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Imposta patrimoniale? Qualche osservazione sul versante delle entrate.

Di Emilio Giribaldi, presidente del Comitato per la Costituzione

Imposta patrimoniale? Qualche osservazione sul versante delle entrate.

Da uno studio del Dipartimento delle Finanze e Agenzia del territorio riferito al 2008 operato con incrocio tra le banche dati del Catasto e dell’Amministrazione finanziaria risulta che il valore di mercato del patrimonio nazionale immobiliare residenziale (escluso dunque quello di altra natura, come industriale, alberghiero etc.) ammonta a circa 6200 miliardi di euro.

 Altro studio ha accertato che più del 70 per cento delle famiglie italiane vive in casa di proprietà.

Come qualcuno ha già osservato, il mattone non si può esportare nei paradisi fiscali per sottrarlo alla tassazione.

 Ipotizzando una imposta patrimoniale riferita esclusivamente agli immobili residenziali, non una tantum ma protratta per tre-quattro anni per fine di lotta all’emergenza, applicando un’aliquota del 2 per mille si otterrebbe un gettito teorico di oltre 12 miliardi di euro annui. Per fare qualche esempio, un appartamento del valore di 500.000 euro pagherebbe 1000 euro all’anno, un alloggio del valore di 250.000 euro, che possiamo considerare quasi popolare, ne pagherebbe 500. Non è certamente poco, ma sempre meno (a far bene i conti) e soprattutto meglio, che la somma della serie di balzelli espliciti, occulti o indecenti escogitati da un governo che, anche per dichiarazione arrogante e irresponsabile di qualche suo sostenitore, non intende tassare i ricchi e vuol far pagare i soliti noti, e cioè quelli che hanno reddito fisso da stipendio o pensione e che dichiarano gli altri proventi, nonché i consumatori attraverso aumenti dell’IVA e altre imposte indirette. L’imposta, per ragioni pratiche, colpirebbe anche i patrimoni immobiliari modesti, salva l’ipotesi di una modica franchigia o esenzione da attuarsi con la massima attenzione al fine di evitare frodi, ma da un lato concreterebbe il principio di solidarietà nazionale (“sacrifici per tutti”) contro la crisi e dall’altro consentirebbe di realizzare se non la progressività impositiva di cui all’articolo 53 della Costituzione almeno una certa proporzionalità.

 Aggiungiamo il valore di mercato degli immobili non residenziali e di quelli che godono di esenzioni ingiustificate (come gli alberghi e gli ostelli di enti religiosi), al momento non noto ma sicuramente ingentissimo, e possiamo concludere per un gettito annuo certo di almeno venti miliardi di euro.

Ovviamente, con un’aliquota del solo 1 per mille, l’onere (certamente sostenibile senza forti sacrifici) e il gettito sarebbero dimezzati; ma il secondo si manterrebbe sempre intorno alla rispettabile cifra annua di una decina di miliardi di euro. Altro che andare a raspare qualcosa a spese di chi ha già sborsato fior di soldi per riscattare il servizio militare e gli studi universitari, secondo la geniale trovata di quel ministro che vorrebbe anche smontare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori!

La tassazione dei cosiddetti grandi patrimoni immobiliari sarebbe teoricamente ottima cosa perché realizzerebbe anche il principio di progressività; tuttavia non solo è difficile calcolarne il gettito ma essa potrebbe essere elusa in tutto o in parte con intestazioni fittizie o conferimenti a società di comodo.

Se poi il calcolo venisse effettuato, per rapidità e immediatezza, con riferimento ai valori catastali, e cioè seguendo lo schema e la procedura dell’imposta comunale sugli immobili, basta pensare al fatto che la sola abolizione integrale dell’ICI (che è una specie di patrimoniale) sulla prima casa decisa nel 2008 da Berlusconi e dall’allora fido Tremonti per motivi esclusivamente elettorali ha provocato, secondo calcoli attendibili, una perdita per i Comuni di circa tre miliardi di euro rispetto al gettito che essa avrebbe dato vigendo l’esenzione parziale (decisa dal Governo Prodi, e che consentiva al proprietario di una casa modesta di cavarsela con poche decine di euro), per concludere che anche adottando tale sistema semplice e sicuro non si sarebbe lontano dal gettito sopra indicato (va tenuto presente che l’imposta graverebbe sui fabbricati, sulle aree fabbricabili e sui terreni agricoli “a qualsiasi uso destinati” come prevede l’articolo 1 della legge sull’ICI).

 In altri termini, quell’uno o due per mille equivarrebbe a un non ingente aumento dell’aliquota ICI attualmente in vigore, e il provento potrebbe essere equamente ripartito tra i comuni e lo stato.

Alla prevedibile obbiezione secondo cui l’imposta deprimerebbe il mercato immobiliare e l’industria delle costruzioni si potrebbe rispondere: primo, che a giudicare dai prezzi pazzeschi di cui si sente parlare non pare che il mercato sia molto suscettibile di depressione; secondo, che se l’industria edilizia continua a consumare annualmente con nuovi palazzi e grattacieli migliaia e migliaia di ettari di territorio sottraendolo all’agricoltura e alla vegetazione, forse una piccola frenata non guasterebbe; terzo, che dall’imposta potrebbero essere esentati totalmente o parzialmente gli edifici già esistenti e in ristrutturazione (documentata rigorosamente) spostando così l’attività edilizia dalla distruzione dell’ambiente al recupero dell’esistente.     

Se, infine, l’imposta fosse estesa, come sarebbe doveroso, ai patrimoni mobiliari di una certa consistenza e alle rendite e se la lotta all’evasione fiscale fosse decisa non a parole ma con fatti concreti e dai risultati immediati (tracciabilità dei pagamenti, controlli incrociati, etc.), gran parte della cosiddetta manovra potrebbe essere attuata, sul versante delle entrate, senza particolari riflessi negativi sull’attività produttiva e sull’occupazione.

Pubblicato da: Emilio Giribaldi il 06/09/2011

in: Diritti e Rovesci

Tags: costituzione , crisi , politica, leggi

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