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Blog di informazione culturale, turistica, paesaggistica e ambientale a cura dell'Associazione Davide Lajolo
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Ho una preghiera che preme da dentro

Di Gianfranco Miroglio

Ho una preghiera che preme da dentro

Ho una preghierina che preme da dentro: “Ci ripensi chi può!”
Chi può, ogni tanto, sappia produrre qualche “no” strategico, atto a depistare progetti solo apparentemente innocui e a rimodellare fantasie quanto meno ambigue sul piano educativo.

Non è una polemica, per carità, non è più una rabbia. So, per averle già sperimentate, che non servono, che lasciano il tempo che trovano; che innescano soltanto duelli e non riflessioni. Non producono.
Niente comizi, quindi.

Semmai mi conservo – in privato – un po’ di sconforto e di malinconia, quasi inevitabili dopo tante parole del passato e di fronte all’angoscioso ripetersi quotidiano di emergenze/tragedie ambientali.
Quando, queste ultime, ci insegneranno qualcosa?
Tuttavia, sollecitato da alcune sue dichiarazioni recenti, mi permetto di elencare pochi pensieri e qualche mia ansia al sindaco di Cortiglione.
Ovviamente non condivido l’affermazione - mi auguro molto semplificata dalla stringatezza dell’articolo - secondo la quale “sarebbe bello non toccare la natura, … ma così poi non si fa più nulla”(cfr. La Stampa di giovedì 3 novembre).
La battuta sarebbe scaturita in replica a chi si rifiuta di veder nascere in un angolo di quelle colline un campus di maschere da guerra, luogo di giochi per adulti fatti apposta per offrire relax e sfogo a sedicenti manager, oltre che stranguglioni alle volpi e ai passanti.
Con e per il campus, l’aggiunta di opportune schermature e di una nuova costruzione, almeno sulla carta non proprio irrilevante.
Come detto all’inizio, non entro nel merito specifico della querelle.
Al Sindaco, però, mi sento di confermare che Cortiglione – amministrazione e cittadini - collabora attivamente ed è già ben inserito in un Piano di Valorizzazione Territoriale (“Le colline del Mare”) che ha come obiettivo quello di conservare le ricchezze del posto “così come sono”, tutte: ambientali, culturali e umane.
I boschi, quindi, e i sentieri, poi i siti paleontologici, i piccoli musei, le manifestazioni, le relazioni, le facce senza trucchi mimetici di uomini e di donne, di vecchi e di bambini;… le amicizie, le volontà e le solidarietà.
Beni straordinari e sottovalutati, specie gli ultimi - fatti di emozioni e di sentimenti tranquilli - da offrire a chi arriva per ribadire quel senso di accoglienza e di serenità che qualsiasi tramonto e qualsiasi alba, qualsiasi nebbia o qualsiasi nevicata, la caduta delle foglie come lo sbocciare delle orchidee, dalle nostre parti, se non disturbati (cioè “così come e dove stanno”), sono senz’altro
ancora capaci di trasmettere.
Io continuo a credere nei nostri posti – “delle fragole” e dei cuori – come in posti che, se non massacrati, strapazzati, sepolti di cemento o di altre estrose novità, si possono candidare quali habitat ideali per bellissimi “giochi di pace”: gente, anzi persone che camminano e che corrono, che scoprono e che ricordano, che parlano , che chiedono e che sorridono, che mangiano e che
bevono, che visitano, che fotografano e che scrivono…
Giochi bellissimi, appunto, e soprattutto utili: culturalmente, socialmente, didatticamente.
Volendolo nei fatti, anche economicamente.
Penso che sia esattamente ciò che – in tempi di vacche magrissime - può andare incontro sia alle legittime aspettative che alle motivate preoccupazioni del Sindaco.

 

Pubblicato da: Redazione il 23/11/2011

in: Diritti e Rovesci

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2008-2011 - Tre anni contro la Costituzione- Osservatorio dei diritti perduti

(a cura di Olga Piscitelli per l'associazione Libertà e Giustizia)

2008-2011 - Tre anni contro la Costituzione- Osservatorio dei diritti perduti

Un breve ma istruttivo ripasso di quanto è successo in questi ultimi tre anni a proposito di Costituzione e politica italiana utile a non confonderci.

