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Blog di informazione culturale, turistica, paesaggistica e ambientale a cura dell'Associazione Davide Lajolo
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Casa degli Alpini parco Rio Crosio

Lettera alle autorità

al Sig. Sindaco della Città di Asti,Giorgio Galvagno
all’Assessore Ambiente Provincia di AstiPier Franco Ferraris
al Presidente Associazione Nazionale Alpini Sez. Astigiana,Adriano Blengio
al Presidente Associazione Nazionale Alpini,Corrado Perona

 

Con la presentein qualità di componenti della Consulta Organizzazioni Ambientaliste della Provincia di Astidesideriamo comunicare di aver aderito alla Petizione allegata e già presentata a suo tempo da altre organizzazioni astigiane in merito alla costruzione della nuova Casa degli Alpini all'interno del Parco Rio Crosio e chiediamo all'Amministrazione Comunale e all'Associazione Nazionale Alpini l'interruzione dei lavori per dare spazio al dialogo con i firmatari del documento.

 Ci siamo a lungo interrogati sul significato e l’immagine che suscita in noi il Corpo degli Alpini, sui motivi del rispetto che nutriamo nei confronti di questi uomini e sulle aspettative della gente dell’astigiano.
Molti di noi hanno in casa un cappello con la penna nera, indossato in prima persona o da un familiare che sorride da qualche fotografia ricordando le gesta degli alpini in tempi lontani e difficili. Esperienze che molti fortunati tra noi hanno potuto cogliere nella loro interezza perché tramandate con la forza degli ideali che le hanno ispirate.
L’epoca in cui viviamo, che per certi aspetti può apparire più fortunata, ci mette però di fronte a nuove altre difficoltà e responsabilità che si aggiungono a quelle che possiamo considerare le certezze del passato.
Le guerre oggi si combattono altrove e in altra maniera e ci sono altrettante “guerre” di cui neanche ci rendiamo conto. Inoltre tutti sappiamo che al volontariato della solidarietà nei confronti degli uomini si aggiunge quello della solidarietà nei confronti dell’ambiente al quale siamo strettamente vincolati. Con stupore e tristezza la gente del nostro tempo si rende sempre più conto che la salute, la qualità della vita e la sopravvivenza stessa di tutti gli esseri umani e di tutto quanto esiste dipendono dalla terra, dall’aria, dall’acqua e dalla biodiversità. Ma il cibo è spesso causa di indebolimento delle difese immunitarie e di malattie perché frutto di una terra gravemente compromessa da scelte forse fatte in buona fede che però l’hanno fortemente penalizzata.  L’aria è sempre più inquinata e a poco servono le misure volonterose che vengono messe in atto dalle Amministrazioni. L’acqua poi, spesso inquinata  dall’agricoltura e dall’industria, rischia anche, seriamente, di diventare una merce trasformata da diritto di tutti in privilegio di pochi. La biodiversità di cui tanto si parla è trattata come un argomento di studio e non è ancora entrata  a far parte della nostra consapevolezza. E a questo proposito i dati dell’ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale parlano chiaramente.
Alla luce di quanto sopra detto nasce la necessità di preservare l’ambiente e di impedire che il cemento ne riduca sempre più gli spazi, a maggior ragione quando ci sono della alternative possibili, come in questo caso per quanto riguarda la Casa degli Alpini. E’ indispensabile non creare altri precedenti che aprano la via ad ulteriori errori nel futuro. Perché noi dipendiamo dall’ambiente naturale, dal suo equilibrio, dalla sua salubrità e dalla sua estensione. E’ necessario farsene una ragione e agire di conseguenza, da subito.

 Questi sono i motivi della nostra adesione alla petizione. Non c’è più tempo da perdere. Bisogna agire considerando l’ambiente un bene comune da proteggere nell’interesse di tutti.

