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Per Edoardo Sanguineti - PIT STOP

Di Eugenio manca, giornalista

Per Edoardo Sanguineti  - PIT  STOP

Se ne è andato in silenzio, senza una parola, lui che per mezzo secolo della parola è stato signore, maestro, esploratore, scavatore, dispensatore ineguagliato, giocoso funambolo. La parola poetica ma anche la parola civile. Edoardo Sanguineti  non ha mai fatto mancare parole -e pensieri, e atti polemici, e gesti esemplari - alla vasta platea dei suoi lettori, dei suoi allievi, degli estimatori, di quanti - magari da versanti ideologici e culturali distanti- da lui si attendevano l’idea illuminante, la battuta dissacrante, la provocazione feroce, che mostrasse la faccia nascosta di una medaglia che altri non sapeva o non voleva rovesciare, specie in tempi di conio guasto. Ma - stiamone certi - la sua voce fonda e musicale continueremo a sentirla.

Angelo Guglielmi, che lo conosceva bene fin dal tempo in cui assieme ad Anceschi, Eco, Pagliarani e gli altri, avevano fondato il Gruppo ‘63, ha scritto che Sanguineti ha monitorato il mondo, ha scandagliato la realtà. “I suoi versi non erano incentrati sul nostro piccolo ‘io’ e sulle sue problematiche esistenziali, ma sulla totalità del reale”. La sua opera poetica raccoglie il linguaggio della modernità e lo restituisce interpretandolo. Per questo -ha spiegato- Sanguineti è uno dei pochi, veri, grandi poeti dell’ultimo secolo.

La poesia ne ha riempito gran parte della vita. La poesia altrui - dalla tesi su Dante alla traduzione dei classici greci e latini - ma soprattutto la sua, iniziata nel ’56 con la strepitosa raccolta di Laborintuse proseguita copiosa fino ai giorni nostri, con le “poesie-cartolina”, le “poesie-travestimento”, le glosse, le sciarade, i rebus. Ha scritto romanzi, racconti, saggi, libretti teatrali, testi per la musica di Berio, e ha anche occupato un seggio in Parlamento, eletto nel ’79 come indipendente nelle liste Pci.  Impegno senza barriere. In una ironica nota autobiografica, dettata in terza persona, ha raccontato che “i suoi interessi più vivaci erano stati, quando era fanciullo, la musica e poi, divenuto adulto, la politica; e che la letteratura (parola che egli accompagnava per solito con una smorfia ostile) era stata per lui una maniera di surrogare, per altra via, quelle sue vocazioni (e qui, altra smorfia); quanto alla politica, poi, amava anche ripetere che tutto è politica, sicuramente, ma che la politica (e qui, una smorfia ulteriore), per contro, non è tutto”.

Una parola ha da sempre accompagnato Sanguineti, precedendolo o scortandolo come una guardia del corpo: la parola - chi non lo sa?- è “avanguardia”. Ma che cos’è esattamente l’avanguardia? Lo domandammo proprio a lui, un giorno che Genova era ancora intronata dagli spari e intossicata dai fumogeni del G8, seduti ad un caffè davanti a Palazzo Ducale. E il movimento no-global poteva in qualche modo essere inserito in quella definizione? Rispose soppesando le parole: “L’avanguardia sul piano culturale e artistico, ma anche su quello politico e sociale, è una proposta di comportamento, e attende la verifica del dopo. Lo dice la parola stessa: l’avanguardia è tale se è seguita dalle conferme”. Ma questa -insistemmo- che tipo di avanguardia è? Rispose: “Questa che vediamo è un’avanguardia che denuncia ingiustizie, scompensi, vere e proprie infamie, e indica soglie intollerabili di iniquità e sfruttamento: non solo nei mondi lontani della fame, della sete, della rapina coloniale, ma anche all’interno dell’Occidente sviluppato e opulento, dove ci sono schiere non sfruttate solo perché non sono neppure occupate. Il mercato come regolatore unico, il profitto come “legge naturale”, la flessibilità del lavoro in tutte le forme anche le più selvagge, la fine dello Stato come elemento di tutela ed equilibrio sociale: è qui che avviene la rivolta. Il movimento antiglobale che tenta di opporsi al dominio incontrastato del capitalismo internazionale dovrebbe riuscire a incontrarsi con un movimento più vasto, che solo la sinistra può produrre. Ma questa sinistra è disgregata, confusa, senza progetto. Ha smarrito il significato di parole come classe. Ma usiamole invece le vecchie parole! Il mondo è pieno di proletari: non solo il Congo o Taiwan ma le nostre strade ne sono piene!”.

Era gonfio di sdegno per gli assalti violenti con cui la protesta di quei ragazzi era stata accolta, e per la “macelleria messicana” che i responsabili delle forze dell’ordine avevano pianificato. Uno sdegno politico e civile, che chiamava in campo un “odio” esso pure politico e civile contro la ferocia e l’inganno di chi puntava a terrorizzare l’Italia. Il caso vuole che Sanguineti se ne sia andato proprio il giorno in cui la Corte d’Appello di Genova, ribaltando precedenti sentenze, ha riconosciuto e condannato i responsabili di quella macelleria. Ma questa è solo un‘amara coincidenza. Ciò che ci preme rimarcare qui è che proprio da un uomo dell’avanguardia come Sanguineti venisse l’invito a usare parole nette come classe, proletariato, imperialismo, sfruttamento, considerate desuete e ormai quasi del tutto espunte dal vocabolario della politica e perfino da quello della sinistra. Simbolo dell’avanguardia, non aveva paura di mettere le mani nella storia e nel presente. “Trasmettere memoria -diceva- non significa magnificare il passato ma estrarre da esso consapevolezza critica”. Ciò che più d’ogni altra cosa ci serve oggi. 
 

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vivendo per capire perché vivo
scrivo anche per capire perché scrivo:
e vivo per capire perché scrivo,
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Edoardo Sanguineti
, da “Novissimum Testamentum”,
in IL GATTO LUPESCO, Feltrinelli, 2002

Pubblicato da: Redazione il 21/03/2010

in: Punti di vista

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