Soltanto 42 leggi di iniziativa parlamentare approvate in questa legislatura. Ma tra aprile e ottobre 2011 se ne conta soltanto una. Quanto a decreti legge, questo governo viaggia con una media di due al mese; i decreti legislativi sono 143, in media 4 al mese. Brilla per velocità di approvazione solo il Lodo Alfano, licenziato dalle Camere in 4 settimane. Con la fiducia del 14 ottobre 2011, si raggiunge quota 53. Il Berlusconi IV batte il Berlusconi II che in 46 mesi aveva posto la fiducia 29 volte.
L’ultimo governo Prodi ha fatto ricorso alla fiducia, nello stesso lasso di tempo, 17 volte.
Questo governo è andato sotto per 94 volte; potevano essere di più, ma l'assenza delle opposizioni è stata determinante nel 35% delle votazioni.
Le sedute sono tante: 535 per i deputati nell'arco della XVI legislatura. Ma il Parlamento è paralizzato: riforme annunciate che non vedranno mai la luce, come l'obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, cancellato dal calendario di novembre; mozioni (539), risoluzioni (96), atti d' indirizzo. Aumentano le ordinanze della protezione civile che dal 2001, da quando Guido Bertolaso è ai vertici e fino alle sue dimissioni, sono quasi un migliaio. Tra il '94 e il 2001 ne vennero adottate solo 7.
I casi? Dal terremoto a l'Aquila, agli zingari, ai Giochi del Mediterraneo. Dal 2008, per decreto, queste ordinanze non hanno neppure bisogno del controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti.

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Cosche, cemento sul territorio e ... fioriere

di Gian Carlo Caselli, tratto da “Le due guerre” (2009, Melampo Editore srl).

Cosche, cemento sul territorio e ... fioriere

Un’altra differenza rilevante tra la protezione ai tempi del terrorismo e quelli della mafia fu la presenza del Defender della Polizia che per oltre sette anni, dal 1993 al 2000, ventiquattr’ore su ventiquattro, stazionò sotto il portone della mia casa torinese. Una presenza che – con qualche disagio iniziale – il quartiere accettò. Non tutti per la verità: spesso si ricevevano lamentele per quel motore ogni tanto acceso nelle notti d’inverno ...

Ma soprattutto ci fu la comica – chiamiamola così – iniziativa di un ignoto casigliano che, oltraggiato dalla spesa (peraltro irrisoria) che il condominio avrebbe dovuto affrontare per la pulizia del bagno utilizzato in cortile dai poliziotti, pensò bene, una notte, di murarne in parte l’ingresso. Credo avesse avuto qualche problema con i sindacati di Polizia, oltre con la mia famiglia, che alla fine si accollò interamente quella minima spesa.

Nulla a che vedere con certe reazioni palermitane contro Falcone e Borsellino, invitati (con tanto di lettere sdegnate ai giornali locali) a rinchiudersi in qualche ghetto, per non turbare oltre la pace cittadina, violentata da scorte e sirene.

Un’altra novità che il quartiere dovette registrare fu l’installazione di blocchi di cemento intorno alla mia abitazione torinese, con conseguente divieto di parcheggio. All’inizio c’erano anche, fra un blocco e l’altro, alcune fioriere, che i negozianti della zona curavano amorevolmente, poi rimosse nel timore che vi si potessero nascondere ordigni.

Che la mafia sia una causa della cementificazione del territorio è risaputo ma, almeno questa volta, la cementificazione non è stata una speculazione delle cosche ...

Pubblicato da: Redazione il 05/10/2011

in: Diritti e Rovesci

Tags: mafia

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Imposta patrimoniale? Qualche osservazione sul versante delle entrate.

Di Emilio Giribaldi, presidente del Comitato per la Costituzione

Imposta patrimoniale? Qualche osservazione sul versante delle entrate.

Da uno studio del Dipartimento delle Finanze e Agenzia del territorio riferito al 2008 operato con incrocio tra le banche dati del Catasto e dell’Amministrazione finanziaria risulta che il valore di mercato del patrimonio nazionale immobiliare residenziale (escluso dunque quello di altra natura, come industriale, alberghiero etc.) ammonta a circa 6200 miliardi di euro.

 Altro studio ha accertato che più del 70 per cento delle famiglie italiane vive in casa di proprietà.

Come qualcuno ha già osservato, il mattone non si può esportare nei paradisi fiscali per sottrarlo alla tassazione.

