La legge finanziaria e il blocco salariale
di Luca QUAGLIOTTI – Segreteria Regionale FP CGIL Piemonte
Con l’approvazione della legge finanziaria 122/2010 si aggrava la questione salariale in Italia. Essa non riguarda solo la condizione economica dei dipendenti della Pubblica Amministrazione, ma quella di tutti coloro che lavorano nei servizi di pubblica utilità.
Come è noto la legge finanziaria blocca, o per meglio dire cancella, il rinnovo del quadriennio contrattuale 2010-2013. Essa prevede esplicitamente di non rinnovare il triennio 2011-2013, ma i suoi effetti opereranno direttamente anche per il 2010. In detto periodo non sono previsti aumenti economici, salvo la corresponsione dell’indennità di vacanza contrattuale.
La Legge prevede espressamente – aspetto particolarmente grave - che gli aumenti che avrebbero dovuto essere generati dai rinnovi contrattuali del periodo, non saranno in alcun modo, anche nel futuro più lontano, recuperati. Si tratta in effetti, di un blocco salariale le cui conseguenze si faranno sentire anche nel lungo periodo.
È utile ricordare, a tal proposito, che i dipendenti pubblici hanno già subito analogo trattamento nel quadriennio 1990-1994, quando non furono rinnovati i contratti di milioni di lavoratori. Ciò venne motivato con l’urgente necessità di consentire all’Italia di uscire dalla crisi economica e con l’obbiettivo di contribuire alla diminuzione del debito pubblico. È noto a tutti come è andata a finire: i lavoratori pubblici persero un intera tornata contrattuale, il debito pubblico, dopo una diminuzione nel periodo 1996-2001, riprese ad aumentare, così come il fabbisogno statale e tutt’ora, nonostante i proclami tranquillizzanti del Ministro Tremonti, debito pubblico e fabbisogno continuano a crescere.
La stessa finanziaria prevede consistenti diminuzioni di trasferimenti alle Regioni ed agli Enti Locali, unitamente al blocco del turnover ed alla diminuzioni di spese per il personale, ecc.. È del tutto evidente che, in questa situazione economica, sarà impossibile garantire il rinnovo dei contratti anche per quelle lavoratrici e per quei lavoratori che prestano la loro attività al servizio delle persone all’interno di cooperative o strutture socio sanitarie private.
È infatti impensabile che le parti padronali – già di per se fragili strutturalmente, dotate di pochi capitali e crediti, percettrici di modesti utili - possano aumentare i salari dei loro dipendenti attraverso il rinnovo dei contratti, senza che esso sia previsto da contratti di fornitura e servizio che espressamente li prevedano, oltre ad un complessivo adeguamento contrattuale da parte degli Enti.
Non a caso in questi giorni assistiamo alla denuncia da parte del comune di Torino, e di altri enti locali piemontesi, circa i tagli relativi ai trasferimenti da parte della Regione all’assistenza. Tagli che comporteranno una diminuzione dei servizi o ad una diversa distribuzione di quelli esistenti.
È evidente che i tagli saranno apportati principalmente alle ore di prestazione erogate agli utenti e che, conseguentemente, essi, traducendosi in una diminuzione di salario, incideranno sulla capacità di spesa dei lavoratori addetti a questi servizi. Come è noto a questi lavoratori il salario viene corrisposto sulla base delle ore lavorate, il che si traduce per essi nel semplice assioma: meno ore lavorate uguale a meno salario, meno salario uguale a meno capacità di spesa per famiglia.
È del tutto evidente che una simile scelta economica è senza precedenti. Essa anziché rilanciare il Paese, determinerà una forte contrazione del potere di acquisto da parte di milioni di lavoratori, generando un conseguente danno per tutto il sistema economico.
Occorre rammentare che gli effetti del mancato rinnovo dei contratti non avranno solo incidenza nell’attualità di tutti i giorni ma essi svilupperanno le loro conseguenze anche nel futuro. In particolare con la diminuzione delle rendite pensionistiche e, dunque, l’impossibilità di “acquistare” prestazioni sociali. Occorre ricordare infatti che le pensioni nel prossimo futuro verranno erogate in ragione di quanto ognuno avrà versato nel corso della propria vita lavorativa. Il mancato rinnovo dei contratti inciderà, di conseguenza, sulla capacità di acquisto dei futuri pensionati. L’effetto domino è facilmente prevedibile: a meno soldi in entrata corrisponderanno meno soldi in uscita e, in conclusione, si innesterà un ciclo che peserà negativamente sull’intero sistema paese.