La Consulta è stata istituita dell’Amministrazione Provinciale e vi abbiamo aderito credendo di costituire una risorsa, come ci era stato detto, ma rileviamo con rammarico di non essere stati consultati su questo argomento. Chiediamo quindi gentilmente di essere interpellati, insieme agli altri firmatari della petizione, adesso che tutte le possibilità sono ancora aperte e discutibili, al fine di portare il nostro contributo positivo e incisivo come abbiamo sempre fatto fino ad ora in merito ad altre note problematiche.

Ringraziando per la cortese attenzione e nella speranza di un favorevole riscontro, rimaniamo in attesa e chiediamo ancora una volta che sia aperto un dialogo per trovare la soluzione migliore sia a favore della Casa degli Alpini, sia a favore dell’ambiente e di tutti noi che da esso dipendiamo.

Distinti saluti.
Asti, 13 giugno 2011

Consulta delle Organizzazioni Ambientaliste della Provincia di Asti

Pubblicato da: Redazione il 15/06/2011

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Tags: asti, cultura , città , parchi e riserve

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Il Progetto Ecotaller, L’Avana, Cuba

Autori Paola Galdi e Giuseppe Piovaccari

Il progetto Ecotaller è un progetto di cooperazione internazionale allo sviluppo sui temi dell'architettura naturale promosso e realizzato dall’Associazione Italiana Karipo grazie al contributo della Fondazione Paidiea. L'Associazione Karipo ha tra le suemissionsquella di realizzare progetti di sviluppo nei PVS incentrati su attività di formazione e di sostegno su alcuni temi relativi della sostenibilità ambientale, fra cui l'architettura naturale, con lo scopo di creare sviluppo locale e migliorare le competenze e conoscenze dei beneficiari locali e in questo modo le loro condizioni di vita.

Questo progetto, che ha previsto un' iniziale fase di formazione sui temi dell'architettura naturale e una fase di progettazione partecipata insieme ad un gruppo di giovani professionisti dell'Avana prevede la costruzione del Centro Ecotaller, il quale si presenta come un “progetto pilota”, ossia un modello didattico alternativo di costruzione, che utilizza materiali locali naturali (fra cui il bambù) e tecniche di costruzione sostenibili. Il Centro Ecotaller, attualmente in costruzione, verrà utilizzato per attività educative e sociali della comunità locale con particolare attenzione ai bambini e i giovani, i quali stanno già realizzando dei percorsi di educazione ambientale insieme all'Associazione Karipo e al Gran Parque Metropolitano.

La progettazione del Centro è stata realizzata dall’Associazione Karipo insieme ad un gruppo di studenti e giovani professionisti precedentemente formati in collaborazione con l'associazione italiana ANAB Architettura Naturale e la Facoltà di Architettura dell’Avana - CUJAE; la costruzione del Centro che si trova nel Parque Almendares dell'Avana si inserisce all'interno del Programma “Progetto Bambú Biomassa” che il Gran Parque Metropolitano de La Habana sta portando avanti in collaborazione con Actaf Asociación Cubana de Técnicos Agrícolas y Forestales e il CIDEM, Centro de Investigación y Desarrollo de Estructuras y Materiales dell’Universitá di Santa Clara.

L’innovatività del progetto risiede soprattutto nella tecnologia costruttiva e materiali: il progetto infatti utilizza il bambù sia come fonte sostenibile di materia prima che come fonte rinnovabile di energia per la produzione di materiali naturali da costruzione attraverso l’uso della sua biomassa: gli scarti provenienti dalla lavorazione del bambù, che vengono compattati in un Blocco Solido Combustibile (BCS), servono per la produzione di elementi in laterizio impiegati come chiusure esterne verticali e orizzontali nei volumi e come divisori interni; le ceneri provenienti dalla combustione del BCS, vengono utilizzate come materiale inerte per la produzione di un particolare tipo di cemento locale utilizzato come intonaci e strutture a bassa resistenza.

Per il rivestimento della copertura si utilizza una tecnica tradizionale chiamata “enrajonado y soladura” molto utilizzata Cuba per le condizioni climatiche del Paese.

