è stato travolto dal dovere di difendersi, trova accettabile il suo isolamento perché condotto in alto, al di sopra dei meschini maneggi della vita normale, irraggiungibile fino a quando non irrompe Matteo, vent’anni, inconsapevole, sofisticato frutto della società per cui Agnese e tanti giovani come lei, da giovani, hanno pagato un prezzo così alto. Lei è la concretezza, le radici, la roccia delle certezze certe, Matteo è l’insicurezza, la sensibilità estremizzata fino al logoramento dei rapporti famigliari ma anche del suo stesso fisico, quasi un essere soprannaturale, fatto di aria, talmente incapace di influire sul presente che perfino all’idea di strappare erba alla terra preferisce la morte. Il filo della vita che compie il suo cammino si tende ma non si spezza, tra i due è il seme della continuità problematica, del futuro che oltrepassa i desideri e le intenzioni, fecondato dalle emozioni, umane, dolci, condivise emozioni.

Le certezze di Agnese diventano dubbi, Matteo intravvede un orizzonte possibile ma non può rimanere, se ne vanno entrambi, chi resta è la metafora del presente che inquieta, la cieca arroganza di chi crede che l’essenza della vita consista nell’egocentrico cinismo dell’apparire, possedere, prevaricare, umiliare.

Primarosa Pia
Rapallo 25 agosto 2010

clicca: http://www.villadurazzo.it/

Pubblicato da: Redazione il 30/08/2010

in: Storie

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Moni Ovadia al compleanno di don Gallo

18 luglio 2010

Moni Ovadia è intervenuto il 18 luglio 2010 alla festa del compleanno di don Gallo nel centro storico più remoto di Genova nella zona presso Via del Campo, cantata da De André, ove abitano le “Princese”. Moni Ovadia parla della sua amicizia con don Gallo, racconta storie ebraiche e canta un salmo di Davide.

Pubblicato da: Redazione il 02/08/2010

in: Storie

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Una giornata emozionante

A cura dell'Associazione Davide Lajolo

La passeggiata del 29 maggio 2010 Ulisse sulle colline a Vinchio nella Riserva naturale della Valsarmassa è stata una giornata carica di emozioni e di intensità di sentimenti condivisi tra protagonisti e pubblico.
L’inizio della manifestazione è stata come tutti gli anni al Bricco dei Tre Vescovi, dove si è parlato di biodiversità, di difesa dell’ambiente, di agricoltura di qualità che non deve essere messa in pericolo dall’assalto disordinato del fotovoltaico, che risponde soltanto a profitti privati. E’ intervenuto con Laurana Lajolo il presidente dell’Ente Parchi Astigiani Gianfranco Miroglio.
Il gruppo si è quindi soffermato al Giardino delle erbe aromatiche, collocato sul crinale con la vista delle Alpi da un lato e degli Appennini liguri dall’altra.
Il momento centrale della manifestazione si è svolto al Bricco di Monte del Mare, dove Renzo Arato  ha letto poesia, accompagnato dal clarinetto di Nadia Seia, con versi di Davide Lajolo, Rafael Alberti, Pablo Neruda, Paul Eluard, Alfonso Gatto, Nazim Hikmet, poeti amici di Lajolo,.
Laurana Lajolo ha ricordato la fuga della madre Rosetta con lei bambina di due anni sulla bicicletta durante il terribile rastrellamento nazifascista del 2 dicembre 1944 alla ricerca di un rifugio sicuro, che è stato trovato, dopo tre giorni di viaggio nella neve, presso la famiglia Caracciolo di Agliano, che con coraggio e generosità ha protetto la giovane donna e sua figlia dalla violenza della guerra. Laurana ha voluto consegnare una targa a Silvana Caracciolo, erede della memoria della famiglia che le ha salvato la vita.
E’ stato quindi consegnato il Premio Davide Lajolo -  Il ramarro alla giornalista Concita De Gregorio quasi a segnare il passaggio di testimone da Davide Lajolo, direttore de L’Unità di Milano dal 1948 al 1958 nei tempi bui della guerra fredda, a Concita de Gregorio, che dirige oggi il quotidiano con coraggio e passione in un periodo molto difficile della nostra storia. De Gregorio ha sottolineato l’esigenza di saper difendere gli spazi di libertà e di democrazia, perché la Resistenza è anche adesso.
L’incontro si è svolto tra le bellissime sculture di Elio Garis Le sirene sulle colline del mare. Le flessuose forme di sirene e di voli in diversi materiali hanno trovato una suggestiva collocazione tra le piante sulle colline sorte dal mare millenni di anni fa.
Alla Ru, la quercia secolare monumento naturale della Valsarmassa, Valentina Archimede ha letto alcuni brani sul giornalismo che Davide Lajolo ha annotato nel suo diario Ventiquattro anni: dalla passione per il mestiere di giornalista, alla battaglia per la libertà di informazione al rapporto con il popolo dei lettori, alla poesia condivisa con il tipografo sul bancone in attesa dell’uscita del giornale.

>> Leggi i testi delle letture e le motivazioni delle premiazioni scaricandoli dal sito www.davidelajolo.it

VIDEO CRONACA

Appunti di giornalista di Davide Lajolo


 

Laurana Lajolo in fuga a due anni


 

Concita De Gregorio e l’odierna resistenza

Pubblicato da: Redazione il 03/06/2010

in: Storie

Tags: asti, cultura , gallery , lajolo , parchi e riserve , racconto fotografico , resistenza

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