Al mancato rinnovo dei contratti , che già di per se limiteranno il potere di acquisto di molti lavoratori italiani, si associa la presa in giro dell’ aumento di responsabilità dei pubblici dipendenti non correlati ad aumento di salario. La finanziaria, infatti, prevede, nel caso del riconoscimento della progressione di carriera,che al lavoratore siano riconosciuti i suoi effetti solo sotto il profilo giuridico, mentre essa non avrà alcun esito sotto il profilo economico. Anche per questa via la norma introdotta produce gravi frutti negativi per le future pensioni. Il legislatore, al fine di determinare nel complesso della Pubblica Amministrazione comportamenti omogenei, stabilisce un principio di responsabilità per quanti, chiamati a governare le predette norme, riterranno di derogare ad esse. In pratica, qualora a un singolo lavoratore ( o a gruppi di essi), venissero nel corse del “blocco”riconosciuti aumenti a qualsiasi titolo erogati, gli stessi dovrebbero essere recuperati ( cioè restituiti alla amministrazione erogante) nell’esercizio successivo. In caso contrario di dette somme risponderanno in proprio coloro, dirigenti, funzionari o pubblici amministratori responsabili del deliberato che riconosceva le elargizioni.
Il paradosso del meccanismo messo in atto dal blocco, è che esso blocca, nei fatti, qualsiasi attivazione delle procedure “meritocratiche” previste dalla cosiddetta riforma “Brunetta” circa i sistemi di incentivazione.
In effetti, non si potranno mettere in piedi meccanismi di valutazione individuale che prevedano l’applicazione del sistema di distribuzione della produttività “premiante” con “significativi” incentivi economici. Come sarà dunque possibile riconoscere “ad un quarto” del complesso dipendenti pubblici, come prevede Brunetta, forme economiche di incentivazione quando l’eventuale riconoscimento economico verrebbe automaticamente decurtato in sede di conguaglio? Tra i vari limiti introdotti dalla norma è infatti previsto che l’eventuale incremento dello stipendio annuo non possa superare complessivamente il 3,2% del salario percepito nel 2010.
Si deve inoltre sottolineare come il blocco del rinnovo dei contratti impedisca il recepimento delle norme contenute nel D.lgs 150/09 relativo alla sanità ed agli Enti Locali e, conseguentemente, impedisca di operare a quelle relative al nuovo sistema di valutazione. (Il d.lgs.150/09 art. 65 comma 5 infatti indica chiaramente che le disposizioni contenute nel decreto si applicano solo successivamente alla tornata contrattuale in corso, ovverosia dopo il rinnovo dei contratti nazionali 2006-2009).
Abbiamo sostenuto sin dall’insediamento di questo Governo, che esso intendeva far gravare sui dipendenti pubblici e sui servizi pubblici, tutte le inefficienze del sistema Paese. Non solo, al di la dei proclami brunettiani - accolti con molti applausi e poco senso critico da ampi strati di opinione pubblica - questo governo con i provvedimenti che abbiamo più sopra analizzato, dimostra di non avere alcuna intenzione di premiare il merito e di riformare la Pubblica Amministrazione.
Il ministro Brunetta, peraltro in buona compagnia, sostiene, al fine di giustificare l’inefficacia dei suoi provvedimenti, che in Italia c’è “un cattivo sindacato conservatore e demagogico”, esso,naturalmente, è la CGIL. Noi saremmo restii, secondo Brunetta, a qualsiasi ipotesi di cambiamento ed ostili a quanti vorrebbero portare innovazioni. Se il Ministro avesse tempo di studiare la storia delle riforme della Pubblica Amministrazione scoprirebbe che la CGIL è sempre stata in prima linea nella richiesta di riforma dello Stato e delle sue strutture. Il compianto Massimo D’Antona, per citare uno di noi, era un innovatore ed ha contribuito alla riforma della Pubblica Amministrazione dalle file della CGIL. Grazie alla CGIL si sono ottenute riforme quali: il D.lgs. 29/93, il decentramento amministrativo, la privatizzazione del rapporto di lavoro e molte altre. Scoprirebbe, viceversa, che l’unica innovazione proposta da questo Governo è quella di favorire il ritorno sotto il controllo della politica di tutta la gestione della macchina amministrativa, ivi compresa la gestione del rinnovo dei contratti di lavoro.
Alla luce dell’ultima finanziaria (la CGIL lo sostiene da sempre) il Paese potrà constatare come l’unico conservatorismo sia proprio quello di Brunetta. È il Ministro della Pubblica Amministrazione, insieme al ministro dell’Economia, che impedisce, attraverso apposite leggi, il legittimo rinnovo dei contratti dei lavoratori dei servizi pubblici e la libera contrattazione tra le parti. Provvedimenti che impoveriscono il Paese, diminuiscono i servizi ai cittadini, premiano il conservatorismo dei politici.
Tutti provvedimenti contrari ad ogni principio federalista. Alla luce dei deliberati assunti dal governo in questi mesi, possiamo a giusta ragione affermare che essi produrranno l’unico effetto di ammazzare il federalismo e annichilire le autonomie locali.














Commenti
Non ci sono commenti a questo articolo> Vedi tutti i commenti
> Commenta questo articolo