Il vantaggio che offre è quello di utilizzare parte dell’acqua piovana che viene trattenuta dal sistema di rivestimento e che una volta evaporata produce un raffrescamento della copertura e un conseguente abbassamento della temperatura negli spazi interni.

Sono state fatte ulteriori scelte tecnologiche con l’uso diretto del bambù per migliorare la prestazione energetica dell’edificio: la collocazione di schermature sul fronte ad ovest e la realizzazione di una doppia pelle per garantire un adeguato comfort all’interno degli ambienti.

Il bambù è utilizzato anche nei serramenti nel padiglione dei bambini e negli arredi.

Pubblicato da: Redazione il 04/05/2011

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Mozione sull’acqua pubblica in Consiglio Comunale

A cura del Comitato per l’acqua pubblica

Mozione sull’acqua pubblica in Consiglio Comunale

Lunedì  sera tra i primi punti della seduta del Consiglio comunale di Asti (dalle ore 20,30) è stata inserita la richiesta del consigliere Alberto Pasta di deliberare la proposta del Comitato per l’acqua pubblica di modifica allo Statuto comunale tendente a dichiarare l'acqua un “Bene Comune universale” ed il Servizio Idrico Integrato un servizio privo di rilevanza economica. La modifica allo Statuto, ricordo che è già stata approvata da centinaia di Comuni italiani e, su nostra richiesta, dai Consigli comunali di Cortiglione, Castagnole Lanze, Coazzolo, Refrancore, Capriglio, Castello di Annone. Non siamo affatto certi che la proposta raccolga l'adesione della maggioranza consigliare, ma certamente ci pare che questo dibattito sia la perfetta conclusione di una giornata che alle ore 18 ci vedrà ospitare al Diavolo Rosso un incontro molto importante, legato ai punti dei nostri 3 quesiti referendari ed organizzato da Comitato Astigiano a favore delle Acque Pubbliche e Cgil Asti.

Al dibattito partecipano il prof. Ugo Mattei (ordinario di diritto civile Università di Torino) uno dei giuristi che assieme al prof. Rodotà ed al prof. Lucarelli è stato estensore dei 3 quesiti referendari per la difesa e salvaguardia della gestione pubblica degli acquedotti italiani, Vincenzo Gerbi (presidente dell’Ato idrico Astigiano-Monferrato), Aldo Quilico (presidente del Consorzio dei Comuni dell’Acquedotto del Monferrato), Pierfranco Ferraris (Assessore Provinciale all’Ambiente). Sono stati invitati tutti i Consiglieri comunali di Asti, i Sindaci astigiani, i gestori dei nostri acquedotti.

Ugo Mattei: professore di Diritto civile presso l’Università di Torino e di Diritto internazionale e comparato presso la University of California (Hastings), è Coordinatore Accademico dell’International University College (www.iuctorino.it) e collabora regolarmente con il quotidiano “il Manifesto”. E’ autore del libro “La legge del più forte”, manifestolibri editore, raccolta di scritti con un preciso scopo: far uscire il diritto dalla sua torre d’avorio, confrontarlo direttamente con i contesti politici e sociali in cui opera, far conoscere in modo chiaro a tutti la sua autentica funzione. Gli interventi dell’Autore ruotano intorno a temi di grandissima importanza come la trasformazione della proprietà pubblica e privata nella globalizzazione neoliberista; l’imperialismo giuridico, politico e culturale dei modelli dominanti, in particolare statunitensi; le trasformazioni dell’Europa giuridica e politica. In questi ambiti fa oggi mostra di sé la legge del più forte, di un capitalismo finanziario che lascia sul terreno devastanti effetti politici, culturali e soprattutto umani.

