Il risentimento dei giovani
Di Laurana Lajolo
Per molto tempo si è detto che la flessibilità del lavoro favoriva l’occupazione giovanile e la possibilità di fare diverse esperienze di lavoro e chi parlava di precariato era un retrogrado ancorato al mito del posto fisso e a una concezione statica dei rapporti di lavoro.
La generazione tra i trenta e i quarant’anni è stata umiliata: senza posto, senza ammortizzatori sociali, spesso senza casa e senza figli, costretti a rimanere sempre adolescenti e dipendenti dai genitori.
E’ stato fatto un grave guaio sociale, difficilmente sanabile.
Oggi gli studenti si oppongono alla dequalificazione della scuola lasciata senza mezzi e senza prospettive, ma in realtà denunciano un malessere politico, sociale e culturale di enormi proporzioni, arrivando alla critica radicale verso una classe dirigente incapace di individuare e di risolvere i problemi.
L’origine della situazione attuale risale a circa vent’anni fa, quando sono cominciati la marginalizzazione sociale e culturale della scuola come agenzia formativa, la svalutazione delle forme alte di cultura, l’impoverimento della lingua e la precarietà di lavoro è diventata precarietà di vita.
I giovani esprimono con creatività il loro risentimento verso questa società che li deruba del futuro.
Chissà se la nuova generazione dei ventenni ci salverà.














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