CultureIncontri
Blog di informazione culturale, turistica, paesaggistica e ambientale a cura dell'Associazione Davide Lajolo
Ideazione e direzione: Laurana Lajolo
Direttore responsabile: Valentina Archimede
 

I diritti passano da qui

Di Valentina Archimede

I diritti passano da qui

Vivo a Torino. Frequento una piscina “multietnica”, in cui capita spesso di incontrare tra le corsie bambini e adulti di tanti colori. Qualche settimana fa, mentre uscivo dallo spogliatoio, ho notato una famiglia maghrebina – mamma, a capo coperto, papà, un bambino e una bambina – che si stava preparando, dopo che i ragazzi avevano terminato il corso di nuoto. Un’istruttrice, italiana, si è fermata a parlare con loro, incoraggiando il bambino a partecipare a una gara di nuoto. “Solo i più bravi partecipano alla gara” - stava spiegando ai genitori - lui è molto in gamba”. Il bambino ascoltava sorridente e gonfiava il petto orgoglioso. Poi l’istruttrice, salutando, ha invitato i genitori ad assistere alla gara: “Verrete a vederlo, vero?” I genitori si sono guardati e hanno promesso di sì. Poi la famiglia ha cominciato a parlare in arabo. Io non li potevo più seguire, ma stavano mimando i gesti del nuoto e sorridevano tra loro.

Mentre raccolgo le mie cose, penso che l’integrazione passa esattamente da qui: da un’insegnante intelligente, da un bambino che si impegna, da genitori che sono orgogliosi di lui. L’integrazione, prima che da tante parole, passa da una piscina, da un campo di gioco, da un’aula scolastica. Il bambino del Maghreb ricorderà per molto tempo quella soddisfazione, e forse la capiranno i suoi compagni dalla pelle bianca che gareggeranno con lui.

Per questo è importante difendere il diritto universale dei bambini ad andare a scuola, sin dall’asilo, dalla scuola materna, indipendentemente dalla condizione dei loro genitori. Non solo l’integrazione ma il rispetto delle regole – quello spesso rivendicato con rabbia dai fautori dell’esclusione e del respingimento – si imparano da piccoli. In famiglia e a scuola. Andando controcorrente, la Città di Torino ha deciso di accogliere nelle scuole dell’infanzia i bambini figli di migranti, anche laddove il loro status non sia regolare.

La stessa città ha attivato il servizio civile per i migranti – forse l’unico caso in Italia – per cui le cosiddette “seconde generazioni”, spesso già nate nel nostro Paese, svolgono attività presso il Comune, con una funzione di mediazione culturale nei confronti delle loro comunità. Alcuni di loro realizzano notiziari nella propria lingua d’origine, diffusi via web attraverso il sito del Comune: si divertono, fanno un’esperienza giornalistica e culturale, e con la loro sensibilità costruiscono un ponte con i nuovi cittadini.

Per questi motivi, sono felice di vivere in una città laboratorio, spesso difficile, sotterranea, non estranea  sicuramente a tendenze razziste,  ma che su versanti a volte poco visibili, da sempre allaccia esperienze innovative.  La città stratificata, di tante migrazioni, del grande cuore di Porta Palazzo, del più vivo mercato europeo di cibi e colori, che è la fotografia pulsante delle tante genti arrivate qui, nel freddo ai piedi dei monti. Dove ci sono i tanti dialetti, le tome di chi viene dalla campagna e parla solo piemontese, i pomodori e gli agrumi di chi è arrivato con i treni del sole e ora è grossista organizzato, i mazzi di menta profumata venduti senza licenza ai bordi dei banchi.  In quel cuore pulsante, si muovono anche i fantasmi che di notte, per pochi euro, montano e smontano banchi, svuotano magazzini, spingono carretti di ferro. Spesso schiavi dei loro stessi connazionali più fortunati, o semplicemente arrivati prima.

Lo scorso 1 marzo, “sciopero degli immigrati”, il cuore pulsante si è fermato: la piazza era semivuota, e Torino si è svegliata un po’ più sola.