Pubblicato da: Redazione il 18/06/2010

in: Polis

Tags: città

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Il degrado della città

di Augusta Mazzarolli - Architetto

Il dibattito sulla tangenziale sud-ovest di Asti mi ha fatto ritornato in mente un testo di urbanistica in dotazione, negli anni Sessanta, presso la Facoltà di Architettura di Torino.
In questo testo veniva chiarito come il declino della città media americana era iniziato negli anni Cinquanta per la presenza concomitante di tre fattori: centri commerciali in area semi periferica o urbana, tangenziali in area urbana, ampliamenti della città quasi esclusivamente con la tipologia edilizia delle casette a schiera.  
A quel tempo, giovane e idealista, pensavo quanto noi italiani fossimo fortunati in quanto, forti delle esperienze di altri, avremmo potuto evitare di commettere gli stessi errori.
Ora, invece, mi trovo a constatare come in Italia si stia avverando quanto rilevato in America, quasi cinquanta anni fa.

Città svuotate
I centri storici e i centri delle città medie o piccole  si sono pressoché desertificati per la presenza, in area urbana o semi periferica, di grossi centri commerciali.
Le tangenziali in aree urbane hanno portato a bypassare i centri urbani, invogliando gli automobilisti a fermarsi non più in città ma in corrispondenza degli svincoli autostradali o stradali, dove molte volte è presente un centro commerciale.
La gemmazione di nuove parti di città con tipologie edilizie estranee alla cultura e alla tradizione locale portano i rispettivi abitanti a vivere secondo tipologie di vita che non riconoscono le tradizionali gerarchie della città, prima fra tutti il suo centro.
Asti, non costituendo un’eccezione in questo cosiddetto “panorama di sviluppo”, si è allineata alle tendenze del momento e in essa ritroviamo tutte le componenti che hanno portato, negli anni Cinquanta, al declino della città media americana.
Si potrebbe obiettare: una città media italiana come Asti, è talmente grondante di storia e di testimonianze storiche che difficilmente potrà vedere offuscata la propria vocazione, a un turismo culturale ed enogastronomico, per la presenza di qualche volgare e ingombrante capannone arancione, posto alle sue porte di ingresso.
Come pure, una tangenziale invasiva e impattante, anche se posta in un’area fragile e preziosa, anche se incide in modo irreversibile su una parte consistente del territorio, che ripercussioni negative può generare? Importante è il progresso, connetterci alla linea Lisbona-Kiev,  andare sempre più veloci (non si sa di preciso dove, dal momento che già esistono strade, asfaltate e ferrate), perché il progresso ha come presupposto “implementare le infrastrutture”.

Dalla strada al satellite
A questo proposito sarebbe utile ricordare come il concetto di infrastruttura è molto cambiata.
L’infrastruttura stradale che, a partire dalla scoperta della ruota, ha costituito il presupposto per lo sviluppo di ogni civiltà, ha avuto un drastico ridimensionamento proprio alla fine del secolo scorso, quando un nuovo mezzo di comunicazione di massa ha cominciato ad affermarsi e a condizionare lo scenario del terzo millennio: sto parlando dello sviluppo delle telecomunicazioni.
Tale nuova via di comunicazione, in pochissimi decenni, ha già condizionato il nostro modo di vivere, di lavorare, di dialogare, di muoverci e  con il passare degli anni, condizionerà sempre più il nostro modo di essere. Con questo non voglio asserire che le strade tradizionali non avranno più una loro funzione. Al contrario, ma la loro realizzazione dovrà essere sempre più valutata in termini di reali costi e di reali benefici, tenendo presente che, storicamente, il Piemonte, con specifico riferimento alle province di Alessandria e di Asti, costituisce una delle regioni d’Europa più “tradizionalmente”  infrastrutturate.

Futuro sobrio ed ecologico
Naturalmente sono contraria alla costruzione della nuova tangenziale, perché la ritengo un’opera non indispensabile ed eccessivamente invasiva, anche se comprendo la giusta preoccupazione degli Amministratori, che temono di perdere importanti finanziamenti che, in un momento di conclamata crisi, potrebbero portare al territorio lavoro e investimenti.
Ritengo comunque che ogni futuro investimento, per importante che sia, non possa più prescindere dal danno irreversibile che produce all’ambiente.

