Riforma della giustizia
Di Emilio Giribaldi, presidente del Comitato per la Costituzione
Ci risiamo. Trascurando, come ormai sembra scontato (e forse, nella presente situazione anche di crisi interna, inevitabile), di affrontare i gravi problemi dell’economia, della finanza, del lavoro, della disoccupazione, dei rifiuti di Campania e dintorni, il governo ha ripreso per l’ennesima volta il programma, salvo poi differirlo brevemente a subito dopo l’ottenimento della sperata fiducia, della cosiddetta grande riforma della giustizia. Può darsi che alla fine, e salvi tutti gli imprevisti di una situazione interna che riesce impossibile decifrare, non se ne faccia nulla almeno per qualche tempo; e tuttavia, anche a costo di ripetizioni forse noiose, è necessario richiamare alcune considerazioni.
Quella che il governo chiama riforma è in realtà una controriforma, e delle peggiori, perché mira in definitiva a tutelare interessi particolari di una classe, o meglio, di singole persone. I problemi veri dell’amministrazione della giustizia, che sono già stati altre volte ricordati (sovrapposizione e farraginosità delle procedure, irrazionale distribuzione delle sedi degli uffici, mancanza di mezzi e di personale, litigiosità esagerata, garantismi inutili, formalismi senza senso ma che permettono di trascinare le cause per anni, impugnazioni inammissibili o infondate proposte al solo fine di perder tempo o arrivare alla prescrizione, costi esorbitanti, difetti di preparazione e di selezione dei magistrati e della scelta dei capi degli uffici, sacche di inefficienza: non è tutto ma per ora può bastare!) non vengono affatto affrontati dal progetto. Quel che preme è rendere difficile il lavoro di investigazione dei pubblici ministeri e, per conseguenza diretta, quello dei giudici.













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