CultureIncontri
Blog di informazione culturale, turistica, paesaggistica e ambientale a cura dell'Associazione Davide Lajolo
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Emergenza in Libia

La petizione

Nel carcere di Misratah in Libia, ci sono stati duri scontri tra profughi eritrei, che avevano rifiutato di fornire le proprie generalità all'ambasciata del Paese da cui stanno fuggendo,  e  la polizia di Gheddafi.
Più di 200 persone sono state deportate con i container  nel carcere di Brak, vicino a Sabah, nel deserto libico.
Tra loro anche una parte degli eritrei respinti in mare dalla marina italiana nell'estate 2009.
Se fossero arrivati in Italia probabilmente avrebbero avuto la protezione umanitaria.
Invece, in queste ore, oltre a subire le violenze della polizia libica, rischiano l'espulsione in Eritrea, paese dittatoriale da cui stanno fuggendo.

Tutto ciò deve essere fermato.
Invitiamo tutti a scrivere immediatamente al Presidente della Repubblica.
Cliccate qui per sapere come.

La comunità internazionale e le organizzazioni umanitarie si stanno mobilitando.
L'on.Tuadì ha presentato un'interrogazione parlamentare.
Le violenze e le ingiustizie in Libia ormai sono sotto gli occhi di tutti.
La politica dei respingimenti produce solo violenza e violazione dei diritti umani.
Il successo di Maroni è di aver reso l'Italia un Paese illegale rispetto alle convenzioni internazionali.
Ora tutto ciò va fermato.

COME UN UOMO SULLA TERRA e FORTRESSEUROPE

Pubblicato da: Redazione il 07/07/2010

in: Nuovomondo

Tags: accolti o respinti , diritti , povertà

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I diritti passano da qui

Di Valentina Archimede

I diritti passano da qui

Vivo a Torino. Frequento una piscina “multietnica”, in cui capita spesso di incontrare tra le corsie bambini e adulti di tanti colori.

... Mentre raccolgo le mie cose, penso che l’integrazione passa esattamente da qui: da un’insegnante intelligente, da un bambino che si impegna, da genitori che sono orgogliosi di lui.
L’integrazione, prima che da tante parole, passa da una piscina, da un campo di gioco, da un’aula scolastica.
Il bambino del Maghreb ricorderà per molto tempo quella soddisfazione, e forse la capiranno i suoi compagni dalla pelle bianca che gareggeranno con lui.

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Pubblicato da: Valentina Archimede il 17/03/2010

in: Nuovomondo

Tags: accolti o respinti , razzismo

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(Ultimo 18/03/2010 ore 17:42)

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Ribelle alla strada

di Maurizio Dematteis, giornalista Vps

Ribelle alla strada

«Sono stata vittima del traffiking, e sono finita per strada come tante altre ragazze del mio paese».

Era il 1999, quando la zia di un ex fidanzato convince Princess a partire per l’Europa dove, promette, potrà lavorare come cameriera in un ristorante di sua proprietà. Lei contrae un debito da 50 mila euro per mettersi nelle mani dei trafficanti, convinta di poterlo restituire in sei mesi di lavoro in Europa. [...]»
Giunta in Italia, a Torino, Princess viene venduta a una signora mai vista prima, che gestisce un giro di prostitute su strada: «Ho cercato di spiegare immediatamente a questa signora che ero all’oscuro di tutto e che di prostituirmi non se ne parlava» ricorda. «Ma ovviamente non è servito a nulla. In Nigeria ho sempre prestato la mia opera di volontariato in chiesa, per aiutare le persone. Ora ero io in difficoltà». [...]
«Ho conosciuto Alberto per strada perché parlava inglese» ricorda Princess, lui ha parlato con alcuni amici impegnati, e abbiamo deciso tutti assieme di creare un’associazione».
L’Associazione Piam onlus di via Umberto Rossi 4, ad Asti.

Princess Inyang Okokon, 35 anni, è una donna decisa, che non si fa intimorire dalle difficoltà. Giovane, nera, residente in un paese, l’Italia, che non fa certo sconti di genere, generazione o razza, è riuscita, insieme al marito Alberto Mossino, a diventare un punto di riferimento nazionale e internazionale per le donne vittime di traffiking attraverso la sua associazione Piam onlus di Asti (www.piam-onlus.org). Tanto che quest’anno è stata insignita dell’autorevole Premio Protagonista sul campo Takunda 2009, manifestazione promossa ogni anno dall’ong Cesvi, con il contributo del Ministero affari esteri, Direzione generale cooperazione allo sviluppo.