Pubblicato da: Valentina Archimede il 11/03/2010

in: Nuovomondo

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Guardarsi negli occhi

Du Michele Miravalle - studente

Astigiani con la schiena diritta, cittadini che non voglio inchinarsi, ecco chi sono stati i protagonisti della manifestazione di sabato 13 marzo “Regole uguali per tutti”, che ha movimento lo struscio del pomeriggio.
La democrazia elargisce diritti, ma pretende anche doveri, uno di questi, forse il più importante, è il dovere di “non farsi calpestare”: scendere in piazza e manifestare pacificamente è uno dei modi per adempierlo.
La democrazia è la forma di Stato del “guardarsi negli occhi”, l’eguaglianza, sommamente sancita dall’art 3 della nostra Costituzione è proprio questo;  le dittature e le monarchie invece sono le forme di Stato del “chinare la testa” davanti a un re, un tiranno, un duce.
Nessuno può quindi pretendere, anche solo di lontanamente credersi, sopra le regole, se in più, lo fa pure con arroganza e disprezzo per il prossimo, allora oltre che antidemocratico, diventa, banalmente, insopportabile.
Il pasticcio delle liste è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, che però era già colmo da parecchio tempo, riempito da gocce pesanti: la privatizzazione dell’acqua, la gestione del territorio (tra condoni e inutili colate di cemento), l’elezione di senatori grazie a voti mafiosi, le finte riforme della s”q”uola e della giustizia, la morte, passata sotto silenzio, dell’art 18 dello statuto dei lavoratori, una crisi sempre negata e mai risolta (ci saremmo accontentati anche solo di qualche timido tentativo) e chi più ne ha più ne metta.

Ma il vaso è ormai traboccato e così, quando il sole primaverile ha lasciato posto alla sera, la piazza si è svuotata e ognuno è tornato alle proprie vite, consapevole di aver fatto il proprio dovere, il pensiero e il sorriso erano rivolti a quel pezzo di italiani che non si rassegnano. Ora non resta che passare dall’ansia della resistenzaalla forza della ricostruzione, insomma non più “resistere, resistere, resistere” ma “ricostruire, ricostruire, ricostruire” la nostra città, la nostra Italia, la nostra democrazia…guardandoci negli occhi!

Pubblicato da: Michele Miravalle il 11/03/2010

in: Diritti e Rovesci

Tags: costituzione , crisi , gallery

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Ribelle alla strada

di Maurizio Dematteis, giornalista Vps

Ribelle alla strada

«La mia famiglia vive in un paesino di 5.000 abitanti nell’Akwa Ibom State, in Nigeria. Ho ancora un fratello e sei sorelle giù. Quando vado per lavoro passo sempre a trovarli, e il re del mio villaggio è contento che portiamo il nostro progetto dall’Italia. La mia famiglia è orgogliosa di me. Quando arrivo facciamo festa a casa di mio padre, e gli anziani vengono a prendere le medicine che porto dall’Italia».

Princess Inyang Okokon, 35 anni, è una donna decisa, che non si fa intimorire dalle difficoltà. Giovane, nera, residente in un paese, l’Italia, che non fa certo sconti di genere, generazione o razza, è riuscita, insieme al marito Alberto Mossino, a diventare un punto di riferimento nazionale e internazionale per le donne vittime di traffiking attraverso la sua associazione Piam onlus di Asti (www.piam-onlus.org). Tanto che quest’anno è stata insignita dell’autorevole Premio Protagonista sul campo Takunda 2009, manifestazione promossa ogni anno dall’ong Cesvi, con il contributo del Ministero affari esteri, Direzione generale cooperazione allo sviluppo.

L’inganno

«Il primo “Articolo 18” dell’associazione sono stata proprio io» taglia corto Princess. «Sono stata vittima del traffiking, e sono finita per strada come tante altre ragazze del mio paese». Era il 1999, quando la zia di un ex fidanzato convince Princess a partire per l’Europa dove, promette, potrà lavorare come cameriera in un ristorante di sua proprietà. Lei contrae un debito da 50 mila euro per mettersi nelle mani dei trafficanti, convinta di poterlo restituire in sei mesi di lavoro in Europa. «Sono partita da Lagos per arrivare a Londra in aereo, con un passaporto inglese falso» racconta la premiata. «A Londra mi hanno detto di chiedere asilo politico e, quando ci hanno piantonato in un albergo in attesa di trasferirci in un centro per richiedenti asilo, sono scappata con altre tre ragazze nelle mie stesse condizioni. Un’automobile ci attendeva fuori dall’hotel. Siamo rimaste nascoste a Londra per tre giorni e poi, in automobile, ci hanno portato in Italia con altri passaporti falsi».

