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Il degrado della città

di Augusta Mazzarolli - Architetto

Il dibattito sulla tangenziale sud-ovest di Asti mi ha fatto ritornato in mente un testo di urbanistica in dotazione, negli anni Sessanta, presso la Facoltà di Architettura di Torino.
In questo testo veniva chiarito come il declino della città media americana era iniziato negli anni Cinquanta per la presenza concomitante di tre fattori: centri commerciali in area semi periferica o urbana, tangenziali in area urbana, ampliamenti della città quasi esclusivamente con la tipologia edilizia delle casette a schiera.  
A quel tempo, giovane e idealista, pensavo quanto noi italiani fossimo fortunati in quanto, forti delle esperienze di altri, avremmo potuto evitare di commettere gli stessi errori.
Ora, invece, mi trovo a constatare come in Italia si stia avverando quanto rilevato in America, quasi cinquanta anni fa.

Città svuotate
I centri storici e i centri delle città medie o piccole  si sono pressoché desertificati per la presenza, in area urbana o semi periferica, di grossi centri commerciali.
Le tangenziali in aree urbane hanno portato a bypassare i centri urbani, invogliando gli automobilisti a fermarsi non più in città ma in corrispondenza degli svincoli autostradali o stradali, dove molte volte è presente un centro commerciale.
La gemmazione di nuove parti di città con tipologie edilizie estranee alla cultura e alla tradizione locale portano i rispettivi abitanti a vivere secondo tipologie di vita che non riconoscono le tradizionali gerarchie della città, prima fra tutti il suo centro.
Asti, non costituendo un’eccezione in questo cosiddetto “panorama di sviluppo”, si è allineata alle tendenze del momento e in essa ritroviamo tutte le componenti che hanno portato, negli anni Cinquanta, al declino della città media americana.
Si potrebbe obiettare: una città media italiana come Asti, è talmente grondante di storia e di testimonianze storiche che difficilmente potrà vedere offuscata la propria vocazione, a un turismo culturale ed enogastronomico, per la presenza di qualche volgare e ingombrante capannone arancione, posto alle sue porte di ingresso.
Come pure, una tangenziale invasiva e impattante, anche se posta in un’area fragile e preziosa, anche se incide in modo irreversibile su una parte consistente del territorio, che ripercussioni negative può generare? Importante è il progresso, connetterci alla linea Lisbona-Kiev,  andare sempre più veloci (non si sa di preciso dove, dal momento che già esistono strade, asfaltate e ferrate), perché il progresso ha come presupposto “implementare le infrastrutture”.

Dalla strada al satellite
A questo proposito sarebbe utile ricordare come il concetto di infrastruttura è molto cambiata.
L’infrastruttura stradale che, a partire dalla scoperta della ruota, ha costituito il presupposto per lo sviluppo di ogni civiltà, ha avuto un drastico ridimensionamento proprio alla fine del secolo scorso, quando un nuovo mezzo di comunicazione di massa ha cominciato ad affermarsi e a condizionare lo scenario del terzo millennio: sto parlando dello sviluppo delle telecomunicazioni.
Tale nuova via di comunicazione, in pochissimi decenni, ha già condizionato il nostro modo di vivere, di lavorare, di dialogare, di muoverci e  con il passare degli anni, condizionerà sempre più il nostro modo di essere. Con questo non voglio asserire che le strade tradizionali non avranno più una loro funzione. Al contrario, ma la loro realizzazione dovrà essere sempre più valutata in termini di reali costi e di reali benefici, tenendo presente che, storicamente, il Piemonte, con specifico riferimento alle province di Alessandria e di Asti, costituisce una delle regioni d’Europa più “tradizionalmente”  infrastrutturate.

Futuro sobrio ed ecologico
Naturalmente sono contraria alla costruzione della nuova tangenziale, perché la ritengo un’opera non indispensabile ed eccessivamente invasiva, anche se comprendo la giusta preoccupazione degli Amministratori, che temono di perdere importanti finanziamenti che, in un momento di conclamata crisi, potrebbero portare al territorio lavoro e investimenti.
Ritengo comunque che ogni futuro investimento, per importante che sia, non possa più prescindere dal danno irreversibile che produce all’ambiente.

L’equilibrio ambientale del nostro territorio ormai è molto compromesso; se vogliamo assicurare ai nostri figli e al pianeta un futuro, dobbiamo accettare un tenore di vita più basso, fatto di meno privilegi e più sacrifici, primo fra tutti quello di tornare a usare il mezzo di trasporto pubblico, compreso quello su ferro che dovrà ritornare ad essere, come in un passato remoto: sicuro, pulito ed efficiente.

Pubblicato da: Augusta Mazzarolli il 12/02/2010

in: Polis

Tags: città

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