TIGULLIO A TEATRO 2010, Santa Margherita Ligure
Di Primarosa Pia
Cos’è un palco se non un po’ di assi di legno poggiate su un sopralzo?
Immaginate un palco, montato sotto le chiome maestose di un ulivo maestoso, con a sinistra gli stucchi candidi delle aperture aperte e illuminate di una antica villa patrizia vestita di rosso, a destra il rigoglioso incombere di un incantevole giardino di piante rare e macchia mediterranea dominata da altissime, esili palme, il cielo gravido di profumi del mare che traspare e sfuma dal pallido indaco al buio della notte…
..ed ecco che per i circa duecento fortunati, anche giovani, che per tre sere di giornate di un agosto maturo che fortunatamente non hanno mantenuto le promesse di pioggia immancabili nel pomeriggio, potrebbe bastare, dopo essersi inerpicati fin lassù, tra le scalinate e i vialetti selciati in rizzata genovese, i piccoli ciottoli naturali neri e bianchi disposti a mosaico, godersi il sogno di un paradiso a portata di sguardo…
..ma le assi di legno non sono lì per banalizzare il panorama, ne sono parte integrante, indispensabile, quando un uomo o una donna le cammina e le rende vive…
..le rende vive di parole, di gesti, che diventano storie, emozioni, vita vissuta di esperienze tragiche, pietre miliari del nostro recente bagaglio di donne e uomini liberi.
La prima sera Pino, solo, raro equilibrio di chiaro recitare con ritmi lenti se pur tesissimi, ci racconta di Töne, e ascoltando le descrizioni del grande Mario Rigoni Stern per noi il maestoso ulivo diventa un “mugo”, i vialetti ordinati, viottoli dell’Altopiano ma anche camminamenti attraverso confini “cosa sono i confini, se non invenzioni per giustificare la presenza di limiti e guardiani?” [cito a memoria], la villa, una casetta un po’ fuori dal paese, con sul tetto un ciliegio che la guerra non risparmierà. Sono i primi del 1900 e il giovane intrepido, che non si contenta di sottostare al destino del montanaro, lo sfida a viso aperto e lo sfugge, ma quando poi, quasi vecchio, vorrebbe trovare là, tra la famiglia e il gregge, la quiete del riposo, ecco la vendetta, crudele: i confini sfidati, ancora loro, nella loro esistenza negata, diventano teatro di contesa e lui, stanco e vecchio di passi e fatiche, riprende la lotta. La prigionia nel Campo tedesco, prove generali dei terribili KL che allestirà il nazismo, è resistenza, fame e resistenza, ricordi e resistenza, silenzio e resistenza. Lo sostengono poche, chiare, salde radici, efficaci per consentirgli di tornare a respirare l’aria gelida dei suoi monti, e morire serenamente nell’effimera primavera che lo rapisce nel sonno.
La seconda sera è Pierpaolo, il versatilissimo interprete di una varietà di personaggi che si concretizza negli abitanti di un paesino della Sardegna dal nome che somiglia ad un abbraccio: Aragolè. Un omaggio a Francesco Masala, uomini e donne descritti con parole, espressioni e gesti, nella loro fisicità ma anche nel loro essere più intimo, profondo, al di là dei comportamenti che hanno evocato i soprannomi e delle caratteristiche che li accomunano quasi tutti, le labbra bianche di anemia, povertà estrema, che impoverisce perfino il sangue nelle vene. Variegata normalità di una comunità coesa, che pare crescere e rinnovarsi a prescindere dagli eventi esterni, fino al giorno dell’ingresso a gamba tesa della seconda cartolina rossa, quella che richiama quasi tutti gli uomini per la guerra. La partenza del treno, già, sempre il treno.. carri bestiame, è il primo dramma collettivo: gli uomini esorcizzano la paura con sorrisi e spacconate, le donne danno libero sfogo alle prime lacrime, cui ne seguiranno moltissime altre.
Per i soldati accomunati da quella lingua dolce che a Pierpaolo pare a tratti sfuggire come fresca acqua di fonte, ci saranno altri treni, e un avamposto sperduto nella steppa russa, dal quale solo Culubiancu tornerà all’abbraccio del paese per raccontare la tragica sorte dei compagni.
La racconta ogni anno, attraverso i rintocchi delle campane, note forti e decise, che penetrano nei cuori, per non cancellarvi i ricordi.
Inevitabile tornare la terza sera, la sera della sintesi.. sul palco Stefania, Marco, e Matteo.
Agnese è invecchiata nelle sue certezze, forte e coriacea della consapevolezza che “ciò che si deve fare si fa” e nell’orgoglio di ciò che ha fatto: “tutto pur di cacciare i tedeschi!”. Ultima di una generazione che ha visto l’intera vita sconvolta dagli anni in cui il diritto alla spensieratezza è stato travolto dal dovere di difendersi, trova accettabile il suo isolamento perché condotto in alto, al di sopra dei meschini maneggi della vita normale, irraggiungibile fino a quando non irrompe Matteo, vent’anni, inconsapevole, sofisticato frutto della società per cui Agnese e tanti giovani come lei, da giovani, hanno pagato un prezzo così alto. Lei è la concretezza, le radici, la roccia delle certezze certe, Matteo è l’insicurezza, la sensibilità estremizzata fino al logoramento dei rapporti famigliari ma anche del suo stesso fisico, quasi un essere soprannaturale, fatto di aria, talmente incapace di influire sul presente che perfino all’idea di strappare erba alla terra preferisce la morte. Il filo della vita che compie il suo cammino si tende ma non si spezza, tra i due è il seme della continuità problematica, del futuro che oltrepassa i desideri e le intenzioni, fecondato dalle emozioni, umane, dolci, condivise emozioni.
Le certezze di Agnese diventano dubbi, Matteo intravvede un orizzonte possibile ma non può rimanere, se ne vanno entrambi, chi resta è la metafora del presente che inquieta, la cieca arroganza di chi crede che l’essenza della vita consista nell’egocentrico cinismo dell’apparire, possedere, prevaricare, umiliare.
Primarosa Pia
Rapallo 25 agosto 2010
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