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I diritti passano da qui

Di Valentina Archimede

I diritti passano da qui

Vivo a Torino. Frequento una piscina “multietnica”, in cui capita spesso di incontrare tra le corsie bambini e adulti di tanti colori. Qualche settimana fa, mentre uscivo dallo spogliatoio, ho notato una famiglia maghrebina – mamma, a capo coperto, papà, un bambino e una bambina – che si stava preparando, dopo che i ragazzi avevano terminato il corso di nuoto. Un’istruttrice, italiana, si è fermata a parlare con loro, incoraggiando il bambino a partecipare a una gara di nuoto. “Solo i più bravi partecipano alla gara” - stava spiegando ai genitori - lui è molto in gamba”. Il bambino ascoltava sorridente e gonfiava il petto orgoglioso. Poi l’istruttrice, salutando, ha invitato i genitori ad assistere alla gara: “Verrete a vederlo, vero?” I genitori si sono guardati e hanno promesso di sì. Poi la famiglia ha cominciato a parlare in arabo. Io non li potevo più seguire, ma stavano mimando i gesti del nuoto e sorridevano tra loro.

Mentre raccolgo le mie cose, penso che l’integrazione passa esattamente da qui: da un’insegnante intelligente, da un bambino che si impegna, da genitori che sono orgogliosi di lui. L’integrazione, prima che da tante parole, passa da una piscina, da un campo di gioco, da un’aula scolastica. Il bambino del Maghreb ricorderà per molto tempo quella soddisfazione, e forse la capiranno i suoi compagni dalla pelle bianca che gareggeranno con lui.

Per questo è importante difendere il diritto universale dei bambini ad andare a scuola, sin dall’asilo, dalla scuola materna, indipendentemente dalla condizione dei loro genitori. Non solo l’integrazione ma il rispetto delle regole – quello spesso rivendicato con rabbia dai fautori dell’esclusione e del respingimento – si imparano da piccoli. In famiglia e a scuola. Andando controcorrente, la Città di Torino ha deciso di accogliere nelle scuole dell’infanzia i bambini figli di migranti, anche laddove il loro status non sia regolare.

La stessa città ha attivato il servizio civile per i migranti – forse l’unico caso in Italia – per cui le cosiddette “seconde generazioni”, spesso già nate nel nostro Paese, svolgono attività presso il Comune, con una funzione di mediazione culturale nei confronti delle loro comunità. Alcuni di loro realizzano notiziari nella propria lingua d’origine, diffusi via web attraverso il sito del Comune: si divertono, fanno un’esperienza giornalistica e culturale, e con la loro sensibilità costruiscono un ponte con i nuovi cittadini.

Per questi motivi, sono felice di vivere in una città laboratorio, spesso difficile, sotterranea, non estranea  sicuramente a tendenze razziste,  ma che su versanti a volte poco visibili, da sempre allaccia esperienze innovative.  La città stratificata, di tante migrazioni, del grande cuore di Porta Palazzo, del più vivo mercato europeo di cibi e colori, che è la fotografia pulsante delle tante genti arrivate qui, nel freddo ai piedi dei monti. Dove ci sono i tanti dialetti, le tome di chi viene dalla campagna e parla solo piemontese, i pomodori e gli agrumi di chi è arrivato con i treni del sole e ora è grossista organizzato, i mazzi di menta profumata venduti senza licenza ai bordi dei banchi.  In quel cuore pulsante, si muovono anche i fantasmi che di notte, per pochi euro, montano e smontano banchi, svuotano magazzini, spingono carretti di ferro. Spesso schiavi dei loro stessi connazionali più fortunati, o semplicemente arrivati prima.

Lo scorso 1 marzo, “sciopero degli immigrati”, il cuore pulsante si è fermato: la piazza era semivuota, e Torino si è svegliata un po’ più sola.

Pubblicato da: Valentina Archimede il 11/03/2010

in: Nuovomondo

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