Giunta in Italia, a Torino, Princess viene venduta a una signora mai vista prima, che gestisce un giro di prostitute su strada: «Ho cercato di spiegare immediatamente a questa signora che ero all’oscuro di tutto e che di prostituirmi non se ne parlava» ricorda. «Ma ovviamente non è servito a nulla. In Nigeria ho sempre prestato la mia opera di volontariato in chiesa, per aiutare le persone. Ora ero io in difficoltà». Princess vuole spiegare a qualcuno i suoi problemi, ma non sa l’italiano. Chiama le sorelle in Nigeria e dice di raccontare a più persone possibili la sua storia, in modo che le ragazze sappiano. Chiama anche l’ex fidanzato che, terrorizzato dalle possibili ritorsioni dei trafficanti su lui e la sua famiglia in Nigeria, si defila.

L’uscita

«Ho conosciuto Alberto per strada perché parlava inglese» ricorda Princess. «Gli ho subito spiegato che eravamo vittime di traffiking e che volevamo scappare. Lui ha parlato con alcuni amici impegnati, e abbiamo deciso tutti assieme di creare un’associazione». L’Associazione Piam onlus di via Umberto Rossi 4, ad Asti.
«Sono scappata da Torino e ho iniziato a lavorare all’associazione come volontaria per sette mesi» spiega Princess. «Mi occupavo di altre tre ragazze che erano scappate con me, finalmente facevo di nuovo qualcosa per aiutare gli altri». L’inizio di Piam onlus non è stato facile, mancavano i soldi per sostenere le vittime di tratta e i trafficanti cercavano Princess. «Ma io non ho paura e nemmeno Alberto» tiene a sottolineare. «Ho preso qualche precauzione, tipo non andare più alle feste della comunità nigeriana piemontese o non frequentare amiche nigeriane di cui non sapevo se potermi fidare. I trafficanti hanno fatto casino, hanno telefonato in Nigeria minacciando i miei conoscenti, ma non conoscono la mia famiglia, conoscono solo quella del mio ex fidanzato. Ancora adesso capita qualche volta che parlino male di me in giro. Se vado alle feste di matrimonio mi fermano dicendo “guarda, è quella che ruba le ragazze”… Qualche volta mi entrano in casa come fossero ladri e spaccano tutto. L’ultima volta è capitato tre mesi fa. Continuano, ma io non ho paura di loro».

Piam onlus
Oggi Piam onlus realizza progetti in Italia e all’estero, tutti indirizzati ad aiutare le vittime di sfruttamento sessuale: ad Asti gestisce un’unità di strada, uno sportello informativo e due comunità di accoglienza. Princess ormai è diventata il punto di riferimento in città non solo per le donne vittime di traffiking, ma per tutti gli stranieri in difficoltà. Che arrivano da lei attraverso il passaparola e che Piam onlus cerca di indirizzare.
«Abbiamo anche un progetto internazionale in Nigeria» spiega la mediatrice. «Si chiama Safe sex long life, è finanziato dalla Regione Piemonte ed è partito nel 2004 a Benin City. Oggi siamo anche a Akwai Bon State, mia regione natale. E’ il primo progetto specificamente rivolto al contrasto della diffusione dell'Aids e delle malattie sessualmente trasmissibili fra le prostitute in Nigeria». Una serie di unità mobili che cercano di contattare le ragazze attraverso la rete creata da associazioni locali. Con buona pace dei trafficanti. «In realtà con loro non abbiamo mai avuto problemi. Perché io, prima di partire con il progetto in quella tale zona, sono andata a parlare con loro» spiega Princess. «Li ho incontrati per spiegare che noi non diamo fastidio, gli ho sottoposto il progetto e loro sono tranquilli. Si tratta solo di prevenire e curare le malattie sessualmente trasmissibili. Se poi, attraverso le unità mobili, riusciamo ad agganciare le ragazze per farle uscire dal giro… tanto di guadagnato. Ma questo i trafficanti non hanno da saperlo».
Princess del progetto è il capo indiscusso. Conosce la Nigeria, gestisce la rete di contatti con le associazioni locali e sa dove andare a trovare i trafficanti. «Loro hanno locali notturni dove fanno prostituire le ragazze. Spesso sono club con presidenti e direttori» spiega. «E queste persone che sfruttano le prostitute in Nigeria hanno sempre contatti con i trafficanti internazionali».
A partire dal 2010 però, Safe sex long life ha perso il contributo della Regione Piemonte, e Piam onlus sta cercando di trovare nuovi finanziatori.