>> Leggi tutta la storia di Princess

Pubblicato da: Alessandro Berruti il 17/03/2010

in: Nuovomondo

Tags: accolti o respinti , razzismo

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I diritti passano da qui

Di Valentina Archimede

I diritti passano da qui

Vivo a Torino. Frequento una piscina “multietnica”, in cui capita spesso di incontrare tra le corsie bambini e adulti di tanti colori. Qualche settimana fa, mentre uscivo dallo spogliatoio, ho notato una famiglia maghrebina – mamma, a capo coperto, papà, un bambino e una bambina – che si stava preparando, dopo che i ragazzi avevano terminato il corso di nuoto. Un’istruttrice, italiana, si è fermata a parlare con loro, incoraggiando il bambino a partecipare a una gara di nuoto. “Solo i più bravi partecipano alla gara” - stava spiegando ai genitori - lui è molto in gamba”. Il bambino ascoltava sorridente e gonfiava il petto orgoglioso. Poi l’istruttrice, salutando, ha invitato i genitori ad assistere alla gara: “Verrete a vederlo, vero?” I genitori si sono guardati e hanno promesso di sì. Poi la famiglia ha cominciato a parlare in arabo. Io non li potevo più seguire, ma stavano mimando i gesti del nuoto e sorridevano tra loro.

Mentre raccolgo le mie cose, penso che l’integrazione passa esattamente da qui: da un’insegnante intelligente, da un bambino che si impegna, da genitori che sono orgogliosi di lui. L’integrazione, prima che da tante parole, passa da una piscina, da un campo di gioco, da un’aula scolastica. Il bambino del Maghreb ricorderà per molto tempo quella soddisfazione, e forse la capiranno i suoi compagni dalla pelle bianca che gareggeranno con lui.

Per questo è importante difendere il diritto universale dei bambini ad andare a scuola, sin dall’asilo, dalla scuola materna, indipendentemente dalla condizione dei loro genitori. Non solo l’integrazione ma il rispetto delle regole – quello spesso rivendicato con rabbia dai fautori dell’esclusione e del respingimento – si imparano da piccoli. In famiglia e a scuola. Andando controcorrente, la Città di Torino ha deciso di accogliere nelle scuole dell’infanzia i bambini figli di migranti, anche laddove il loro status non sia regolare.

La stessa città ha attivato il servizio civile per i migranti – forse l’unico caso in Italia – per cui le cosiddette “seconde generazioni”, spesso già nate nel nostro Paese, svolgono attività presso il Comune, con una funzione di mediazione culturale nei confronti delle loro comunità. Alcuni di loro realizzano notiziari nella propria lingua d’origine, diffusi via web attraverso il sito del Comune: si divertono, fanno un’esperienza giornalistica e culturale, e con la loro sensibilità costruiscono un ponte con i nuovi cittadini.

Per questi motivi, sono felice di vivere in una città laboratorio, spesso difficile, sotterranea, non estranea  sicuramente a tendenze razziste,  ma che su versanti a volte poco visibili, da sempre allaccia esperienze innovative.  La città stratificata, di tante migrazioni, del grande cuore di Porta Palazzo, del più vivo mercato europeo di cibi e colori, che è la fotografia pulsante delle tante genti arrivate qui, nel freddo ai piedi dei monti. Dove ci sono i tanti dialetti, le tome di chi viene dalla campagna e parla solo piemontese, i pomodori e gli agrumi di chi è arrivato con i treni del sole e ora è grossista organizzato, i mazzi di menta profumata venduti senza licenza ai bordi dei banchi.  In quel cuore pulsante, si muovono anche i fantasmi che di notte, per pochi euro, montano e smontano banchi, svuotano magazzini, spingono carretti di ferro. Spesso schiavi dei loro stessi connazionali più fortunati, o semplicemente arrivati prima.

Lo scorso 1 marzo, “sciopero degli immigrati”, il cuore pulsante si è fermato: la piazza era semivuota, e Torino si è svegliata un po’ più sola.

Pubblicato da: Valentina Archimede il 11/03/2010

in: Nuovomondo

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Ribelle alla strada

di Maurizio Dematteis, giornalista Vps

Ribelle alla strada

«La mia famiglia vive in un paesino di 5.000 abitanti nell’Akwa Ibom State, in Nigeria. Ho ancora un fratello e sei sorelle giù. Quando vado per lavoro passo sempre a trovarli, e il re del mio villaggio è contento che portiamo il nostro progetto dall’Italia. La mia famiglia è orgogliosa di me. Quando arrivo facciamo festa a casa di mio padre, e gli anziani vengono a prendere le medicine che porto dall’Italia».