L’equilibrio ambientale del nostro territorio ormai è molto compromesso; se vogliamo assicurare ai nostri figli e al pianeta un futuro, dobbiamo accettare un tenore di vita più basso, fatto di meno privilegi e più sacrifici, primo fra tutti quello di tornare a usare il mezzo di trasporto pubblico, compreso quello su ferro che dovrà ritornare ad essere, come in un passato remoto: sicuro, pulito ed efficiente.

Pubblicato da: Augusta Mazzarolli il 12/02/2010

in: Polis

Tags: città

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Architettura: una realtà in crisi

di Fabrizio Gagliardi - Architetto

La situazione dell'architettura contemporanea e soprattutto la situazione del suo progetto versa in uno stato di profonda crisi. Questa crisi coinvolge tutto il campo architettonico dalla figura dell'architetto al suo operare nel territorio, dalla produzione dei discorsi alla trasmissione e comunicazione di essi.
Lo stato delle cose dipende dalla pressoché totale scomparsa di una ricerca teorica che investa direttamente le ragioni e le possibilità del progetto di architettura. Quest'ultimo sembra attualmente sopraffatto da una onnivora rappresentazione delle complessità e contraddizioni della città contemporanea. Non si vuole negare la validità relativa di queste rappresentazioni della città e del territorio ma, al loro interno, si vorrebbe iniziare a verificare il ruolo e le ambizioni del progetto di architettura come fatto urbano e come luogo di produzione di una teoria dell'architettura, da intendersi come una chiara presa di posizione ideologica nei confronti del linguaggio architettonico come dispositivo critico rispetto alla realtà e non un suo semplice manifesto.
Per linguaggio architettonico si intende una chiara messa a punto di meccanismi e tecniche poetiche capaci di congetturare, di inventare e non solo promuovere il progetto come soluzione di problemi o come rappresentazione della realtà. È indispensabile uscire dalla retorica della dispersione, dell'ibrido non tanto come rappresentazione della città, ma come idea utopica di dissolvere l'architettura in essa. La dispersione come luogo del progetto si è dimostrata finora una deriva relativista, ampiamente avvallata e celebrata dalla critica corrente e capace soltanto di produrre falsi problemi, per i quali l'architettura fabbrica false soluzioni.
Il progetto si concentra alla fine su un sito specifico e circoscritto, su un fatto urbano per dirla alla Aldo Rossi, e non si disperde su tutto il territorio dove altri fattori tendono a conformarlo. La scala di questo fatto urbano è conforme alla scala entro cui il progetto di architettura è riconoscibile come forma rilevante. Ed è proprio all'interno di come costruire questa forma che gli architetti devono con rigore tornare a ragionare con costruzioni teoriche.
Si tratta di riabilitare l'economia formale del progetto come ricerca e non confonderlo con il ruolo importante di altre discipline che fanno ricerca sulla città (sociologia, geografia, etc). Vittorio Gregotti si interroga sull'esistenza di una identità dell'architettura europea, se è ancora data un'idea di Europa o sarebbe meglio parlare di cultura occidentale, e ancora se c'è ancora spazio per la memoria collettiva in un mondo dove la realtà si dissolve in immagine.
In un momento di presa di coscienza  di profonda crisi della città e dell'architettura trentacinque architetti italiani, tra cui Gregotti stesso, lanciano un appello e firmano un documento dal titolo: L'architettura italiana attraversa una situazione drammatica, nel quale viene esplicitato quanto segue: mentre in altre nazioni europee, in particolare in Francia, in Germania, in Spagna, negliultimi decenni sono state realizzate grandi opere di interesse sociale che hanno trasformato sensibilmente l'ambiente urbano mettendo a disposizione dei cittadini nuovi servizi che esprimono lo spirito del nostro tempo, in Italia iniziative del genere si contano sulle dita, mancano di un meditata programmazione e si devono quasi sempre all'intervento di architetti stranieri. Nel riconoscere il carattere positivo dell'apporto di forze culturali esterne non si può fare a meno di notare che una delle ragioni della preferenza loro accordata si deve alle realizzazioni compiute, realizzazioni per le quali in Italia sono mancate le premesse concrete, con la conseguenza di aver privato gli architetti italiani di quelle occasioni di lavoro che avrebbero permesso loro di offrire un contributo originale all'attuale stagione di rinnovamento dell'architettura”.Ci auguriamo che vengano presi provvedimenti in grado di modificare il quadro complessivo in cui attualmente si opera.
Per rilanciare l'architettura italiana anche sul piano internazionale occorrono una serie di provvedimenti che riducano l'inerzia dell'apparato burocratico e consentano il libero accesso ai concorsi di progettazione, occorre infine potenziare gli organismi direttamente interessati alla promozione dell'architettura come il DARC (Direzione architettura), facendo sì che le decisioni che riguardano i nuovi servizi urbani e territoriali vengano prese non da una sola persona, ma all'interno di un consesso in cui vengano rappresentati gli esponenti delle diverse amministrazioni.