La famiglia

«Un po’ di paura del periodo passato per strada mi è rimasta» dice Princess. «Ma ho capito immediatamente che con loro non avrei avuto futuro. Il mio futuro è con Alberto, ci siamo sposati cinque anni fa, prima in Italia poi in Nigeria. La mia famiglia è contenta di avere un cognato europeo perché pensa che possa portare benefici al nostro paese. La famiglia di Alberto è altrettanto contenta di avere un membro nigeriano. Io lavoro a Piam onlus e studio alla scuola serale per imparare meglio l’italiano, Alberto è presidente dell’associazione in cui fa volontariato e lavora come chimico in uno studio».
Figli? «Ancora un po’ di pazienza e tra poco arriveranno».

*articolo gentilmente concesso dalla rivista VpS (www.volontariperlosviluppo.it).

BIOGRAFIA
Princess Inyang Okokon, 35 anni, nasce in Nigeria in un paesino di 5.000 abitanti nell’Akwa Ibom State. Titolare di un ristorante, nel 1999 vende per trasferirsi in Italia. Dove finisce in un giro di sfruttamento della prostituzione a Torino. Con il marito Alberto Mossino fonda l’associazione Piam Onlus di Asti, un punto di riferimento per stranieri in difficoltà. Che dal 2004 promuove dei progetti di cooperazione internazionale nel suo paese natale

Pubblicato da: Alessandro Berruti il 11/03/2010

in: Nuovomondo

Tags: accolti o respinti , razzismo

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Referendum per l'acqua pubblica

contro l'affidamento dell’acqua ai privati

Referendum per l'acqua pubblica

Legge 133, 2008(Legge Tremonti) avvio del processo di affidamento dell’acqua ai privati
Decreto Fitto-Ronchi, 2009,
passaggio della gestione dal pubblico al privato entro due anni
Decreto 26 gennaio 2010
abolizione entro un anno dgli Ambiti territoriali ottimali, organo di controllo della gestione pubblica.
Business ipotizzato per l’acqua privata 8 mld.
Giro d’affari per il comparto idrico 2,5 mld.
Contro la privatizzazione dell’acqua pubblica manifestazione 20 marzo a Roma
Da aprile a luglio  raccolta firme per tre referendum 

1) per abrogare l’art.23 bis L. 133/08 così come modificato dall'art. 15 della Legge 166/09;

2) per abrogare l’art. 150 del Decreto Ambientale 152/06;  

3) per abrogare, all’art. 154 del Decreto Ambientale 152/06, le parole riferite all’inserimento in tariffa dell’adeguata remunerazione del capitale investito.

Nella provincia di Asti hanno deliberato per la gestione pubblica i Comunidi Cortiglione, Castagnole Lanze, Coazzolo, Castello di Annone, Anche Rocchetta Tanaro.

Per maggiori informazioni http://www.altritasti.it

Pubblicato da: Redazione il 10/03/2010

in: Terra Aria Acqua Fuoco

Tags: acqua

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Arriva il 'superpomodoro' non Ogm contro i tumori

Messo a punto dal Cnr di Napoli, è un prodotto totalmente naturale

Arriva il 'superpomodoro' non Ogm contro i tumori

Un pomodoro di forma semiallungata, polposo, di colore rosso intenso ma soprattutto con un'attività antiossidante totale superiore ad altre varietà in commercio: è questo il ''superpomodoro'', un prodotto naturale e non transgenico messo a punto dall'Istituto di Chimica biomolecolare del Cnr di Napoli per combattere non solo il tumore alla prostata ma tutte quelle malattie dell'uomo, dai tumori alle malattie cardiovascolari, dalle artriti al morbo di Parkinson, causate da stress-ossidativi e dalla formazione di radicali liberi.
“Si tratta di una dimostrazione concreta del fatto che si possono ottenere ottimi risultati dalla ricerca al naturale che coniuga tradizione ed innovazione, senza ricorso agli Ogm".Lo sottolinea in un comunicato stampa la Coldiretti in riferimento al "superpomodoro" creato nei campi sperimentali del Cnr di Napoli in modo naturale e non transgenico.