Princess Inyang Okokon, 35 anni, è una donna decisa, che non si fa intimorire dalle difficoltà. Giovane, nera, residente in un paese, l’Italia, che non fa certo sconti di genere, generazione o razza, è riuscita, insieme al marito Alberto Mossino, a diventare un punto di riferimento nazionale e internazionale per le donne vittime di traffiking attraverso la sua associazione Piam onlus di Asti (www.piam-onlus.org). Tanto che quest’anno è stata insignita dell’autorevole Premio Protagonista sul campo Takunda 2009, manifestazione promossa ogni anno dall’ong Cesvi, con il contributo del Ministero affari esteri, Direzione generale cooperazione allo sviluppo.

L’inganno

«Il primo “Articolo 18” dell’associazione sono stata proprio io» taglia corto Princess. «Sono stata vittima del traffiking, e sono finita per strada come tante altre ragazze del mio paese». Era il 1999, quando la zia di un ex fidanzato convince Princess a partire per l’Europa dove, promette, potrà lavorare come cameriera in un ristorante di sua proprietà. Lei contrae un debito da 50 mila euro per mettersi nelle mani dei trafficanti, convinta di poterlo restituire in sei mesi di lavoro in Europa. «Sono partita da Lagos per arrivare a Londra in aereo, con un passaporto inglese falso» racconta la premiata. «A Londra mi hanno detto di chiedere asilo politico e, quando ci hanno piantonato in un albergo in attesa di trasferirci in un centro per richiedenti asilo, sono scappata con altre tre ragazze nelle mie stesse condizioni. Un’automobile ci attendeva fuori dall’hotel. Siamo rimaste nascoste a Londra per tre giorni e poi, in automobile, ci hanno portato in Italia con altri passaporti falsi».

Giunta in Italia, a Torino, Princess viene venduta a una signora mai vista prima, che gestisce un giro di prostitute su strada: «Ho cercato di spiegare immediatamente a questa signora che ero all’oscuro di tutto e che di prostituirmi non se ne parlava» ricorda. «Ma ovviamente non è servito a nulla. In Nigeria ho sempre prestato la mia opera di volontariato in chiesa, per aiutare le persone. Ora ero io in difficoltà». Princess vuole spiegare a qualcuno i suoi problemi, ma non sa l’italiano. Chiama le sorelle in Nigeria e dice di raccontare a più persone possibili la sua storia, in modo che le ragazze sappiano. Chiama anche l’ex fidanzato che, terrorizzato dalle possibili ritorsioni dei trafficanti su lui e la sua famiglia in Nigeria, si defila.

L’uscita

«Ho conosciuto Alberto per strada perché parlava inglese» ricorda Princess. «Gli ho subito spiegato che eravamo vittime di traffiking e che volevamo scappare. Lui ha parlato con alcuni amici impegnati, e abbiamo deciso tutti assieme di creare un’associazione». L’Associazione Piam onlus di via Umberto Rossi 4, ad Asti.
«Sono scappata da Torino e ho iniziato a lavorare all’associazione come volontaria per sette mesi» spiega Princess. «Mi occupavo di altre tre ragazze che erano scappate con me, finalmente facevo di nuovo qualcosa per aiutare gli altri». L’inizio di Piam onlus non è stato facile, mancavano i soldi per sostenere le vittime di tratta e i trafficanti cercavano Princess. «Ma io non ho paura e nemmeno Alberto» tiene a sottolineare. «Ho preso qualche precauzione, tipo non andare più alle feste della comunità nigeriana piemontese o non frequentare amiche nigeriane di cui non sapevo se potermi fidare. I trafficanti hanno fatto casino, hanno telefonato in Nigeria minacciando i miei conoscenti, ma non conoscono la mia famiglia, conoscono solo quella del mio ex fidanzato. Ancora adesso capita qualche volta che parlino male di me in giro. Se vado alle feste di matrimonio mi fermano dicendo “guarda, è quella che ruba le ragazze”… Qualche volta mi entrano in casa come fossero ladri e spaccano tutto. L’ultima volta è capitato tre mesi fa. Continuano, ma io non ho paura di loro».