 Ipotizzando una imposta patrimoniale riferita esclusivamente agli immobili residenziali, non una tantum ma protratta per tre-quattro anni per fine di lotta all’emergenza, applicando un’aliquota del 2 per mille si otterrebbe un gettito teorico di oltre 12 miliardi di euro annui. Per fare qualche esempio, un appartamento del valore di 500.000 euro pagherebbe 1000 euro all’anno, un alloggio del valore di 250.000 euro, che possiamo considerare quasi popolare, ne pagherebbe 500. Non è certamente poco, ma sempre meno (a far bene i conti) e soprattutto meglio, che la somma della serie di balzelli espliciti, occulti o indecenti escogitati da un governo che, anche per dichiarazione arrogante e irresponsabile di qualche suo sostenitore, non intende tassare i ricchi e vuol far pagare i soliti noti, e cioè quelli che hanno reddito fisso da stipendio o pensione e che dichiarano gli altri proventi, nonché i consumatori attraverso aumenti dell’IVA e altre imposte indirette. L’imposta, per ragioni pratiche, colpirebbe anche i patrimoni immobiliari modesti, salva l’ipotesi di una modica franchigia o esenzione da attuarsi con la massima attenzione al fine di evitare frodi, ma da un lato concreterebbe il principio di solidarietà nazionale (“sacrifici per tutti”) contro la crisi e dall’altro consentirebbe di realizzare se non la progressività impositiva di cui all’articolo 53 della Costituzione almeno una certa proporzionalità.

 Aggiungiamo il valore di mercato degli immobili non residenziali e di quelli che godono di esenzioni ingiustificate (come gli alberghi e gli ostelli di enti religiosi), al momento non noto ma sicuramente ingentissimo, e possiamo concludere per un gettito annuo certo di almeno venti miliardi di euro.

Ovviamente, con un’aliquota del solo 1 per mille, l’onere (certamente sostenibile senza forti sacrifici) e il gettito sarebbero dimezzati; ma il secondo si manterrebbe sempre intorno alla rispettabile cifra annua di una decina di miliardi di euro. Altro che andare a raspare qualcosa a spese di chi ha già sborsato fior di soldi per riscattare il servizio militare e gli studi universitari, secondo la geniale trovata di quel ministro che vorrebbe anche smontare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori!

La tassazione dei cosiddetti grandi patrimoni immobiliari sarebbe teoricamente ottima cosa perché realizzerebbe anche il principio di progressività; tuttavia non solo è difficile calcolarne il gettito ma essa potrebbe essere elusa in tutto o in parte con intestazioni fittizie o conferimenti a società di comodo.

Se poi il calcolo venisse effettuato, per rapidità e immediatezza, con riferimento ai valori catastali, e cioè seguendo lo schema e la procedura dell’imposta comunale sugli immobili, basta pensare al fatto che la sola abolizione integrale dell’ICI (che è una specie di patrimoniale) sulla prima casa decisa nel 2008 da Berlusconi e dall’allora fido Tremonti per motivi esclusivamente elettorali ha provocato, secondo calcoli attendibili, una perdita per i Comuni di circa tre miliardi di euro rispetto al gettito che essa avrebbe dato vigendo l’esenzione parziale (decisa dal Governo Prodi, e che consentiva al proprietario di una casa modesta di cavarsela con poche decine di euro), per concludere che anche adottando tale sistema semplice e sicuro non si sarebbe lontano dal gettito sopra indicato (va tenuto presente che l’imposta graverebbe sui fabbricati, sulle aree fabbricabili e sui terreni agricoli “a qualsiasi uso destinati” come prevede l’articolo 1 della legge sull’ICI).

 In altri termini, quell’uno o due per mille equivarrebbe a un non ingente aumento dell’aliquota ICI attualmente in vigore, e il provento potrebbe essere equamente ripartito tra i comuni e lo stato.

Alla prevedibile obbiezione secondo cui l’imposta deprimerebbe il mercato immobiliare e l’industria delle costruzioni si potrebbe rispondere: primo, che a giudicare dai prezzi pazzeschi di cui si sente parlare non pare che il mercato sia molto suscettibile di depressione; secondo, che se l’industria edilizia continua a consumare annualmente con nuovi palazzi e grattacieli migliaia e migliaia di ettari di territorio sottraendolo all’agricoltura e alla vegetazione, forse una piccola frenata non guasterebbe; terzo, che dall’imposta potrebbero essere esentati totalmente o parzialmente gli edifici già esistenti e in ristrutturazione (documentata rigorosamente) spostando così l’attività edilizia dalla distruzione dell’ambiente al recupero dell’esistente.     