"Si tratta- evidenzia la confederazione - di un prodotto ad alto valore nutrizionale nato dall'incrocio di alcune varietà di pomodori neri e linee pure di San Marzano che risponde perfettamente alle caratteristiche nutrizionali di prevenzione nei confronti del tumore alla prostata".

Fonte: web
Immagine:
heart_shaped_tomato by Dkraner @ Deviantart.com

Pubblicato da: Redazione il 10/03/2010

in: Terra Aria Acqua Fuoco

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OGM ed agenzia per l’(in)sicurezza alimentare

Di Gianfranco Corgiat Loia, direttore Assessorato Agricoltura Regione Piemonte

OGM ed agenzia per l’(in)sicurezza alimentare

Il recente “via libera” dell’Unione Europea alla coltivazione in Europa della patata transgenica Amflora, contestuale all’autorizzazione ad immettere sul mercato tre mais geneticamente modificati, ha riaperto il dibattito politico sul futuro del dossier degli Ogm e sull’opportunità di imporre o meno la loro coltivazione in Europa.
Naturalmente la Commissione si è premurata di sottolineare che “le nuove decisioni …..si basano su esami di sicurezza condotti dall'EFSA'', l'agenzia europea per la sicurezza degli alimenti.
Partirei proprio da questa considerazione ritenuta “rassicurante” per esprimere, invece, l’aumento di diffuse preoccupazioni. Subordinare le decisioni di liberalizzazione degli OGM alla sola valutazione del rischio per la sicurezza dei consumatori è un grave errore perchè si falsa scientemente l’approccio al problema che, come tutti sanno, è prevalentemente etico, ambientale ed economico.

Vi sono alcune domande alle quali occorre rispondere prima di decidere il futuro degli OGM:

  1. la popolazione mondiale cresce ed il cibo sta diventando una risorsa strategica. La popolazione ed i loro Governi sono disposti ad accettare brevetti e monopòli sulle produzioni agroalimentari primarie?
  2. Come si pensa di poter tutelate i diritti degli agricoltori che non vogliono l’OGM? L’introduzione di piante OGM in ambienti non confinati “contamina” rapidamente le altre colture presenti. Al grave danno subito dagli agricoltori convenzionali potrebbe seguire la beffa di dover risarcire i danni per aver utilizzato materiale brevettato senza aver pagato le “royalities” alle multinazionali.
  3. La creazione di filiere OGM nettamente separate dalle filiere tradizionali comporta costi elevati e nessuno è propenso ad accollarseli. Se la convenienza a produrre OGM viene misurata su segmenti della filiera la risposta può anche esser favorevole ma è giusto assecondare l’interesse economico di pochi (primi tra tutti le multinazionali dell’OGM) scaricando le conseguenze negative sulla collettività?
  4. Che diritto abbiamo di compromettere l’ambiente ed il futuro dell’agricoltura e, forse, anche dei nostri figli per un interesse privato di breve periodo?
  5. I Governi e le popolazioni che hanno scelto gli OGM o che non hanno avuto la possibilità di opporsi a questa scelta sono soddisfatte? Hanno potuto dare risposta ai problemi di fame o di sviluppo economico del loro Paese? I brillanti risultati sulla diffusione degli OGM nel mondo resi pubblici dalle multinazionali che li hanno brevettati hanno avuto ricadute economiche, sociali ed ambientali positive anche sulla popolazione?

Per questo non basta interrogare l’EFSA: dire che gli OGM non fanno male alla salute non vuol dire che fanno bene.
Per questo va respinta ogni tentazione effimera di uscire dalla crisi economica mondiale scegliendo la scorciatoia improvvida  degli OGM.
Per questo va contrastato il disegno di imporre alle sovranità nazionali la scelta degli OGM. Ogni Paese deve poter scegliere il suo futuro e la qualità delle sue produzioni e l’Italia deve respingere i tentativi di globalizzazione e di omologazione che non fanno onore alla nostra storia, alle nostre invidiate tradizioni enogastronomiche ed alla nostra capacità di valorizzare i prodotti agricoli.
In Italia non si mangia soltanto per vivere, si vive anche per mangiare bene ed una larga fascia di popolazione continua ad anteporre al parametro del PIL (Prodotto Interno Lordo) quello del FIL (Felicità Interna Lorda).

immagine: genitron sviluppo

Pubblicato da: Gianfranco Corgiat Loia il 10/03/2010

in: Terra Aria Acqua Fuoco

Tags: ogm

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