Piam onlus
Oggi Piam onlus realizza progetti in Italia e all’estero, tutti indirizzati ad aiutare le vittime di sfruttamento sessuale: ad Asti gestisce un’unità di strada, uno sportello informativo e due comunità di accoglienza. Princess ormai è diventata il punto di riferimento in città non solo per le donne vittime di traffiking, ma per tutti gli stranieri in difficoltà. Che arrivano da lei attraverso il passaparola e che Piam onlus cerca di indirizzare.
«Abbiamo anche un progetto internazionale in Nigeria» spiega la mediatrice. «Si chiama Safe sex long life, è finanziato dalla Regione Piemonte ed è partito nel 2004 a Benin City. Oggi siamo anche a Akwai Bon State, mia regione natale. E’ il primo progetto specificamente rivolto al contrasto della diffusione dell'Aids e delle malattie sessualmente trasmissibili fra le prostitute in Nigeria». Una serie di unità mobili che cercano di contattare le ragazze attraverso la rete creata da associazioni locali. Con buona pace dei trafficanti. «In realtà con loro non abbiamo mai avuto problemi. Perché io, prima di partire con il progetto in quella tale zona, sono andata a parlare con loro» spiega Princess. «Li ho incontrati per spiegare che noi non diamo fastidio, gli ho sottoposto il progetto e loro sono tranquilli. Si tratta solo di prevenire e curare le malattie sessualmente trasmissibili. Se poi, attraverso le unità mobili, riusciamo ad agganciare le ragazze per farle uscire dal giro… tanto di guadagnato. Ma questo i trafficanti non hanno da saperlo».
Princess del progetto è il capo indiscusso. Conosce la Nigeria, gestisce la rete di contatti con le associazioni locali e sa dove andare a trovare i trafficanti. «Loro hanno locali notturni dove fanno prostituire le ragazze. Spesso sono club con presidenti e direttori» spiega. «E queste persone che sfruttano le prostitute in Nigeria hanno sempre contatti con i trafficanti internazionali».
A partire dal 2010 però, Safe sex long life ha perso il contributo della Regione Piemonte, e Piam onlus sta cercando di trovare nuovi finanziatori.

La famiglia

«Un po’ di paura del periodo passato per strada mi è rimasta» dice Princess. «Ma ho capito immediatamente che con loro non avrei avuto futuro. Il mio futuro è con Alberto, ci siamo sposati cinque anni fa, prima in Italia poi in Nigeria. La mia famiglia è contenta di avere un cognato europeo perché pensa che possa portare benefici al nostro paese. La famiglia di Alberto è altrettanto contenta di avere un membro nigeriano. Io lavoro a Piam onlus e studio alla scuola serale per imparare meglio l’italiano, Alberto è presidente dell’associazione in cui fa volontariato e lavora come chimico in uno studio».
Figli? «Ancora un po’ di pazienza e tra poco arriveranno».

*articolo gentilmente concesso dalla rivista VpS (www.volontariperlosviluppo.it).

BIOGRAFIA
Princess Inyang Okokon, 35 anni, nasce in Nigeria in un paesino di 5.000 abitanti nell’Akwa Ibom State. Titolare di un ristorante, nel 1999 vende per trasferirsi in Italia. Dove finisce in un giro di sfruttamento della prostituzione a Torino. Con il marito Alberto Mossino fonda l’associazione Piam Onlus di Asti, un punto di riferimento per stranieri in difficoltà. Che dal 2004 promuove dei progetti di cooperazione internazionale nel suo paese natale

Pubblicato da: Alessandro Berruti il 11/03/2010

in: Nuovomondo

Tags: accolti o respinti , razzismo

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TERREMOTO HAITI 1° Rapporto 2010

di Beppe Amico - direttore Caritas diocesana

TERREMOTO HAITI 1° Rapporto 2010

Il teremoto ad Haiti rischia di essere rapidamente dimenticato nonostante ci sia ancora un milione di abitanti senza tetto e senza cibo.


Ora la Caritas nazionale ha creato un dossier: Terremoto di Haiti 1° report 2010 che offre una descrizione del paese prima e dopo il terremoto, della fase di emergenza e del ruolo svolto dalla Caritas nazionale, a cui ha dato un segno tangibile di solidarietà anche la Caritas astigiana.

VEDI IL DOCUMENTO COMPLETO NEL PFD ALLEGATO

Pubblicato da: Beppe Amico il 03/03/2010

in: Nuovomondo

Tags: haiti

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