Pubblicato da: Fabrizio Gagliardi il 03/02/2010

in: Polis

Tags: città

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La qualità del progetto

di Antonio Fassone - architetto

Si fa strada con sempre maggior forza l’idea del paesaggio non come termine generico per identificare elementi di apprezzabilità del territorio astigiano ma, piuttosto, come possibile asse portante di riqualificazione e sviluppo del territorio stesso.
Questo avviene in un quadro di riferimento in cui la legislazione nazionale e soprattutto gli indirizzi regionali propongono il superamento dei tradizionali strumenti di vincolo dei “monumenti” e di sola salvaguardia degli episodi emergenti per guardare alla generalità del territorio e alla sua complessità.
La legislazione regionale e la pianificazione provinciale si avviano a identificare e proporre tutele per sistemi di paesaggi significativi e il processo, a cascata, comincia a interessare i singoli comuni e i loro piani regolatori.
Al contempo una sensibilità sempre più diffusa di cittadini e di associazioni evidenzia e sottolinea contraddizioni, spesso violente, comunque stridenti, tra un modello culturale generalmente condiviso di tutela e valorizzazione del paesaggio e il diffuso sistema di trasformazioni per realizzare infrastrutture, attività agricole intensive, volumi per attività industriali e commerciali che segna il nostro territorio.
Queste trasformazioni sono generate per lo più non da atti illegali o contrari agli strumenti di pianificazione, ma da progetti che nascono da programmazioni e da istanze generali a risposta di bisogni vecchi e nuovi delle comunità di riferimento.
Esempio “vistoso”di questa contraddizione è il raccordo tra la Asti-Cuneo e la strada per Canelli con la galleria di Isola d’Asti e i relativi viadotti di collegamento; si tratta di opere attese e sollecitate da decenni dalle comunità locali, il loro impatto visivo però nel paesaggio della valle Tanaro e della valle Tiglione è indiscutibilmente pesantissimo, tanto da far pensare che il problema dell’impatto paesaggistico non si sia nemmeno posto in sede di progetto .
La stessa contraddizione è potenzialmente sottintesa a molte delle iniziative di trasformazione per infrastrutture pubbliche o private, la cui necessità è indiscussa o comunque oggetto di ampio consenso, ma la cui localizzazione pare impossibile e viene definita quasi sempre inaccettabile per  motivi connessi alla tutela del paesaggio e dell’ambiente.
Le soluzioni più comuni della contraddizione sembrano a tutt’oggi essere quelle o dell’atto d’imperio o di prepotenza (istituzionale o privata) o, più frequentemente, dell’eterno rinvio per approfondimenti, varianti, modifiche e consultazioni con comitati.
Sarebbe utile rafforzare una terza ipotesi di soluzione di questa contraddizione, quella della possibile costruzione di un rapporto virtuoso tra progetti di trasformazione, esigenze collettive, sensibilità locali che è il grande tema di governo del territorio di questi anni e che ha come fulcro la qualità del progetto inteso come strumento di mediazione tra le esigenze generali di trasformazione, i valori del contesto paesaggistico, le sensibilità delle comunità.
Senza illuderci che le contraddizioni sopra citate possano esser portate idilliacamente a sintesi con la sola luce della ragione del buon progetto, senza contrasti e contrapposizioni dialettiche, è certamente necessario , per la nostra realtà provinciale, che si avvia ad una pianificazione del territorio che vuole avere  come fulcro  il paesaggio, operare alcune riflessioni partendo proprio dai termini di paesaggio e governo del territorio.