Se, infine, l’imposta fosse estesa, come sarebbe doveroso, ai patrimoni mobiliari di una certa consistenza e alle rendite e se la lotta all’evasione fiscale fosse decisa non a parole ma con fatti concreti e dai risultati immediati (tracciabilità dei pagamenti, controlli incrociati, etc.), gran parte della cosiddetta manovra potrebbe essere attuata, sul versante delle entrate, senza particolari riflessi negativi sull’attività produttiva e sull’occupazione.

Pubblicato da: Emilio Giribaldi il 06/09/2011

in: Diritti e Rovesci

Tags: costituzione , crisi , politica, leggi

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Manovra e armi: "Il male oscuro"

L'appello di Alex Zanotelli contro la Manovra (ildialogo.org)

Manovra e armi: "Il male oscuro"

In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa.

E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma (SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!

E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…”(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “ guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.

Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta ,né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folli somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?

Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?

E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!

Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.

E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).

E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.

E il 27 ottobre sempre ad Assisi , la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.

Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.

Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli

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Pubblicato da: Redazione il 29/08/2011

in: Diritti e Rovesci

Tags: crisi , politica, leggi

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Amartya Sen: riprendiamoci la democrazia

24 giugno 2011 The Guardian Londra

Amartya Sen: riprendiamoci la democrazia

La crisi della Grecia dimostra cosa succede quando la politica cede la sua autorità a istituzioni non elette come le agenzie di rating. È il momento di invertire la tendenza.

Amartya Sen

L’Europa ha indicato al mondo intero la via della democrazia, ed è preoccupante che i pericoli per l’odierna pratica democratica – che arrivano passando dalla porta sul retro della priorità finanziaria – non ricevano la debita attenzione. La governance democratica europea potrebbe essere compromessa dal ruolo sempre più centrale delle istituzioni finanziarie e delle agenzie di rating, che ormai spadroneggiano in ampi settori dello scenario politico europeo. 

È necessario prima di tutto distinguere tra due questioni. La prima riguarda le priorità democratiche e il posto che esse devono occupare, inclusa quella che Walter Bagehot e John Stuart Mill chiamavano la necessità di “una governance tramite la discussione”. Supponiamo che i boss della finanza abbiano una comprensione realistica di ciò che occorre fare: in un dibattito democratico ciò corroborerebbe la tesi per cui si dovrebbe prestare loro attenzione, ma in nessun caso ciò equivale ad accordare alle istituzioni finanziarie e alle agenzie di rating una forma d’autorità su governi democraticamente eletti. 

La seconda è che è difficile individuare come i sacrifici che le autorità finanziare stanno esigendo da paesi in situazione precaria possano garantire la capacità dei medesimi di essere solvibili e assicurare la sopravvivenza dell’euro senza riforme né uscite dall'eurozona. La diagnosi dei problemi economici da parte delle agenzie di rating non è quella voce della verità che pretende di essere. Vale la pena ricordare che l’operato delle agenzie nel certificare gli istituti finanziari e le aziende poco prima della crisi economica del 2008 fu così disastroso che il Congresso degli Stati Uniti prese seriamente in considerazione l’idea di perseguirle. 

Tenuto conto che buona parte dell’Europa al momento è impegnata nel tentativo di conseguire in tempi rapidi una riduzione dei deficit pubblici tramite drastici tagli alla spesa pubblica, è di vitale importanza capire quale possa essere l'impatto di queste scelte politiche sulle popolazioni e la  crescita economica. Indubbiamente, i nobili sentimenti legati allo spirito di “sacrificio” hanno un effetto inebriante. Ma si tratta della filosofia del “corsetto giusto”: “Se la signora si sente comoda in questo corsetto, di sicuro le occorre una taglia in meno”. Tagli repentini troppo repentini potrebbero spezzare il meccanismo della crescita economica. 

Questa preoccupazione vale per un certo numero di paesi, dalla Gran Bretagna alla Grecia. La caratteristica comune della strategia “sangue, sudore e lacrime” per la riduzione del deficit presenta qualche evidente somiglianza con ciò che viene imposto a paesi in situazione molto più precaria, come Grecia o Portogallo. Inoltre rende più complesso trovare una voce politica unica in Europa che possa gestire il panico generato dai mercati finanziari.

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