Il paesaggio antropizzato
Il nostro territorio, come gran parte del territorio piemontese, è da secoli profondamente antropizzato e là dove non lo è più è a causa dell’abbandono da parte dell’uomo cui non è subentrato un nuovo equilibrio naturale; alle vigne abbandonate nel nord della provincia non sono tornati a subentrare grandi boschi di querce , ma gerbidi incolti, infestanti e robinie;sembra essersi spezzato il rapporto positivo e fruttuoso tra ambiente e uomo che ha costruito un paesaggio i cui valori, che vogliamo tutelare, sono per larga parte connessi proprio all’attività dell’uomo in epoche più o meno recenti.
Certamente una pesante antropizzazione alla fine dell’ 800 e all’inizio del secolo scorso ha generato il paesaggio dei vigneti sulle colline del moscato tra Canelli e Calosso e quello delle colline del barbera tra Agliano e Nizza; gli stessi grandi boschi ancora esistenti e divenuti parchi naturali sono figli di una presenza attenta di  manutenzione del territorio e hanno bisogno della continuazione di questa presenza.
Il paesaggio dell’astigiano non è la natura intatta tutelabile come le coste della Sardegna o le cime dolomitiche o alpine ma è, da  secoli, un sistema pulsante di trasformazioni che hanno generato non solo i versanti a vite e i prati e pioppeti di pianura, ma anche le sky line di tetti, torri, campanili e pioppi cipressini lungo le creste delle colline.
La trasformazione ,avviata secoli or sono, continua, ma i suoi risultati, da qualche decennio, vanno perdendo coerenza, diventando inaccettabili per le medesime comunità che ne sono autrici e consumando ricchezza senza rigenerarla.

La qualità del progetto 
Affrontare il tema della valorizzazione di questo paesaggio significa superare le logiche della semplice tutela per avventurarsi in nel campo certamente rischioso, ma non più evitabile, della valutazione di merito delle trasformazioni quindi e della loro compatibilità e del loro progetto.
Il tema del paesaggio non può più quindi essere proposto come tema di semplice tutela; questi anni ci hanno insegnato che i vincoli, ottimo strumento di tutela per i singoli episodi monumentali, non funzionano per regolare sistemi complessi in  cui le persone vivono e operano.
A fare la differenza tra trasformazioni inaccettabili e trasformazioni  compatibili con il paesaggio e capaci di diventarne parte, in un territorio vivo e pulsante, è la qualità del progetto che è fatta di cultura, di attenzione alla preesistenza e di condivisione.
Si può immaginare che si possa anche realizzare una strada, un ponte, un’antenna per la telefonia in modo compatibile con il territorio in cui insiste - lo sono e lo erano il disegno dei tetti dei paesini o le antiche torri di segnalazioni (antenne-ripetitori dell’epoca).
Bisogna però che i progetti partano dalla coscienza e conoscenza del territorio e si pongano la compatibilità come obbiettivo .

La gestione del territorio
Bisogna che vi sia un intervento continuo, sistematico e organizzato di gestione del territorio e non solo di semplice ricognizione e apposizione di un vincoli per tutelare una serie di colline , di boschi, di vigne o di case.
La possibilità di gestire continuamente le esigenze complesse di trasformazione, che sono la trama sottostante del paesaggio, in sintonia con gli interessi generali e con le comunità locali presume un azione nuova di governodel territorio che vada a sostituire o almeno integrare le logiche di semplice costruzione di piani e norme di tipo urbanistico.

Pubblicato da: Antonio Fassone il 02/02/2010

in: Polis

Tags: paesaggio

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